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mercoledì 26 dicembre 2012

Morte a Venezia.























https://www.youtube.com/watch?v=JpE8XjEC0ow


Già ……
Avevi dei “problemi” ….. neurologici ……
Un “matto” …….
Un ubriacone ….. malato …..
Sei morto nel centro della “civiltà” e dell’opulenza.
Nell'ombelico del mondo della "cultura".
Facile vero Andrzey ……. facile seppellirti in una notizia ….
Penosa.
Morto a Venezia, avvolto in uno straccio, dentro a un Bancomat …….
Dentro la “bussola” di un Bancomat …. siamo formidabili a coniare termini “opportuni” ……
La “bussola” ….. che schifo ……… mi viene un semplice “parla come mangi”…..
Ma forse si mangia così, nella morente società di veri casi neurologici.
Con il diritto “democratico” di sparare sul primo bersaglio possibile.
Indifeso.
Debole.
Le “esondazioni” , i “girelli” adesso le “bussole” …….
Ma quanti Mameli romani ci sono ancora vivi?
Vivi e pagati!
Che riscuotono nelle “bussole” dei Bancomat per gli spiccioli.
Per altro usano “American card”……..
Quanti “inni” devo ancora sopportare?
Di “Mameli” vivi.
Quanti ancora non si sono riletti?
Per morire per ipocondria e giustificato senso di colpa l’anno dopo????

Rabbia?

Si!
Rabbia, umana.
Umana e giustificata dall’intelligenza.
Che fuori da qualsiasi speculazione guarda con i suoi occhi.
Andrzey è un uomo!!!!!!!!
Un Uomo!!!!!
Polacco già …… figlio di un Dio minore ….
Nella sontuosa Venezia, piena di “cultura” e “storia”, ma con i piombi …….
Quelli di Silvio.
Pellico, non quello di polipropilene ……..
Acido resistente …….
La gente passa, vede …..
Dormirà ……..
Dormirà si, …… il sonno dei giusti, …… non quello degli idioti.
E Andrzey è un uomo, un essere umano, un cane fa più share……
Un cane, nella società dei cani forse è semplicemente riconosciuto come simile …..
Li nutriamo meglio di un figlio, li curiamo più di un genitore.
Spendiamo un sacco di quattrini per un cane.
Ma nulla per gli Andrzey ……. nemmeno un sorriso …..
Ho vissuto troppo per non sapere, capire, conoscere …..
……. “avevano cercato di aiutarlo” ……….
Andrzey è un uomo!!!!!!!!
Non puoi “cercare”, stolto potere ignorante.
Devi RIUSCIRE.
Ma sei fatto di cani ….
E riconosci come simili solo loro.
Andrzey è un uomo, un problema quindi ……
È polacco, un extracomunitario ………
Quanta morte a Venezia …..
La “Cà d’Oro”, le tue “calli”, il tuo “San Marco” ……. che purtroppo ho vissuto con un vero amore poco tempo fa…..
Il “miracolo” della tua esistenza ……..
Ho visto un uomo morto, un “clochard” anni fa in piazza Duomo, nella tua uguale, affollata, ricchissima Milano ……
Figlio di un Dio minore anche lui……
Non sarà mai nel “paradiso” dei cani …..
Dei gatti, degli animali da “ compagnia”…….
Ma in quello dei "B movies" , dove ritroverai anche anche tanti miei compratrioti, ......
Quanta morte a Venezia ……
Quanta in questo modello privo assolutamente di dignità e di vergogna …..
Perché a volte anche la vergogna è umana.
E mi vergogno di appartenere a questa razza.
L’ultima volta che mi è stato detto “ abbiamo provato ad aiutarla” l’ho sentito da un prete …..
Un prete con il colesterolo a 400.
Ben “linkato” con i poteri delle “banche” e del Dio del male.
Un giorno si avvererà la predizione di Bunuel ….
Non quella dei maya - looni ….
L’Angelo Sterminatore.
Che vi rinchiuderà nel vostro mondo.
Senza alcuna speranza di uscirne.
Ma Andrzey è solo un semplice uomo ……
Ed è morto a Venezia.
Il giorno dopo un Natale ……
Che si lamenta di “crisi” ma produce uguale immondizia.
Tutti gli anni.
È morto dentro l’ingresso ( ingresso non "bussola" !!!!!!!!!) di un Bancomat, il dispenser di soldi “digitali”.
Quei denari che fanno da confine tra la vita e la morte, ...... analogica .......
E Andrzey è morto dentro lì.
È morto dentro il meglio di una cultura .....
Che sta morendo anche lei.
Andate a votare anche voi “separatisti”.
Guadagnerete la vicepresidenza, almeno ......
Ma non potrete mai rappresentare una cultura che è ancora viva.
La mia.
Quella del mio vero popolo, che è accoglienza e sentimento e riguardo.
Che è semplicemente la capacità di aprire le braccia e offrire il meglio di noi.
Spero che presto qualcuno “provi ad aiutarci” ……
Ne abbiamo bisogno.
Almeno quanto Andrzey.

Venezia sta morendo …… carissimo "polacco", ormai già dimenticato ....


FranzK.

lunedì 26 novembre 2012

Veleni Irresponsabili.

















