domenica 31 gennaio 2010

Pensieri Liberi.




 [http://www.youtube.com/watch?v=hsYEFNVCDjQ]

Crescere con i piedi nudi nella terra.
E nell’acqua di un ruscello di acqua pulita.
Cioè sporca.
Non lavata con la chimica.

Non patire la fame e la sete.
E il caldo e il freddo.
Perché per il resto è più difficile non patire proprio nulla.
Almeno per adesso che forse non abbiamo ancora compreso.

Imparare a conoscere.
Innamorandosi del conoscere.
Non obbligandosi al conoscere.
Per conoscere il piacere, non il fastidio.

Scoprire cosa si è.
Comprendere cosa si è.
Difendere cosa si è.
Anche se non accontenta tutti.

La Libertà forse non è una condizione.
Per noi, non dipende solo da noi.
È una cosa difficile per noi la Libertà.
Perché le nostre vite sono in comunicazione.

E la Libertà è troppo respiro.
Troppa Felicità.
Così tanto, tutto, troppo.
Che solo attraverso lei possiamo uscire fuori.

Le nostre vite sono in comunicazione.
Anche da troppo lontano.
Anche nel silenzio.
Anche nel frastuono, o nel troppo vicino.

Volare senza ali.
E senza dolore.
E senza macchine addosso e intorno.
Semplicemente volare.

Non stringermi troppo a te madre.
Non riuscirò a fare a meno del tuo calore.
Anche se è morbido e insostituibile.
Rassicurante e simbiotico.

Accompagnami padre per la strada delle mie indecisioni.
Lasciami sbagliare.
Aiutami a sbagliare.
Perché possa essere differente da te.

Ho bisogno di volare.
Senza dolore.
E senza macchine addosso.
Solo con la mia mente.

È troppo respiro.
Troppa Felicità.
Fresco e tiepido.
Non freddo e caldo.

La Libertà.

Franz.K

sabato 30 gennaio 2010

La credibilità.




 [http://www.youtube.com/watch?v=rUq3tZNJmtw&feature=fvw]

Non era molto tempo che Bonni aveva terminato il consueto ciclo di studi.
Eppure era talmente vivace e frenetico che al posto di dedicarsi al meritato riposo, oltremodo previsto dalle ferree leggi della Colonia, era già pronto a cominciare l’attività di Contribuzione.
C’era solo un piccolo problema.
Le Celle disponibili per l’attività contributiva, che in quel tempo incorreva in seri problemi strutturali, scarseggiavano in quantità e qualità.
Ma Bonni era un tipo davvero tosto, e solo dopo circa tre settimane dalla sua decisione di non riposare, era già riuscito ad accaparrarsene una.
Il peggio che avrebbe potuto trovare magari, ma il meglio lo avrebbe sicuramente conquistato con la sua caparbia volontà.

Non passarono che poche settimane e contrariamente a quanto aveva sempre creduto, la volontà e la capacità così come la dedizione, la cura, la disponibilità …… non sembravano essere doti particolarmente apprezzate all’interno della struttura contributiva.
Erano assai più determinanti e premianti, ad esempio, la finzione, l’appariscenza, la falsità, l’opportunismo, la furbizia, l'inganno ……..
Per Bonni fu una dura lezione e nonostante comprendesse che bastava cambiare, scoprì che il suo obiettivo non era arrivare in qualche dove, ma essere qualcuno, divenire una Persona.
E per seguire quella strada comprese che non poteva che seguire il suo cuore.
Votandosi, quantomeno nell'unità contributiva, alla sofferenza della sopportazione e, pian piano, della congiura e della gogna.

Un giorno, mentre ormai Bonni era divenuto per tutti motivo di disturbo e in sopportazione, avvenne un fatto importante.
Dalle alte sfere rotanti degli uffici dell’unità contributiva, scese verso i laboratori il RUT, il Responsabile Unico Tecnico.
Chiamò Bonni al centro del laboratorio con un chiaro intento e tutti i suoi colleghi si fecero intorno.
Dimenticavo che tutti i colleghi erano anche membri del Collegio dei Sacri Diritti Naturali e difensori strenui di importanti sigilli conservati in antichi manoscritti …….
Il RUT teneva nelle mani un semplice problema da risolvere, così talmente semplice che anche un bimbo l'avrebbe risolto.
A proposito.
Non molti anni dopo molti, i Dominatori della Colonia, si accorsero che i bimbi sapevano risolvere quei semplici problemi meglio degli adulti, e, date le loro inferiori richieste di cibo, affidarono a loro, quasi in esclusiva, tutti quei compiti.
Per buona pace anche del Collegio dei Sacri Diritti Naturali.

Il RUT che aveva anche visibilmente abusato di qualche liquido alcoolico, inscenò così, proponendo a Bonni di risolvere, davanti a tutti, quel problema per cinquecentomilavolte di seguito, un ridicolo teatrino che come unico scopo si proponeva la sua massima umiliazione pubblica.
Di violenza psicologica inaudita in modo da scatenare il ghigno rabbioso e delirante dei suoi colleghi.
Che in tal modo eccitati e presi da una sorta di isteria di massa si strinsero così tanto all’intorno di Bonni che lui poteva percepirne l’insopportabile odore dei loro aliti.
Bonni non reagì.
Ma si concentrò a non perdere un istante le pupille del RUT.
Il loro interno, il loro dilatarsi e stringersi.
E così, fissandolo come uno scandaglio, quasi travolto dai ghigni bavosi dei suoi colleghi, sopportò in silenzio ma senza mai piegarsi, la follia di quell’umano.

Poco tempo dopo Bonni scomparve senza lasciare alcuna traccia di se.

Tre o quattro anni più tardi, l’unità contributiva dove aveva subito tutti quei torti e disumani trattamenti,  venne definitivamente smembrata per problemi legati a questioni relative all’efficienza e non so che altro ……

Bonni quella sera, come al solito da anni ormai, era pronto per tornare verso casa dopo un’altra giornata di contribuzione davvero esaltante.
Era diventato una Persona, come si era proposto anni prima, e conscio di non poter mai per questo motivo entrare a far parte della schiera degli Eletti, era molto felice di appartenere di diritto a quella dei Veri.
Tanto da divenire rapidamente uno dei migliori di loro.
Da poco aveva un nuovo collega, uno che gli ricordava qualcosa che non riusciva assolutamente a mettere a fuoco.
Questi quella sera gli si avvicinò proponendo una passeggiata insieme verso casa: doveva parlargli.
Il tema era semplice: suoi ex colleghi avevano un  grosso problema di soluzione di problemi complessi che certamente, per la genialità di Bonni, sarebbero stati acqua fresca da bere in cambio di importanti somme di Link.
Dei Link a Bonni, dopo aver scelto tra l'avere e l'essere, l'essere, non importava un accidenti ma decise per accondiscendere all’invito del collega.
Per suo riguardo quantomeno.

Qualche sera dopo varcavano insieme l’entrata di una nuova sede contributiva non troppo lontana dalle reciproche abitazioni.
Nella sala dei ricevimenti, dietro un lunghissimo tavolo, li aspettavano impettiti quasi sull’attenti cinque individui in giacca e cravatta.
Dopo una rapida e calorosa accoglienza e presentazione li invitarono a sedersi in modo che il capodelegazione potesse illustrare a Bonni il problema.
Si sa come in quei momenti tutto accade rapidamente ma quando gli sguardi si incrociarono, la vista rese consapevole la perfetta fisionomia del vecchio RUT.
Che, dolce come il miele e disponibile come una prostituta di lusso già ben remunerata, parlava e parlava ricordando di tanto in tanto le note gesta di Bonni e della sua genialità.
Il RUT non l’aveva riconosciuto come la persona che anni prima aveva umiliato e avvilito peggio di una bestia.
Come avrebbe mai potuto?
Bonni era un genio e anche in una eventuale somiglianza beh ,…… cose che capitano.

E Bonni per la seconda volta non reagì.
E si concentrò unicamente alla soluzione del problema che ottenne in quattro salti rifiutando successivamente con decisione il pacco di Link pronti dentro una busta bella gonfia.
Scrisse formule, tracciò schemi e indicò le conseguenti soluzioni senza mai perdere di vista un istante le pupille del RUT.
Il loro interno, il loro dilatarsi e stringersi.
E così fissandolo come uno scandaglio, quasi travolto dagli orgasmi bavosi dei colleghi di lui stavolta, sopportò in silenzio ma senza mai piegarsi, ancora una volta, la follia poco differente dalla precedente di quell’umano.
Si sentì davvero ammirato mentre lo salutava due file di luminosi ed ossequienti accompagnatori.
“La prego signor Bonni, la prego ci ripensi e torni, molti sono i Link che potrebbe guadagnare”.
Il RUT non riuscì mai a comprendere il perchè di quel comportamento.
Soprattutto quando Bonni lo salutò definitivamente e per sempre, con uno smagliante, verissimo sorriso.

Aveva imparato qualcosa di immenso quello sera.
Quanto potesse contare la credibilità.
Di quale sostanza fosse mai costituita.
Di quanta volatilità fosse affetta.

E decise più di prima di continuare ad essere solo una Persona.

Possibilmente migliore.

Franz.K 

venerdì 29 gennaio 2010

La rondine albina.




 [http://www.youtube.com/watch?v=Ekw27WVtdcc&feature=related]

Che bella e luminosa la piazza del vecchio borgo medioevale.
La piazza.
Il luogo della sfida e della festa di un tempo.
Dell’incontro e del passaggio.
Crocevia e ristoro.
L’unico luogo largo, in mezzo a tutto quel groviglio di stretti abbracci di case e piccoli vicoli.
La piazza.

Sono uscito sul tardi quella sera di agosto.
Sono uscito appena era possibile respirare,  in un piccola sosta d’afa.
Un caldo mortale quel giorno, ma pieno di positiva vita, almeno per me.
Sono sceso verso la piazza, dove sembrava almeno spirare un po' d’aria corrente.
Era l’ora vicina alla cena e non c’era molta gente.
Era calma la piazza e anche l’afa forse, per un po'.