https://www.youtube.com/watch?v=IJUu-xiJPx8



Sembra  più facile sperare in una fine.
Quando le cose vanno male.
Piuttosto che battersi per un cambiamento, per una rinascita, un nuovo inizio.
Rimango stupito ma ne sono consapevole.
La "fine del mondo" adesso.
Un altro “male rifugio” dal peso della responsabilità.
Più semplice da affrontare, proprio perché privo di responsabilità quanto solo colmo di fatalità, di impotenza.
La fine del mondo annunciata da un popolo finito, da millenni …… quale credibilità …..
Non diverso da taluni che non potendo essere felici si ritrovano solo nel "mal comune mezzo gaudio" …. prevedendo con arroganza la "fine" anche per chi può non averla.
E così, come per molte altre cose, molti di noi penseranno anche a quello fino al 21 di dicembre prossimo.
Una parte di noi continuerà a chiedersi se è vero.
Sottraendo parte del pensiero che dovrebbe dedicarsi alla responsabilità di fare il meglio per  affrontare il difficile di un peggio reale, non il semplicismo di un editto privo di senno.
Altro veleno, sul veleno insomma, solo e sempre veleno.
Voluto, progettato, diramato con tutta la forza di chi possiede la potenza distruttiva della comunicazione di "massa".
Una semplice, consueta bugia con le gambe lunghe, un mese in questo caso …..
Come tante, troppe.
Quando si ritiene pericoloso il momento, quando il pericolo del momento può indurre il “pensiero” …….
Il calcio, il ciclismo, la frivolezza della moda, il gusto del ristorante , le consuetudini acquisite, non bastano più …
E allora ……..
Altri rimedi .....
Veleno e bugie.
Ci hanno avvelenato con tutto, al bisogno.
E noi tranquilli, sorseggiamo veleno, trovandone il gusto, meno amaro, meno drammatico, del gusto drammatico del risveglio di domani mattina.
Il risveglio di un modello morente, che pretenderebbe solo responsabilità lucidità ,tranquillità, non bugie.
Ma siamo bevitori accaniti, di bugie e veleni, abituati a tutto.
Ma non vi ricordate la storia degli UFO?
La parapsicologia …….
L’area 51 …… mamma mia …… chissà cosa mai sarà conservato in quel luogo ……
Erano i tempi della prima crisi energetica, fine anni settanta  ……. le domeniche di austerity …….
Poi sono arrivati i dinosauri di Piero Angela che quando ne parlava in tv lo faceva con tale trasporto che quasi ci ho creduto anche io che li avesse visti davvero.
E c’erano dinosauri in plastica ( petrolio ;) dappertutto, i bambini ne andavano matti, ma forse i genitori di più …. avevano più tempo per non dedicarsi a loro ......... che giocavano con i dinosauri di Piero.
Ma questo è nulla.
C’è di peggio, di molto peggio.
Si festeggiano ricordi di popoli massacrati con le Shoah, senza mai un ricordo del prima, del perché, o del dopo ….  della Palestina ad esempio ……. perché nessuna Shoah per loro?
Popoli che hanno ucciso e massacrato per primi.
Ma si ricorda solo la reazione, mai l’azione che ha condotto al tragico e ancor più disumano gesto.
Si ricordano torri gemelle abbattute da volatili d’alluminio.
Questa è davvero troppo grossa, un insulto all'intelligenza di un bambino.
Perché sono servite prove scientifiche, studi, denunce, e nessuno ha mai guardato al campanile del suo paese ponendosi la semplice domanda del come potrebbe collassare su se stesso se gli sparo una cannonata vicino alla punta …….. collassare verticalmente, polverizzato e fondere …….. per 6 mesi  ………
Al di là di qualsiasi buona o cattiva intenzione, di qualsiasi giustificata o meno necessità.
Le avremmo fatte saltare tutti almeno per non correre il rischio di un collasso non verticale …….. ma non sono stati i volatali metallici, non credo che sia necessaria una disquisizione tecnica, solo gli occhi puliti di un bambino.
Perchè non dirlo?
Il problema è un altro ….. quasi tutti ci credono ancora ……. all'ufficialità della “notizia” ……
E  sono solo bugie, solo veleni.
Come le assurdità delle energie rinnovabili, il pensiero storpio dei "green thinking" , perché è troppo semplice comprendere che c’è una grossa differenza fra il regno “animale” e noi umani: gli animali sono semplici consumatori, noi consumatori e trasformatori, per necessità di specie s’intende.
E non esiste trasformazione che non sia irreversibile, altro che green …….
Come i più che credono nella segretezza del voto e danno dell’irresponsabile a chi si astiene da una semplice bugia, inganno, tutt'altro che segreto .....
È così forse, che i sinceri divengono bugiardi e viceversa.
È la democrazia dei grandi numeri, il meglio della nostra conclamata grande civiltà.
Se un giorno il 51% mi imporrà di uccidere lo dovrò fare per non divenire fuorilegge.
È questa la fine del mondo, non quella dei Maya.
E quella che cerca la vita su Marte, ma non sa rispettare la vita sulla Terra.
È quella che mi parla di idrogeno, di uranio, di trasporti elettrici ad uso urbano ………
Ma ha mai letto come funziona un motore elettrico?

Perché Piero Angela non lo ha mai spiegato, quanto ha ben spiegato dei dinosauri?

Perché ancora solo veleni e bugie?
Perché nessuno si pone domande semplici?
Come quella di chiedersi il perché della buona efficienza di un motore elettrico solo su un treno con poche fermate …..
E non c'è fine.
Prima compravamo energia elettrica prodotta con il nucleare appeno oltre confine ....
Adesso che di uranio non ce ne più, bruciamo gas Russo, i Russi bruciano carbone, ci vendono gas e conservano petrolio.
Vivono poco e male ma ci sono molti ricchi in Russia ……..
Ma i più di noi credono che siano poveri.
Di nuovo solo veleni e bugie.
Con gambe di lunghezza infinita.
Andremo tutti a fare la guerra all'Iran, tutti insieme.
Per l’ultimo petrolio facile che resta, con rischi ben più alti che in Iraq o in Libia, ma privi di rischi da “fine del mondo”.
Temo sia tutto questo il vero rischio di una sua fine.
Non il 21 di dicembre prossimo di sicuro.
Il terremoto in Emilia lo abbiamo già dimenticato?
E quello di L’Aquila?
Ricordo il Vespa televisivo accanirsi contro l’impotenza della politica, senza mai un riferimento alla potenza della natura.
Alla sua intrinseche instabilità, della mia, tua, sua terra.
Solo veleni.
Solo bugie.
Mai un gesto davvero Umano.
Mai un pensiero “pensato”.
Le bugie della scienza, quelle della religione statalizzata.
Quella delle parti e delle controparti.
Quella che non ammette la prostituzione, ma ha volanti della polizia che si fermano a parlare con le prostitute.
Ma se sbagli di una frazione il disco orario, arriva il “volontario” a darti una multa, divieni fuorilegge.
Veleni.
Bugie.
Silenzi.
Si silenzi di interessi, chi te lo fa fare?
A dire la verità?
Hai solo da perderci, questa è la fine del mondo.
La fine di una civiltà del tutto incivile e irresponsabile.
Che vive solo di bugie.
E veleni.
E silenzi soprattutto.
E che ancora non può temere la sua fine.
Durerà ancora a lungo.

Ma io spero di leggere presto un’alta notizia.
Un'altra data.
Non lontana.
Per un editto diverso.
“è cominciata la felicità”.
E chiedo perdono.
Mi sento meno stupido di coloro che attendono  il vero o il falso della “ fine del mondo”.
Senza veleni.
Senza bugie.
Solo con la responsabilità.
Di svegliarmi domani mattina.
E provare a fare qualcosa di buono.


FranzK. 

mercoledì 4 aprile 2012

I Greci, la Volontà, il Dolore.





Alcune cose vanno diffuse affinché ciò che abbiamo incontrato, in un vero, possa essere patrimonio e possibile utilità per tutti.

Mi pare esista una stretta correlazione, nella storia dell’uomo, che unisce, in modo quasi imprescindibile il “risultato” ( chiamalo successo, prestazione, affermazione), al “sacrificio”.


Personalmente credo che se, biblicamente o antropologicamente,  siamo stati condannati a qualcosa, ebbene questo è un atto di “volontà” e non di “sofferenza”.

La “sofferenza” è figlia di se stessa nel miglior pensare, nel peggiore, dell’ignoranza.

Essa confonde in se la “volontà”, confinandola con sommo sconforto e vilipendio a mezzo.

Non riesce quasi mai ad affidarle la virtuosa, illuminata, intelligente appartenenza di vero scopo e fine.

Così e ancor di più, stupisce quando la “fatica” ( figlia buona di una buona volontà) viene confusa con il “dolore” e la sua sopportazione.

L’essere umano è una strana creatura di origine progettuale o evolutiva,certamente speciale:
è “deformabile” e “adattabile”.

Forse proprio perché al confino in un ambiente probabilmente non suo.

La follia sta nel fatto che, a volte, per deformarsi e adattarsi, deve passare dal “doloreprima che questo diventi così tanto deformazione e adattamento da trasformarsi in abitudine e normalità.


Tempo fa.
Tanto tempo fa.
Pensavo e scrivevo.
Nelle lunghe notti.
Al lume di una semplice candela.
Della nostra natura.
Di tutto il difficile della felicità.
Di questo istinto.
Che non riesco a comprendere.
Alla sofferenza.
Alla sfida.
Al dolore.
Alla sua celebrazione.
Quotidiana.

Ho riletto.
Avevo molta rabbia.
Che non c’è più.
E sono felice.
Di averla perduta.
Era uguale al dolore che non capivo.
Dalle maratone greche.
A quelle decuobertiane.
Ho voglia di felicità.
Di intelligenza.
Che rende semplice e piacevole ogni cosa.
Che trova soluzioni.
Nella chiarezza.
Nella semplicità di un pensiero.
Che scopre.
Trova.
Comprende.
In un sorriso.

Nell’attesa.
Senza rabbia.
Del sorriso di tutti.


FranzK.

martedì 14 febbraio 2012

Trilogia della follia - Un Mondo a Parte.



N.B. per leggere questo post si consiglia di aprire in un altra scheda il link riportato qui sotto e tenerne la musica di sottofondo:



Big bang

Bang

Bang
Bang

Bang

Bang

Bang

Big bang

L’inzio.

Bang

Bang

Così, dopo, è comparso l’homo sapienssss 

Perché non sono sicuro del cibo che ho ingoiato questa sera?

Sboooomm
Boom
Boom

Atomic boms?

Duleng
Leng
Leng
Eng

Bang

Big bang
Big
Big
Big

Grandeeeee

Homo sapiensssssss

Ticchetta la pioggia, ruggisce la giungla,dispera l’ignoranza

Homo sapienssssss

L’evoluzione darwiniana.

Homo sapienssssss

Sbooooom
Bang
Bang

Sapienssssss

Sbooooooooooommmmmmmmm

L’impatto.

Di un mondo.

A parte.



FranzK

giovedì 9 febbraio 2012

Perchè non si può?






Perché non si può cambiare?
Perché nessuno o proprio pochi hanno il coraggio di dire che è il modello che non funziona più?
Il modello basato sul sempre di più, sul Pil.
Con radici in una finanza selvaggia e priva di scrupoli, che sta finendo per non riuscire più a produrre nulla di buono.
Basta scherzare su questi argomenti, quello che stiamo vivendo è tutt’altro che uno scherzo, una passeggera “crisi”.
Con radici in una finanza serva dei poteri delle risorse, quanto padrona di qualsiasi politica.
Non è uno scherzo stampare soldi che non hanno controvalore reale, non può essere un gioco.
Ci sono intere generazioni che stanno morendo di speranze in qualcosa che non ci sarà mai più.
Quando?
Temo per semplice e razionale visione della realtà, troppo presto.
Ma è la verità il terrorismo o lo è la menzogna?
Una verità che deve credere profondamente nella speranza ma non può annegarsi nel veleno dell’incapacità totale di cambiare davvero.
Questa è follia, perpetrata tutti i giorni senza nessuna capacità di arrestarla, senza alcuna vera coscienza di automatismi che sono divenuti perversi oltre che pervertiti.
Il colore è grigio scuro tendente al nero, si parla di rigore, lo si impone basta che non cambi nulla.
Secondo il mio umile parere questa è morte allo stato puro, perché non è il rigore l’equità o chissà quale altra “cattolica” buona intenzione che può allontanare il baratro.
Smettiamola di scherzare, e proviamo a cambiare davvero.
Perché, mi chiedo, nessuno ma proprio nessuno vuole mettere in discussione il sistema redistributivo basato sul “lavoro”?
Quando siamo divenuti talmente bravi che abbiamo capacità produttive che superano senza limiti quelle che poi abbiamo da consumatori?
Perché nessuno si pone un problema vero e serio che, a questi ritmi, ci porti dritti a una Rapa Nui, non desertificata, ma colma di immondizia?
Desertificata nelle risorse energetiche primarie trasformate in inutile e, senza energia, senzaa alcuna possibilità che resti tale.
Mi chiedo ancora perché un modello non può essere fondato sulla vita e sull’intelligenza, non può rallentare, non riesce a fermarsi un momento a ragionarci sopra con un minimo di serietà.
L’unica energia di cui abbiamo immensa necessità, in questo momento è quella del pensiero.
Libero.
E cambiare si può, basta che lo si voglia davvero.
Basta la sufficienza di smettere di essere zombie o burattini travestiti da intellettualoidi plurilaureati, quanto legati a tripla catena con chi di scrupoli non se ne fa nemmeno uno.
È la vita che dobbiamo promuovere, non i posti di lavoro.
Il pensiero non la crescita dell’immondizia da Pil.
Anche quella da bolle finanziarie che sono in grado di quotare in una borsa solo speculativa e dissennata un Facebook cento miliardi di dollari mentre Benetton se ne scappa da quel luogo tranquillo e sereno.
E smettiamola di scherzare su questi argomenti, smettiamo di disonorare la nostra natura piena di virtù.
C’è solo una cosa che deve “riprendersi” per evitare riprese catastrofiche.

Il pensiero.

Libero.

FranzK.

giovedì 2 febbraio 2012

Alla fine di un Sogno.