Tutto intorno dove ti potevi girare, in quella specie di largo ovale circondato da muri antichi, potevi sentire squillare il garrire delle rondini.
Dall’infinità di nidi di fango e paglia grigiastri, appesi sotto gli ultimi coppi dei tetti.
Cantavano e volavano, tanto da farti credere di essere ad uno spettacolo di teatro perfettamente organizzato.
Spiccavano via in virtuose volanti capovolte per tornare con qualcosa da mangiare per i piccoli.
Che spettacolo.

Ma quella sera mi è sembrato di percepire qualcosa di appena differente.
In mezzo ai melodiosi canti, qualche nota stridula e stonata non poteva sfuggire alla mia sensibilità di attento ascoltatore.
Qualcosa non andava e dovevo cercare cosa.
Sbottonai completamente la camicia di lino per cercare un po' di frescura sulla pelle sudata del corpo, e cominciai il mio girotondo.
Tutto intorno alla piazza a testa in sù, nella scrupolosa ricerca della nota stonata.

Ad un tratto qualcosa di bizzarro comparve appena sopra l’inferriata di una finestra, in mezzo ad un nugolo di rondini apparentemente festanti.
Un grosso nugolo talmente agitato e confuso da superare la festosità.
Si sa dei loro rapidi movimenti, ma quelli in cui si esibivano in quel luogo, erano stranamente poco aggraziati.
Tra di loro, in mezzo a quello spiumare vorticoso,  compariva e scompariva  una macchia bianchissima.
Non potevano essere festanti le rondini, lo si avvertiva dalla tensione che producevano sulle sinapsi.
Erano arrabbiate e urlanti.

Passava da quelle parte il più anziano abitante del luogo anch’esso alla ricerca di un po' di frescura.
Si avvicinò, assicurandosi al solito, che fossi il tal dei tali, figlio del tal’altro....
Era tutto vecchio e curvo e faticai molto a fargli alzare lo sguardo verso la battaglia in corso.
Intanto lassù le cose si erano assai bene delineate.
Una rondine albina era attaccata da tutti i capi delle vari tribù dei sottotetti.
L’intenzione era fin troppo evidente: era necessario sopprimerla.

Il vecchio, nel frattempo, si era emozionato tanto da cercare di scansare, con inutili vorticosi gesti delle mani, le rondini assassine.
Avrebbe voluto salvarla, almeno quanto me.
Non riuscivamo a comprendere perché loro volevano ucciderla.
Era così bella.
Una cosa mai vista a memoria d’uomo, quindi anche per la sua di vecchio più vecchio.
Il candore del suo bianco immacolato era tale da farla apparire fatta di altro materiale, più morbido e splendente.

Noi pensiamo che gli animali abbiano un istinto di cancellazione della deformità per proteggere la razza.
Per non sporcarla.
Chissà se è vero.
Se è vero che temono le difformità dico, la mescolanza, il cambiamento.
Ovviamente si crede di sapere, tanto da essere certi, quanto  temono la debolezza.
Dell’albino temono  il debole della sua resistenza agli ultravioletti e per conservazione “solare”, lo sopprimono.

Il peregrinare di quel bianco batuffolo da un nido all’altro per cercare salvezza era uno spettacolo disperato.
Almeno per noi, osservatori di un altro mondo.
Sfuggiva e sfuggiva senza respiro, rincorsa da una assatanata nuvola grigia in una sorta di duello senza regola ne pari condizione.
Che non fosse la sua più rapida morte.
Come se dovesse addirittura essere censurata alla vista dei piccoli affacciati ai nidi.

Ma quella sera era una sera speciale.
Ormai maculata di schizzi rossi di sangue dovuti a tutte le beccate ricevute, si fermò appena sopra le nostre teste e allargò le ali in un volo stabilizzato, come ad aspettare, in un abbraccio, il suo fatale destino.
La campana del tozzo campanile del borgo suonò a morto.
E da lontano l’orda assatanata ad un tratto rallentò …. quasi a fermarsi …..per poi disperdersi.
E  anche la candida creatura finì per smettere di agitarsi.
Riprese fiato con calma, e all'improvviso volò via, forse finalmente convinta che la libertà della solitudine sarebbe stata vita quantomeno.

Molto differente dalla certa morte che aveva trovato nel tentare di far accettare la sua diversità.

La campana rintoccò ancora a morto il caldo dell’aria della piazza.
Era morto un uomo speciale.
Un uomo davvero onesto.
Il vecchio puntò il dito in alto e guardandomi, bisbigliò: ”vedi che se ne stanno andando via insieme?”.
“Si lo vedo, lo vedo ……” risposi per accontentarlo.

Poi la campana suonò il terzo e ultimo rintocco e con esso sussurrò la verità:
“L’uomo onesto l’ha voluta con se come suo ultimo desiderio”.
Al che, anche la piazza parlò:

“Due nature troppo difformi  per me”.
  
Franz.K

giovedì 28 gennaio 2010

Vorrei capire.