Povero web delle persone.
Poveri noi.
Quel sogno di persone libere.
Libere davvero, di comunicare, di abbattere distanze.
Di scambiare esperienze.
Di amalgamare culture.
Era un bel sogno.
Come quello del “Yes we can”.
Un sogno sotto censura.
Non di giustizia.
Ma di libertà.
Qui si invocano liberalizzazioni.
E il web nazionalizza?
L’impero della libertà e del liberismo nazionalizza?
Nazionalizza l’ultimo sogno possibile di libertà.
Che non è furto.
Ma possibilità di impasto.
Di culture diverse.
Di differenti diritti.
Di leggi diverse.
Per cercarne di uguali.
Uguali diritti.
Uguale libertà.
Purtroppo la speculazione vive sul differente.
Su necessità diverse.
Vive e impera.
Come qualsiasi impero passato e futuro.
Sui non diritti.
Su diritti disuguali per tutti.
Dov’è finito quel sogno?
Tempo fa ho cercato risposte.
A domande semplici.
Di chi è Internet?
Adesso credo che le risposte vengano da sole.
Perché non ne avute, neppure dai guru.
E sono censure.
Solo censure.
Che propongono tempi freddi e scuri.
Il digitale medioevale.
E l’impero impera perché è suo il web.
Sul mantenere diversità.
Diversi diritti.
Ha imposto il globale e adesso nazionalizza.
Mi chiedevo ancora: liberismo o il peggio del bolscevico?
Le risposte vengono da sole.
Piano piano ma arrivano.
E non è una crisi di soldi.
Ma di freddo e di nuove distanze.
I soldi basta stamparli.
Per la speculazione e il suo impero basta fare quello.
Ad essa nulla importa delle persone.
Se non delle loro necessità.
Differenti, da non contaminare con uguaglianze.
Da non contaminare soprattutto.
Per poterle sfruttare senza alcun altro scopo che l’immediato.
Il web delle persone.
Un sogno morente.
Forse mai nato.
Chiuso nei “social network”.
Il più subdolo sistema di tracciamento che esista.
Tutto a norma di legge.
Tutto nella privacy di chi non ha il coraggio di essere univoco.
Cambiamogli nome, è un insulto intellettuale chiamarlo social, un abominio.
Il web delle persone sta morendo e forse non è mai nato.
Impera quello della censura del tracciamento dell’impero che lo possiede.
E non solo.
Di condizionamento, di imposizione.
Sottovalutiamo troppo le risorse di chi le ha.
Se mai avessimo studiato psicologia industriale.
Forse avremmo più risposte.
Sui poteri del condizionamento.
Sui suoi strumenti.
Raffinati.
Per intelligenze raffinate.
Tanto da poter condizionare quelle meno.
Senza neppure che se ne accorgano.
E così non è pirateria che si combatte.
Nel giusto, fosse quello.
La censura non la riguarda.
La censura non ha mai combattuto la pirateria, è storia.
Ma solo il pensiero differente.
Non è la pirateria, nel giusto.
Ma  la libertà, nella necessita di negarla, per soppravvivergli.
Solo la libertà.
E ci riuscirà forse solo per un motivo.
Perché il web delle persone libere forse è solo un sogno.
Perché sono le persone che non lo sono.
Libere, univoche, scoperte.
Diversamente sarebbe possibile.
Il “yes, we can”.
Della Libertà.

FranzK.

martedì 31 gennaio 2012

Im-potenza.



In silenzio, nel rispetto della morte dovuta all'ingiustizia, di tutti gli innocenti del mondo, grandi e piccoli.


Un’altra considerazione di qualche tempo fa che voglio riproporre, nel ricordo di notizie riguardo il Corno d’Africa e i suoi bambini morenti ….:

I chili di troppo inquinano”, lo dicono i ricercatori della London School of Hygiene Tropical Medicine, attraverso uno studio pubblicato sull'International Journal of Epidemiology. 
Bene. 
Ora che la notizia possiamo considerarla certa, data la fonte, credo sia interessante fare qualche considerazione. 

I chili di troppo, dato che non è specificato, penso si riferiscano all’eccesso di grassi conseguente ad una cattiva alimentazione e non , ad esempio, all’eccesso di massa rossa muscolare come conseguenza della trasformazione di un eccesso di grassi attraverso la frequentazione di palestre “ginniche” (J) o di consumo di steroidi e anabolizzanti …... 

Perché credo siano necessarie, rispetto alla Verità della morte, risposte certe a queste domande. 
Tra un uomo in eccesso di grasso di grassi o “grasso” di muscoli: 
  • quale pesa di meno? 
  • quale produce meno CO2
Poi: quale sta meglio? 
Cioè: uno dei due si può considerare in “salute”? 
oppure: quale spreca meno energia

Se qualcuno possiede risposte “ovvie”, prego si faccia avanti. 
In riferimento invece all’immagine del post i quesiti sono invece questi: 
  • l’uomo a sinistra raffigura una immagine significativa riguardo l’efficienza
  • l’alimentazione del gatto al centro può essere correlata con il possibile aumento del Pil
  • il bambino magrolino a destra è in linea con i principi dell'equità e del rigore?

Quale dei tre soggetti rappresentati vi sembra avere uno sguardo  “felice"?

……. fa lo stesso se non si vede bene quello del bambino a destra?

eh?
come?
la crisi, la finanza, la politica, le lobbie, le congregazioni, le caste, le aggregazioni, le polemiche?


……. fa lo stesso vero, se non si vede bene lo sguardo del bambino a destra?


FranzK.

giovedì 5 gennaio 2012

Nei nostri panni.