 [http://www.youtube.com/watch?v=mdYrUQQkTdU&feature=related]

Vorrei scrivere del capire.
E non riesco a capire in che modo sia possibile.
Vorrei riuscire a comprendere in un abbraccio con gli umani, ciò che la mia mente vede.
E quindi promette perché vede e non perché è già fatto.
Ma per il possibile che si può fare da domani.
Perché la mia mente lo vede.
E non comprende che è sola nel vederlo.
Quanto poco comprende.

Vorrei conoscere per donare, non per divenire indispensabile.
Vorrei essere indispensabile solo fino a quando il “solo per me possibile” diviene possibile e basta.
Per tutti?
No.
Non credo sia possibile per tutti.
Io vorrei che lo fosse .
Ma forse non è possibile.
Perché non tutti sono in buona fede.

Ed è il veggente che è soggetto alla prova provata.
Mai i giudici.
E i giudici sono sempre in gran numero.
Ognuno con la sua propria cattiva fede.
Mai visto un sorriso sul viso di un giudice.
Per quale motivo direte.
Semplice.
Di giudizi si muore per lo più.
Di una morte così giusta tanto da essere uguale per tutti.
Che nell’uguale per tutti non arreca danno a nessuno.
E in quell’uguale pianifica inesistenti quanto rassicuranti uguali destini.
Come se io mai potessi essere uguale per tutti.

Come il vino marcio della stessa tinozza.
Se è l’unico che c’è da bere diverrà buono anche se è veleno.
E per molti, guai se ce ne fosse di migliore.
Soprattutto differente.
Sopra ogni altra cosa difforme.
La difformità è il vero segno dell’esistenza di Dio, scrivevo convinto tempo fa.
Ancora stasera ne ho avuta prova.
La prova del  vero.
Nel rendere impossibili pulsioni di vita a miofibrille morte, dopo che la morte stessa aveva lasciato il suo lezzo su di me.
Pulsioni ….,Illusioni …… perché se dico speranze divento anche io un giocatore di poker.
Mentre a me piace giocare a vivere.
E realizzare qualcosa di vero.
Non per “fortuna” ma per dedizione.
Le cose vere aberrano la facilità.
Non c’è da fidarsi della facilità.
È inganno il più delle volte e bugia.
Quanto non c’è da fidarsi dei senza peccato.
Sono più sporchi di fango secco del fondo di un vecchio vaso.
Quanto pronti ad accogliere un bel fiore imputando ancora ad esso il fastidio dell’umido del suo ricco humus.

E insisto a voler scrivere del capire.
Senza assolutamente capire in che modo sia possibile far capire.
Perché a sordi e ciechi serve una guarigione prima.
Non la speranza del meglio, ma quella del minimo.
E devo capire.

Molti anni orsono, un professore, l’unico che incontrai che avesse mai qualcosa da insegnare, ci parlò dell’umiltà.
Cos’è per voi l’umiltà, chiese ?
Le risposte vanno risparmiate a vantaggio della sua spiegazione.
L’umiltà è tirarsi avanti nella consapevolezza di essere l’unico a potere.
Incredibile no?
Non è tirarsi indietro quindi, mai.
Quella non è umiltà, è paura o ignoranza.
Mentre l’umiltà è fiera consapevolezza e non timida postura.
È dono in quanto unicità nel potere, non arrogante mieloso inutile gesto nel provare a potere.
È dono da donare.
E da impedire di donare a chi non lo possiede.
Quanto ci insegnò quel grande uomo.

Mi mancano le persone di spessore che ho incontrato nella mia vita.
Mi mancano come aria fresca e pura.
Non c’è quasi più nessuno di loro ancora qui.
E mi manca il respiro.
E mi sento molto solo senza le loro menti e i loro cuori.
Sarà più semplice raggiungerli.
Quando l’ultimo respiro mi regalerà tutto l’ossigeno dell’infinito.

Forse è per questo motivo che mi trascino.
E mi ostino a scrivere del capire.
E di capire.
E ancor di più  vivere.

Fino all’ultimo respiro.

Franz.K

mercoledì 27 gennaio 2010

Efficienza&Povertà.




 [http://www.youtube.com/watch?v=6ViEACl5Wjs&feature=related]

È la povertà che può generare l’efficienza?
Le ristrettezze e le sofferenze della povertà?
È allora che gli umani divengono illuminati?
Stimolati senza freno ad atti intellettuali tanto felici e virtuosi da sfiorare l'orgasmo?
È quindi la povertà come brodaglia fritta nel quale galleggiano le necessità,  la scintilla per accendere il cervello?
Il famoso “di necessità virtù”?
Perché è quantomeno apparente che, da sempre, l’esistere è fatto in tal modo.
Se io do una cosa a te, tu ne devi prima una a me.
Il “devi prima” lo può richiedere solo un’entità che gode di meno necessità ad una che di esse è più afflitta.
Un meno povero ad un più povero.

Cosa può generare dunque la povertà?
Non credo possa generare efficienza nel senso più virtuoso e poco confuso della parola.
Può forse generare qualcosa che apparentemente le somiglia molto.
Può generare risparmio ad esempio, che, nel senso assoluto non è efficienza.
Può generare organizzazione che a volte riesce addirittura essere l’opposto.
Così come può generare speculazione e ricchezza appariscente, che le possono somigliare.
Tutti  solo facsimili, sfortunatamente.

Ma cosa sarà mai questa efficienza allora?
E cosa potrebbe produrre di così tanto differente da quel che crediamo il meglio?
Sarà più della ricchezza stessa?
Più della stessa virtù per come abbiamo sempre pensato che fosse?

L’efficienza è il termometro di quanta intelligenza abbiamo impiegato, rispetto a quella massima richiesta per soddisfare un processo.
Esso stesso scelto, per primo, per intelligenza.
Più si avvicina alla massima e più l'efficienza è elevata.
È tanta intelligenza quindi, non furbizia.
Non produce risparmi, ma bensì promuove le possibili gioie del vivere.
Potrebbe essere completamente disorganizzata, ovvero talmente umana, da non poter contemplare schemi ma solo purissimi sentimenti.
È talmente ricca di vere possibilità e contenuti che non potrà mai essere confusa con l’appariscenza o la speculazione.
Forse può nascere solo da infinita energia ……..
Forse le energie “finite” possono produrre solo povertà …….
L’efficienza è ricchezza vera, e forse può solo essere figlia di un processo che attraverso essa, troverà infinita energia, in tal modo che essa stessa poi, non possa mai più perire.

Di quanta intelligenza ha necessità ….!
Sapete cosa produce la vera efficienza rispetto a quella falsa e, per speculazione, più volte falsificata?

Moltissimo Tempo!

Per una sterminata, possibile, Felicità.

Franz.K

martedì 26 gennaio 2010

Non la solita musica.




 [http://www.youtube.com/watch?v=a_vwxSZzVQs&feature=related]

Quanto tempo è servito a costruire quel pentagramma.

Quanto per comprendere gli intervalli matematici delle note.

In modo che esse potessero risultare gradevoli.

In modo che producessero suoni, non rumori.

Adesso il problema è che si guadagna molto meno con la musica.

Ma pensate a quanto non la si conosce ancora adesso.

Perché il vecchio Archimede aveva tutti quei dubbi?

Gli intervalli numerici delle lunghezze delle corde vibranti assonate.

Cioè piacere, contro fastidio.

2,4,8 ……..i rapporti delle loro lunghezze.

Non 3,4,7,18.

Non a caso.

Il vecchio Archimede guardava le stelle incantate di notte.

Cercava di comprenderne i segreti.

E scoprì che alcune distanze fra di esse seguivano la stessa psicosi numerica delle note.

La musica delle stelle.

E si fermò lì, sfortunatamente al posto di cercare di comprendere il perché del piacere e del fastidio.

Si fermò ad un passo dall’ingresso principale di tutti i segreti: la mente e quello che viene dopo di lei.

Lo stesso posto dove siamo ancora fermi noi.

Sfortunatamente.

Avremmo dovuto provare a comprendere di più.

Ma per noi non c’erano le stelle a distogliere lo sguardo dal vero problema ma le possibili speculazioni.

Comprendere il perché di quel piacere o, fuori dalle incomprensibili“regole”, del fastidio.

Perché il piacere?

Cosa può essere?

Come può un suono dentro a quelle regole matematiche scatenare gioie e dolori?

Come può cantarle?

Tanto che niente altro forse può di più?

E poi crediamo di sapere cos’è la felicità e la fisica degli elementi.

Ma nulla sappiamo della musica.

E del gradevole o del fastidioso che scava in fondo a materia grigia incompresa.

A volte sono preoccupato di tutto questo.
Della sensazione di onnipotenza che affidiamo ad un numero e del suo vuoto di conoscenza vera.

Non si crederà di conoscere per capacità di misura?
Sarebbe drammatico esserne convinti.
Si potrebbe correre un grosso rischio.
Un rischio davvero inaugurabile.

Cercare energia senza conoscere il senso della Felicità.
Quello vero.

Quello che non si può misurare.

Ma solo cantare e  suonare.

Franz.K

domenica 24 gennaio 2010

Leggende incombustibili.




 [http://www.youtube.com/watch?v=2uDUp8DcU3s&feature=response_watch]

Gei-Gei era una donna davvero bella.
Occhi scuri.
Capelli rosso cupo.
Un sorriso dolcissimo.
Cocoricò la incontro sulle falde di un dirupo, in un giorno di luce dorata.
Si innamorarono quasi istantaneamente e senza alcun sensato motivo.
Come se i sentimenti potessero averne uno.
Ma vivevano in quel mondo preciso e matematico.
Ancora qualche tempo prima che la Felicità si esaurisse completamente.

Così, dati i contorni, accadde una cosa strana e difficile.
Accadde che si ritrovarono praticamente congelati in quella situazione.
Alle falde del pericoloso dirupo.
Freddi e congelati come filetti di sogliola.
Senza più alcuna possibilità di muoversi se non, alla lunga, disfarsi per putrescenza.
E, ovviamente, quando dico alla lunga, viste le temperature da conservazione a cinque stelle, dico alla lunga per davvero.
Una situazione imbarazzante.
Anche per i tagliaboschi di passaggio.