Una parte della vita degli uomini è discordia, litigio, guerra nel caso peggiore.
Non solo adesso, da sempre, da sempre abbiamo tutti molto ben presente il “ per noi”, valutando solo le nostre posizioni, le nostre fatiche, i nostri sacrifici, le nostre personali necessità.
Pretendendo in cambio dagli altri sempre molto di più, al minimo alla pari, come in un  contratto notarile.
Rispetto a quanto è costato a noi, a quanto abbiamo investito, a quanto abbiamo speso di noi, delle nostre energie.
Tanto da proiettare il nostro investimento sul prossimo, quasi che sia lui ad averlo preteso, richiesto, imposto.
È da lì che nascono i nostri peggiori errori e orrori, nascono da dentro di noi, non da dentro o fuori dagli altri.
Non sono quasi mai relativi ad una condizione, ma alla sua nostra cattiva interpretazione, al nostro modo di porci, a un nostro “difetto”, limite o semplice incapacità.
E quando cadiamo negli errori ed orrori sono solo nostri, il male resta in noi perché è da noi che si è generato.
È sempre da soli che ci procuriamo ferite, quelle profonde, indelebili, quelle che difficilmente riusciremo mai a rimarginare, a perdonaci.
Feriamo e ci feriamo, perdendo la credibilità in noi, perdendo ancora di più in noi la poca fiducia che ha generato il danno e rendendo oltremodo in cambio solo dolore e incomprensione, feriti indelebili pari, al minimo, a quelle procurate a noi.
Anche quando le nostre buone intenzioni o azioni miravano all’opposto, il caso peggiore.
È da soli che molte volte non abbiamo il coraggio di fare il “passo indietro”, è solo da soli che chiediamo sicurezze che ci mancano, fiducie che non abbiamo mai avuto, mai concesso a noi, per primi, da soli.
Se non è così come potremmo affidarne agli altri, sentirci tranquilli di loro e anche e soprattutto per loro?
I panni altrui ci vanno quasi sempre stretti perché non ci sentiamo a posto nei nostri personali, e vorremmo adattare quelli degli altri più che sistemare i nostri, ci appare più semplice, più “giusto”.
E vale nei difetti e negli eccessi, credo, nei buoni o cattivi sentimenti, rapporti, e forse anche contratti, quanto credo valga nella vita pubblica e privata.
Credo che possiamo farci del male solo con le nostre mani, dipende solo da noi, il prossimo conta davvero poco.
Il prossimo purtroppo, se crede in te, al massimo subisce, lo si costringe, nella sua buona fede e fiducia in te, a subire.
Dipende dal nostro “bello” non dal “brutto” degli altri che molte volte è solo un inconscia proiezione di un nostro personale incubo, paura, difetto o limite, di un nostro “brutto” solo personale.
Dipende, quanto per i panni, dal fatto che è più facile avere sfiducia negli altri affidando loro la responsabilità di un nostro errore-orrore che cercare di comprendere perché non ne abbiamo avuto un po' di fiducia per noi stessi, tanto da poterlo prevenire, evitare.
E credo valga nel migliore o peggiore dei casi, nelle migliori o peggiori intenzioni, sentimenti, rapporti, nel pubblico e nel privato, in una famiglia quanto in una azienda, in un amore quanto in semplice contratto.
Vale per la prossima guerra che, pur aberrandone l’orrore, vedremo in fondo “giusta” nel nostro personale interesse, solo perché non abbiamo avuto la capacità di trovare differenti soluzioni, quanto nella faticosa, tanto da ritenerla quasi “ingiusta”, necessità di divenire più onesti e più “sobri” per modelli di vita più equi e civili.
Se non riusciamo a cambiarci, a cambiare noi per primi, cadremo ancora negli stessi errori, nelle stesse ferite, nei nostri irrimediabili orrori, al di là di qualsiasi psicologia, formazione, condizione, imprinting.
I nostri errori-orrori sono violenza, fatta da noi a noi e imposta agli altri, dobbiamo imparare a star bene nei nostri panni, se non vogliamo più incorrere nel misfatto, quelli degli altri sono loro, come lo sono le loro vite e la loro Libertà.
Posso parlare di me, che ho vissuto con “giù le braghe”(concedetemelo) tutta la vita.
Dei miei orrori, perché questa lettura non abbia il profumo di una predica, lezione di vita leziosa e perbenista, ma una semplice riflessione, pensiero, il contrario insomma.
Due esempi miei personali, che nel raccontarli, e nell’impossibilità di cancellarne il ricordo, di concedere loro un perdono mi feriranno fino alla fine dei miei giorni:
Avevo 17 anni e mancava una settimana alla fine della scuola, per difendere un compagno molto debole da un altro molto violento, menai quest’ultimo staccandogli un occhio dalla testa.
Non è stato il perdono dei suoi genitori nè quello della scuola a potermene rendere uno personale, non una presunta “giusta causa”.
E sono cambiato, le mani, da allora, le ho usate solo per lavorare, scrivere, far di conto, senza che anche questo abbia mai potuto darmi pace, me ne potrà mai dare una.
Un paio d’anni orsono la vita mi ha regalato la cosa più bella che un uomo può desiderare, oltre ogni immaginazione.
Un amore vero.
Quello giusto.
Che ho ferito e maltrattato, senza alcun sensato motivo, solo per la sfiducia in me di poterlo perdere, per la sfiducia che ancora viveva in me, riguardo le persone ancora più acuita dall’importanza incommensurabile di quel dono .
Ho ferito e maltrattato la cosa più bella e importante della mia vita.
E non conta la “giusta causa” di quanto ho dato nel bene, ma quanto gli ho tolto con i miei orrori, le mie violenze, di quante ferite ho procurato.
Senza perdono, fino alla fine, almeno per me.
Nei miei panni, senza braghe.
Ben cuciti e riparati adesso, troppo tardi forse.
E ho parlato di me, senza braghe, solo di me, sperando di essere l'unico che ha avuto panni scuciti.


FranzK.


martedì 21 giugno 2011

Golgota.