A Cocoricò un giorno venne un idea.
Non particolarmente brillante ma calda, quantomeno.
Era necessario, per sfuggire a quell’incantesimo, tentare l’autocombustione.
Senza farsi altro male ovviamente, senza scottarsi.
In qualsiasi caso si sarebbero liberati.
Almeno secondo i suoi convincimenti.
Così provò a comunicarlo a Gei-Gei.
Parlandole in qualche modo attraverso i sempre più ispessiti cristalli acquei.
Che, nel continuare a crescere, avrebbero finito per isolarli in davvero ormai poco tempo.

Nonostante la drammatica situazione, Gei-Gei si congelò ancora di più.
Forse era troppo spaventata da ciò che stava accadendo.
Forse era rimasta intrappolata senza alcun sensato motivo.
Come se il freddo potesse averne uno.
Probabilmente sperava di sopravvivere fino alla primavera quando il caldo sole avrebbe provveduto a sciogliere il freddissimo guscio che la teneva prigioniera.
O forse ……
Forse si conosceva meglio di quanto Cocoricò potesse sapere.
Era la sua natura, non una sua scelta.

Era così da sempre.
Era semplicemente incombustibile.
Nessuna possibilità di ossidazione.
Gei-Gei si scusò.
Di qualcosa di cui non avrebbe avuto proprio alcun motivo di cui scusarsi.
Era semplicemente la sua natura, non una presa di posizione.
Cocoricò però venuto al corrente della cosa si impietrì ancor di più.
Impietrito dentro un sarcofago di azoto liquido.
E a Gei-Gei, credetemi, non toccò fine migliore.

Tutto questo accadde moltissimo tempo fa.
Appena prima della completa estinzione della Felicità.
Alcuni credono sia solo una vecchia leggenda per attirare i turisti a visitare il dirupo.
Probabilmente è così.
Anche se sono rimasti dei segni botanici del fatto.
Segni senza alcun sensato motivo.
Ovviamente.

Probabilmente è davvero solo una antica leggenda.
Di cui si sono cancellate tutte le tracce.
In che modo?

Bruciandole.

Franz.K

sabato 23 gennaio 2010

Il bordo della medaglia.3-3




 [http://www.youtube.com/watch?v=P-LXCRz6z2Y]

La roccia crollò con uno schianto sotto il pugno rotante della trivella.
I calcoli avevano previsto lente erosioni, non un esplosione di quel tipo.
Per fortuna l’acqua salata ammortizzò l’espansione adiabatica degli elementi gassosi.
Dileguandola in un onda superficiale che raggiunse rapidamente la terra ferma del continente.

La trivella sottomarina fu sbalzata via come fosse una leggera stella marina.
Ma nonostante tutta la potenza della trasformazione energetica istantanea, l’equipaggio si salvò.
Il più ormai era passato e non restava che attendere.
Nel giro di qualche ora, il torbido, dovuto a tutti i detriti in soluzione, avrebbe trovato il tempo per decantarli.

E il limpido avrebbe fornito il responso sull’esito, almeno tecnico, dell’operazione.

Da un’altra parte del mondo nello stesso momento …..

La bottega degli sprechi, oggetto di continue ristrutturazioni finanziarie e riconversioni produttive era arrivata sull’orlo del baratro.
Nonostante la scoperta e le risorse dell’energia infinita, l’estinzione della Felicità, aveva determinato anche la fine di tutte le aspettative.
E le necessità.
Figuriamoci gli sprechi .
Una cosa tanto curiosa quanto vera è che la completa estinzione delle necessità non trascinò il desiderio verso le cose inutili ma verso il più distillato e verosimile nulla.
Il vuoto.
Il non senso.
Era ridotta, come tutto il resto ad un fetido orinatoio.
Non era il fallimento ormai che l’aspettava ma, data la precarietà della sua mai più mantenuta struttura, la demolizione.
Le cariche disposte secondo i precisi schemi dei genieri, cominciarono a leggere e suonare lo spartito, scandendo con precisione il tempo di tutte le sue note.

Da un’altra parte ancora del mondo nello stesso momento ……

Si avvicinò lentamente al piccolo giaciglio senza gambe, protetto per l’intero perimetro, da una fitta ringhiera di legno.
Il piccolo era sdraiato sul lato del corpo disposto in modo che lui non poteva vederne il viso.
Sapeva che sarebbe stato sufficiente dar corrente al minuscolo led notturno e circumnavigare il letto per dare la risposta definitiva e irrimediabile alla sua decisione.
Sarebbe stato sufficiente sfiorarne la schiena con i polpastrelli per comprendere se anche solo una minuscola contrazione muscolare aveva preso vita.
Si sdraiò di lato a quelle sbarre aggrappandosi ad esse con un mano.
La stanchezza e la disperazione per il fallimento lo stavano erodendo velocemente, come un acido dall’interno.
Appoggiò la fronte sul tappeto sporco e polveroso riuscendo quasi a sfiorarlo con le labbra.
Chiuse gli occhi stringendo al massimo la morsa delle ciglia.
Staccò la mano dal legno e attraversò le sbarre con i polpastrelli che sembrava volessero allungarsi elasticamente.
Finché non raggiunsero il freddo della nuca del piccolo.
Un lieve sussulto, soffice ed impercettibile, come il movimento di un pulcino dentro ad un uovo, trasferì le tenui ma inconfondibili vibrazioni.
Si addormentò istantaneamente, lasciando sprofondare le labbra finalmente decontratte nella trama dello sporco del tappeto mentre una lacrima scintillò via, incanalandosi nel solco di una delle sue rughe.