Forse la cosa che risulta più semplice agli uomini è giudicare. La più difficile, comprendere. Per se stessi prima ancora che per tutti. A prima vista le due condizioni sembrano essere sequenziali. In un ordine ben preciso. In effetti è quasi sempre il contrario, per concetto e ordine, per entrambi. Giudicare sembra far sentire bene le persone, sembra elevarle, ben oltre le loro misere e reali capacità, il più delle volte. Forse il trucco è proprio lì, nella comune miseria, che probabilmente in un fatto differente dalla propria “normale” esistenza, si sente a posto, in regola, almeno in quell’evento tanto poco comune, tanto da sentirsi in diritto ad ergersi a privilegiato e “giusto” giudice. Ci sentiamo migliori degli interpreti della malefatta, dello scandalo. Così credo che il giudizio, o forse anche solo il ruolo del giudice, in tal caso per ovvia ed indiscussa qualità, ci faccia sentire migliori. Proprio il ruolo ancor prima che l’editto. In poche parole: in quel caso io avrei agito diversamente, per acquisita, indiscutibile ovvietà. Prima di qualsiasi editto, prima di qualsivoglia facile condanna o assoluzione. Facile, quanto è facile la sua esplicazione. In mezzo ai  nostri visi, in centro e verso il basso, Darwin (almeno molti dicono e credono) ci ha dotato di una piccola, mobile fessura: la bocca. Al suo interno un sacco di organi vibranti, incredibili opere d’arte ingegneristica. Basta attivarne i muscoli per emettere suoni, muscoli che in realtà sono dominati dal sistema periferico, quindi troppo “veloci” per essere dominati dalla materia grigia. Abitudini acquisite più o meno nel primo triennio della nostra esistenza. Abitudini quasi incondizionate, imparate con difficoltà il più delle volte, come il camminare e il deglutire. Muscoli divenuti facili e “spontanei” come certe varietà d’arbusti selvaggi …..
Facile, troppo facile, troppo poco faticoso a scapito del sentirsi meglio, non credete? È solo una considerazione non un’accusa. Un pensiero per meditazioni yoghi, forse solo trito e ritrito. Conoscere, comprendere è differente e decisamente più complesso. Non dipende da muscoli biomeccanici, ma da sofisticati ed intriganti processi elettrobiochimici, roba per pochi, e per pochi di nicchia. Un finanziere intelligente dovrebbe fare almeno qualche ragionamento ed investirci qualche soldo. Sul pensare si intende. Che pare sottenda, come condizione indispensabile al capire, al comprendere. Peccato che non fa stare meglio, non ci fa sentire migliori, il più delle volte. Peccato che nel primo triennio di vita non divenga periferico tale “gesto”, non trovi mielina sul quale possa essere inciso e conservato.  Così mi ritrovo in un mondo pieno zeppo a dismisura di titoli, di lauree, di eccelsi ruoli, ma sempre e costantemente pronto al facile giudizio quanto assolutamente impredisbonibile ( concedetemi la libertà poetica ….), almeno sembra, al PENSIERO ed alla comprensione. In tal modo credo che lo schema poetico di ciò che precede e giustifica il procedere del mio scrivere, non possa essere rispettato. Meglio scrivere “di seguito” in tal caso. O forse semplicemente meglio “di seguito” da qui in poi. Si legge con più fatica, quindi si legge meno, è meno “trendy”, non sussurra nemmeno l’ipotesi di una rima quanto spero di più quello di un PENSIERO, quindi ancor più di nicchia spero.
Ma il giudizio, il facile giudicare quanto il più delle volte l’impredisbonibile comprendere, sono anch’esse, forse, darwiniane forme di sopravvivenza. Il primo produce il “senso di colpa”, che da indagini storiche risulta infine un semplice “ammortizzatore sociale” quanto la cassa integrazione. Il secondo pare solo forti emicranie, che poi, per essere se non guarite, almeno curate, hanno necessità almeno del “doping”.
In tal modo non solo abbiamo crocefisso almeno un uomo particolarmente intelligente, ma addirittura i suoi veri ideali, i suoi lasciti, le sue eredità. Abbiamo carcerato innocenti, malfamato brave persone, insinuando il dubbio, troppe volte infondato.
Ma il senso di colpa è darwiniano, è moderatore di tutti i “peccati”, di tutti le difformità, di tuttto il pericoloso pensare. Ho avuto, in giovane età, un datore di lavoro, un vero “padrun” che evangelizzava gli affezionati e propostivi lavoranti con questa frase: “non pensate niente, ho già pensato a tutto io”. Un vero Dio mai salito in croce, e forse è proprio vero che sulla croce finiscono solo i veri uomini.
La verità è figlia del pensiero quanto il prodotto interno lordo del senso di colpa.

Teniamo duro, il Signore paga di Sabato.

FranzK.


martedì 6 aprile 2010

La Cattedrale scaduta.




 [http://www.youtube.com/watch?v=Ddw6IvKVeg4]

Il tempo di quei muri si perdeva nel passato remoto.
Nel tempo delle imprese e del rigore degli studi.
Intorno alle luminescenti nuove ere.
Quando ancora non c'era che luce e splendore davanti.
E tantissima energia, da sembrare infinita.
Dentro a quei muri allora vivevano uomini singolari.
Tutti d’un pezzo.
Presi dalla serietà delle importantissime faccende quotidiane.
Della cui importanza erano convinti.
Tanto da essere gelosi l’un l’altro, quasi da non riuscire a parlarsi.

Ognuno di loro si sentiva troppo importante.
Così importante da sentirsi unico nel privilegio di quella custodia.
Perché forse il compito principale era quello.
La custodia della conoscenza.
Custodirla perché allora si pensava fosse una cosa da non dire.
Una cosa segretissima, tanto che poteva farti vincere o perdere una guerra.
E pensare che la conoscenza nasce dalla condivisione.
Come può vivere nel segreto?
Nel silenzio?
Muore in quel modo.

Ma allora si pensava in un altro modo.
Non potrei immaginare un Web allora, se non per fare la guerra.
Magari è così anche oggi ma almeno ha il buongusto di una differente apparenza.
Così quello che oggi puoi sapere con un paio di clic allora era tabù.
Era fonte di ricchezza o povertà, di miseria o di onore.
E quei piccoli uomini tutti vestiti in nero andavano e venivano laboriosi e silenziosi come formiche.
Convinti e gelosi del loro agire.
Della loro incorruttibile omertà.
Avanti e indietro dalla cattedrale.
Della conoscenza.

Io arrivai là in un tempo di transizione, molti anni dopo la costruzione delle sue fondamenta.
Il tempo relativo al passaggio dai movimenti delle formiche a quelli dei quanti di luce.
Che fortunatamente e almeno apparentemente non serbano più segreti.
In un momento dove è necessario che tutti li conoscano, per poter trovare il modo di sopravvivere.
Non per fare strane carriere come al tempo degli omini neri.
La cattedrale sarebbe stata ricostruita, ai tempi del mio arrivo.
Dalle sue grigie ceneri per divenire cristalli indistruttibili.
Ancora una volta l’indistruttibilità, l’assoluto.
Ancora una volta proprio come allora, ricostruita su una solo appena più moderna arroganza.
Quindi con un altissimo rischio di un’altra demolizione.


Mi affidarono un compito preciso una volta giunto in quel luogo.
Un compito vitale per la cattedrale.
Un compito affidato a pochissimi anche durante il tempo del suo massimo splendore.
Non mi affidarono il compito di custode.
Di bibliotecario.
Ma di padre e di madre.
Di nuova conoscenza.
Avrei dovuto produrre conoscenza nel silenzio, nel buio e nella gelosia mia e degli altri.
Una delle prove più difficili alle quali la vita mi abbia mai sottoposto.
E che ancora adesso, nonostante tutto quelle che accadde in quegli anni, non sono certo di avere superato.

Il mio agire, la mia opera non riuscì alla fine ad impedire il peggio.
Anche se questo era già stato determinato in precedenza.
Mescolando l’arroganza e l’omertà con la calce e il cemento.
Anche i suoi cristalli infrangibili non riuscirono a proteggerla.
Dai quanti di luce sempre più veloci.
Che rimbalzavano tra altri cristalli meno infrangibili ma meglio usati di un mazzo di fibre ottiche.
Avanti e indietro sempre a più bit, a decifrare completamente tutte le chiavi, i segreti.
A portarli in giro per le case del mondo.
A tutti gli uomini del mondo.

Per far loro un dono.

La speranza di salvarsi.

Franz.K

sabato 20 marzo 2010

Titanio magnetico.




 [http://www.youtube.com/watch?v=VWTrOW5QIek]


Era uno strano ufficio.
Largo ma soprattutto lunghissimo.
Occupato oltremodo da poche persone.
Per lo più sistemate sulle scrivanie vicine all’ingresso.
Dove incastrarono in qualche modo anche me.

Di lui mi accorsi dopo qualche tempo.
Perché arrivava prima e andava via dopo di me da quel luogo.
Stava là in fondo in fondo.
Tutto il giorno, nel massimo silenzio e solitudine.
In fondo a quel deserto di sensazioni, da solo con il suo terminale.

Ecco era venerdì quando mi accorsi di lui.
Perché ne vidi l'ombra passarmi a fianco camminando malamente.
Con uno splendido quanto disinteressato e forse un poco ironico, sorriso sul volto.
E una esclamazione ad accompagnare quel suo particolare disarmonico pendolo camminante.
Buona domenica e …… divertitevi!

Ci ritrovammo tempo dopo, fianco a fianco.
Schiacciati quasi l’uno contro l’altro.
Lavori di ristrutturazione della cattedrale imponevano il temporaneo trasferimento nella stanza delle scope e dei detersivi.
Che strano tipo.
Non spacciava una parola.

Ma quel silenzio non durò poi molto.
Chissà, le emozioni di naturali empatie scattano veloci in certe situazioni.
Così, ad un tratto, girandosi appena, mi fece notare come la mia postura interferisse sgradevolmente con la sua gamba sinistra.
Come la infastidisse protrudendola sgarbatamente.

Mi scusai prontamente spostando il fastidio dall’altra parte, su un altro collega, anche lui incastrato in quella irrespirabile scatola di sardine.
"Così va meglio, molto meglio" mi disse secco, "grazie".
E cominciò a parlare.
Tanto che anche i colleghi anziani rimasero attenti e stupiti.
Di come si era svolta la visita legale per l’assunzione.

Il tizio, il medico, lo aveva fatto sdraiare.
Chiesto nome, cognome, date, luoghi, mogli, figli e parenti, al solito.
Poi l’interrogazione su eventuali malattie.
Mentre, scostando appena i vestiti, applicava gli elettrodi dell’elettrocardiografo a polsi e caviglie.
“Scusi ma lei ha il cuore che non batte!”
  
No, grandissimo scienziato certificato e poco studiato.
Ho una gamba di titanio.
La cui natura amagnetica impedisce la trasduzione del segnale.
Tutto qui.
Una protesi.

L’asfalto era scivoloso.
E lui aveva voglia di vivere.
L’aria frizzante sparata a gran velocità sulla pelle del viso, come una bibita gasata.
La passione per le due ruote motorizzate.
Scivolare a Milano è cosa da nulla, anche se sei esperto, è cosa da destino.

E a Milano ci sono i tram.
Quelli con i piedi rotondi e rotolanti dentro a profondi binari.
Macchine da taglio secco e preciso.
Dovessi mai finirci sopra mentre passa “the ancient technologies”.
Dovessi mai non accorgerti che tu e il destino siete li sopra insieme.

Ma il dramma non finisce a questo punto.
Perché l’economia del 900 è fatta così.
Sembra non conoscere drammi ma solo beffe.
E parla e indaga in continuazione solo di torti o di ragioni.
Mai un neanche piccolo segno di sentimenti.

Così la colpa è sua e il tram, maledizione, è deragliato mentre gli recideva un pezzo di vita.
E deragliando ha perso anche lui una gamba rotonda e rotolante che è costata un sacco di soldi.
Che lui deve pagare perchè la colpa è sua.
Per la gamba di ferro magnetico guastata di quella stupida macchina primitiva.

Da dove passa la felicità?
Ditemelo voi.

Forse dall’amicizia che è nata da quell’incontro.
Da risate da star male mai più fatte con nessun altra persona.
Ridendo sopra e addosso ai nostri pezzi persi per la strada.
Ai prezzi acquisiti perdendo quei pezzi, per pagare i danni che abbiamo procurato alle macchine.

Meno male che il titanio addosso a lui ha cambiato natura.
È divenuto magnetico adesso.
E se gli attacchi un elettrodo trasduce il segnale.

Un vero segnale di cuore.

Non il fastidioso tintinnio di un tram.

Franz.K  

martedì 16 marzo 2010

Cerchi luminescenti.




 [http://www.youtube.com/watch?v=jj3-fQ7qZJg&feature=related]

Sono sceso, pian piano …….
Ho avuto grossi problemi con le grinze, come immensi canyon, della pelle.
Ho dovuto strapiombare e risalire vertiginosamente .
Non è stato come attraversare la prateria.
Gli altissimi filiformi mi hanno procurato un po’ d’ombra, qua e là.
Non un gran ristoro dalla accecante luminescenza.
Ma sufficiente almeno a non lacerarmi irrimediabilmente le pupille.
Il su e giù degli intagli, è stato peggio, come ho già detto.
Il territorio, comunque morbido, al mio incedere.
Un sollievo.
E anche una speranza.
Perché potevo proseguire.
Data l’elasticità del “tessuto” sottostante.
A un tratto è comparso, quasi all’improvviso.
Il “Grande Cerchio Luminescente”.
Inquietante, nella sua ordinata, perfetta geometria.
Accecante, fastidiosamente accecante, il riverbero delle sue superfici!
Portava in sé il tempo e la fatica e le promesse e le arcane convinzioni.
Il tempo oltre ogni cosa.
Accecante.
Pian piano che mi avvicinavo, il calore ed il riverbero diventavano sempre più insopportabili.
Maledetti Stefan&Boltzman.
Perché non tornare?
Perché ?
Verso la rassicurante pulsazione e poi più in su, velocemente, verso i lobi intricati ma funzionanti.
E ordinati almeno.
Perché?
Perché il grande toroide non era poi così perfetto.
Dovevo capire.
Laggiù, nascosto verso sud-ovest, gli irraggiamenti sembravano rallentare.
Una bolla di buio?
Impossibile.
Così ho continuato ad avanzare per capire.
Per questa maledetta natura che mi spinge a voler capire.
A dover capire.

Il tempo è scaduto ma ho scoperto un immenso “mancante” nel sole della galassia delle scontate certezze.
Una immensa incisione.
Un vero, profondo, inguaribile, intaglio.