Anni dopo.

Il bordo delle medaglie che si forgiavano fondendo il prezioso metallo estratto dalla miniera della Felicità portavano incise le sue poche e semplici leggi.
Perché proprio il bordo?
Era l’unico posto dove si sarebbe potuto tanto.
La Felicità non poteva essere rappresentata, e  non avrebbe potuto quindi divenire né simbolo né potere.
Le icone di cose che non sarebbe mai più servite e che normalmente splendevano sulla faccia principale delle medaglie antiche..
Sul loro rovescio, al solito, altri simboli di esorcismo o vendetta.
Il rovescio della medaglia.
Il conto da pagare delle necessità e degli sprechi.
Era passato quel tempo.
Adesso era il tempo della Felicità.

Con le sue poche leggi incise con minuscoli caratteri, sui bordi di lucidi, semplici dischi.
Non monete.

Franz.K

giovedì 21 gennaio 2010

La miniera della Felicità.2-3




 [http://www.youtube.com/watch?v=YspaFgAV7D4]

 [http://www.youtube.com/watch?v=i-0VKYai49g]

Erano anni ormai che tracciava in continuazione le compressioni della crosta terrestre.
E analizzava campioni di roccia provenienti da incredibili profondità.
Fino quasi al magma.
Anni che trascorreva le notti senza sonno al tenue lume di un led di ultima generazione per cercare di capire dove posare la trivella.
Definitivamente.
L’ultima unica possibilità.
Gli errori non sarebbero assolutamente stati più sostenibili.
La fragilità del manto superiore, in alcuni punti, era ormai tale, da non essere sicuro anche per il solo passaggio dei mezzi sottomarini di trasporto.

E dire che ad un certo punto tutti avevano temuto il peggio per la questione dell’energia.
Quella profonda crisi che, nei primi decenni del secolo, aveva rischiato il conflitto.
E non secondo le storiche e logiche preveggenze.
Non una guerra interplanetaria dunque ma una alquanto più pericolosa.
Tra vicini di casa.
La guerra vera insomma.
Poi si era risolto tutto, per fortuna.
Con quella completa trasformazione della materia ……
E adesso si era al peggio.
E toccava a lui.

Tutti avevano stupidamente sottovalutato, dopo la conquista della trasformazione della materia in energia, che sembrava assicurare l’infinito, il problema della Felicità.
Gli umani, passata la paura dell’estinzione delle risorse e della conseguente autodistruzione, avevano trovato nell’infinita energia disponibile,  non uno stimolo per nuovi orizzonti, ma uno di aberrazione e miseria imprevisto e imprevedibile.
Nonostante tutte le teorie socio antropologiche, che prevedevano ed affidavano alla soluzione di quel problema tutti i motivi di un risorgimento culturale, che li avrebbe finalmente spinti oltre i confini dell’universo conosciuto.
Un poco si era esagerato con queste considerazioni ma nessuno avrebbe potuto prevedere il baratro di quel reale presente.

Con la piena soddisfazione delle necessità di quarto ordine gli umani avevano completamento cessato di avere aspettative di qualsiasi genere.
E con esse erano finite tutte le possibili successive motivazioni alle pulsioni vitali, come, almeno,  fino a quel momento, erano state interpretate.
Il completo stato di abbandono di tutto, aveva generato un aberrante marcescenza che progrediva dai rifiuti putrefatti per le strade, al sonno privo di sogni delle infinite notti di quelle penose anime, prive ormai di espressione e aura.

Era la Felicità che si era rapidamente esaurita, non l’energia.
E nessuno lo aveva previsto.
Sarebbe d’altra parte risultato troppo difficile.
Le necessità erano da sempre state elette dal medio sentire come la sua incarnazione, il suo più intimo e profondo significato.
Ma al superamento di quelle di quarto ordine la verità era comparsa con tutto il suo dramma.
La Felicità era tutt’altro.
E la scoperta teorica della sua miniera sottomarina, vicino all’isola di Pasqua, era l’unica speranza di salvezza.

E toccava a lui la decisione.
Rimasto uno dei pochi al quale la “malattia” era ancora combattuta da anticorpi abbastanza robusti.
Una sola possibilità.
Poi tutto sarebbe sprofondato chissà in quale baratro del nulla.
L’estinzione avrebbe davvero finito con il compiersi pienamente.

Dove posare la trivella.
Dove e quando far partire la spedizione.
Quando cominciare il countdown.
Una domanda la cui risposta e la successiva decisione giocavano a rincorrersi con il gelido uguale ma differente della fine.

E la luce del led non era più sufficiente a far chiaro dentro i suoi dubbi.
E al suo convincimento della rinascita.
Al suo credere in qualcosa che sarebbe comunque cambiato.
Che avrebbe cambiato anche lui.