Presente da sempre.
Le scontate certezze non esistono.

Franz.K

venerdì 12 marzo 2010

50-80%.




 [http://www.youtube.com/watch?v=juLRqSV45vo&feature=PlayList&p=5911ECC16FB7195B&playnext=1&playnext_from=PL&index=1]


Ci sono storie davvero difficile da raccontare.
Perchè non hanno nulla di speciale.
Storie noiose, consuete.
Ma io con il normale devo avere dei problemi.
Ed alcune non riesco proprio a comprenderle.

Sentite qua.

Un uomo parte per un lungo viaggio per incontrare una donna.
Una donna di cui è innamorato.
La chiama al telefono lungo il viaggio.
Senza confidarle la destinazione.
E lei per tutto quel tempo insiste solamente perché lui chiuda la telefonata e si dissolva nel nulla per sempre.

Mentre  gli dice che gli mancherà molto però.

Lei non sa che lui sta andando verso la sua casa.
Ma forse non cambierebbe nulla.
D’un tratto è ora di farla finita, secondo la volontà di lei.
Di salutarsi per sempre.
Un addio per sempre.

Sarebbe tutto impossibile date le condizioni, meglio chiudere per sempre.

Prima di salutarla, lui le svela la sua vera destinazione.
La sua casa.
La casa dove lei abita con i genitori.
Il risultato è scontato.
Ciao e addio.

Sono arrivato fino a qui, pensa lui , e arriverò in fondo, arriverò a respirare la sua stessa aria, prima di tornare.

Passano pochi minuti e lei lo richiama.
“Verresti a bere un caffè con me?” con voce allegra e serena.
Lui accetta, è felice, si sente onorato e non sente più la fatica del viaggio.
Lei si fa incontro verso l’automobile, raggiante.
Entra e si abbracciano felici e disorientati.

Cosa non fa fare un sentimento; dire e disdire diventa  la stessa cosa, e non puoi che credere l’uno e l’altro.

Le mani intrecciano le mani.
Caldo e freddo .
Il caldo che va verso il freddo.
Per diventare tiepide uguale.
Tiepide  e felici.
Tutto sembra andare verso il giusto verso, quello logico anche se il più difficile dopo.

Una telefonata maldestra, una frase maldestra, rompono l’incantesimo.
Adesso è lui che vuole andarsene, non ha viaggiato tanto per critiche e malumori, al più per pochi respiri.
Ma lei lo cinge, vicino al castello.
E lo bacia, mentre spunta il sole.
Quando è il destino a fare il regista non è un film, è la verità.

Il tepore del sole d’inverno, e il caldo nel cuore.

Lei chiede di stare insieme un po'.
Si infilano nella macchina e si trovano in baci appassionati.
E sussurri.
Parole.
Respiri affannati.

La felicità sembra far loro compagnia, sembra essere lì, non potersene andare più via.

Passano ore.
Troppo belle.
Poi la madre la chiama, le impone il ritorno.
E il suo viso si trasfigura.
Fino quasi a deformarsi nel dolore.

Vattene da qui, per sempre, gli dice mentre lui attende che lei varchi la soglia della sua casa, affranto e disperato.

Il giorno dopo si parlano al telefono.
Lei non lo vuole più del tutto, finito.
Finito tutto.
Non le mancherà nemmeno più.
Anzi, sta già meglio.

Chissà quante volte è successa una storia così.
Non ha neppure nulla di speciale.
È tutto normale.
Consueto.
Stereotipato.

Tranne un dettaglio.

Davvero indecifrabile.
La risposta di lei.
Quando affranto per l’abbandono, lui le chiede se era stata bene il giorno prima fra le sue braccia e nel suo cuore.

50-80%.

Cosa ne dite?

Franz.K

domenica 28 febbraio 2010

Lettera di rabbia.




 [http://www.youtube.com/watch?v=8mvjHfYLqPw&feature=related]


La pelle dei tuoi polpastrelli sotto le tue dita.
Quella  appena sotto le tue unghie.
Era stata costruita per il bianco e il nero delle pene e delle gioie di una fisarmonica.
Non per spalmarti le guance con il rosso del sangue.
E neppure per scavarci solchi con disegni tribali.
Senza alcun tema preciso.
Le fedi perdute non valevano quella maschera di squame di pelle sovrapposte.
Nulla mai ne varrebbe davvero la pena.
Ma tu sei tu.
Differente.
Troppo per una comprensione.
E lo hai fatto.
In modo irrimediabile.

Difficile comprenderti, capire un perché.
Senza imparare a volerti bene.
Anche se  volerti bene diventa una trappola.
Una tagliola.
Dove rimanere intrappolati a tuo piacimento.
A tua discrezione.
Volerti bene pretende dimenticarsi di potersi volere bene.
Dedicarsi completamente, aspettando di diventare inutili.
Per essere scartati definitivamente.
Buttati giù dal balcone senza aspettare l’ultimo dell’anno.
Come la buccia di un limone spremuto, nel bidone dell’umido della raccolta differenziata.

A quel punto, non basterebbe sapere.
A quel punto nulla può bastare per placare il male che senti dentro.
Uguale alla maschera delle tue cicatrici.
Disordinato come loro.
Senza alcun tema preciso.
Un malessere tribale.
Che non dipende dall’abbandono.
Ma dal bene perduto.
Ancora peggio quindi.
Forse troppo uguale al tuo, di male, quello con cui hai affilato le tue unghie.
O forse peggio.

Dove le hai ritirate, a proposito, quelle lame?
Cioè, le hai ritirate?
Una curiosità dici, per sapere?
Non serve sapere, non consola, lo ripeto.
Non pensare al perché della domanda.
Potresti non capire.
Voglio solo sapere se hai ritirato le lame.
Se hai smesso di affilarle.
Se non brillano più almeno.
E non scavano più.
Nella carne e nella terra.

È per rabbia che è necessario regalarti della musica.
La rabbia di tutti gli scheletri dentro il tuo armadio.
Di tutte le tele di ragnatele colorate per metà.
Dell’iride piena di virtù delle tue pupille.
Per la rabbia degli iridologi che l’hanno letta.
Senza sbagliare neppure un dettaglio.
Anche se non potevano sapere tutta la verità.
Perché non ti hanno voluto bene, ovviamente.
Quindi senza sbagliare ma anche senza capire.
È per rabbia che è indispensabile regalarti della musica.
La tua solita preferita.

Il silenzio.

E, nel caso fosse possibile, senza smettere di volerti bene, ovviamente.

Franz.K