Ad un tratto il pensiero corse altrove.
Pensò al suo ultimogenito
Ai suoi occhi senza pupille
Al nero vuoto del suo sguardo.
Alla sordità del contatto fisico del suo sistema nervoso.

Alzò il cyberphone .
Compose il numero vocale.
“Codice cifrato” rispose una voce metallica al di là della connessione.
Lo scandì con calma, poi premendo il tasto “cancelletto” sussurrò:

Cominciate.

Franz.K

martedì 19 gennaio 2010

La bottega degli sprechi.1-3




 [http://www.youtube.com/watch?v=p8gDg34MTyo]

Era poi un semplice uomo comune quello che realizzò tutto questo.
Che aveva intravisto una comprensibilissima opportunità, e neppure solo per se stesso.
Che si era trovato per le mani, un sacco di merce.
E aveva deciso di aprire una bottega, per sé e per i suoi figli.
Una grande bottega.

Aveva finito con sistemarla tutta in quel luogo, la merce.
Nello stesso luogo dove avrebbe trattato la sua compravendita.
Nella bottega.
Gli era costato una fortuna il lussuoso arredamento in stile postmoderno.
E tutto lo spazio intorno.
D'altronde era stata una intuizione davvero geniale.
Quale miglior “campionario” si era chiesto, se non tutto quel lusso?
Tutta quella fortuna che aveva speso per l’arredamento e lo spazio intorno, avrebbe finito con l’essere il miglior investimento.
Almeno per l’articolo che si era proposto di trattare.

Da  astuto commerciante, prima dell’apertura del punto vendita, lanciò anche una dirompente campagna pubblicitaria, usando tutti gli strumenti mediatici disponibili.
Tra giornalisti, registi, grafici, esperti in marketing, modelle da copertina e le quasi 2543 comparse, spese una fortuna di quasi 3 Tera di Link, la nuova moneta del mondo postmoderno.

Le azioni, ancor prima del giorno della sontuosa apertura della struttura commerciale, balzarono a quotazioni stellari, tanto la campagna promozionale riuscì a riscuotere la fiducia dei risparmiatori.

Poco tempo dopo la bottega cominciò la sua attività.

I risparmiatori, cioè, nella pratica, i clienti stessi della bottega, sancirono un enorme successo di “mercato” per la nuova impresa tanto che, nel giro di qualche poco tempo, i dividendi sulle azioni comprate in precedenza, divennero subito importanti.
Molto del capitale non ritirato, data la fiducia e l'affidabilità del titolo, venne reinvestito con il convincimento di tutti, soci e azionisti, per aumentare i punti di distribuzione su tutto il pianeta, ed incrementare in tal modo il business.

Sfortunatamente, alcuni anni dopo, non molti dopo, la ditta fallì, e con essa tutti i risparmiatori.
Un tracollo violento ed improvviso, quanto inaspettato.

Le vendite finirono per crollare in un tempo talmente breve, da apparire un evento inverosimile.
Le cose erano andate così bene che, nella “filiera”, non era stata previsto un piccolo ma fondamentale dettaglio.
Tutti gli acquisti, oltre che produrre tera e tera di Link per tutti, non potevano che divenire rapidamente “cose vecchie “, da cambiare con altre più aggiornate.
Tanto che, come appare di semplice comprensione, più si incrementava l’arrivo di novità, e più si generava la necessità di dismissioni.
E viceversa.
Così tanto da disfarsi della merce, quasi senza neppure averla usata.
Così, un bel giorno, da un lato, per eccesso di frenesia, si spensero tutte le aspettative e dall’altro, l’unica merce da vendere rimasta, di facile reperimento sul mercato, era la stessa che era già stata acquistata la prima volta ma, sfortunatamente, tutt’altro che nuova e brillante.

D’altra parte le cose che si vendevano, la merce trattata insomma, erano “Energie Sprecate”, sotto forma delle più inutili forme e servizi che possiate immaginare.

Alcuni esempi?

Viaggi in incantevoli luoghi di natura  libera e selvaggia, con l’obbligo di rigidissimi schemi da seguire sotto la guida di ringhiosi conduttori, splendidi impieghi con stipendi  da favola ma altissime “iscrizioni” da pagare per averli, lampade a bassissimo consumo prodotte secondo processi dispendiosissimi e completamente inefficienti, pannelli pseudo voltaici costruiti con sostanze tossiche, generatori eolici che producevano enormi mutazioni del microclima, microchip ad impatto ambientale zero, e durata di qualche nanosecondo, prima di una più evoluta e velocissima, di qualche nanosecondo in meno,  generazione, cappelli da prete solo per percussionisti …… insomma l’immaginazione forse non basta.

La bottega delle “Energie Sprecate” aveva ingloriosamente fallito.
Anche se, nel tempo del successo, aveva prodotto davvero fantastiliardi di Link.

Intervenne lo stato generale, e, il suo intervento, si servì dei più sofisticati congegni di sospensioni idrauliche servo assiste in circolazione.
Ammortizzatori da veicolo per trasporti eccezionali.

Alla fine di lunghe discussioni, sit-in, votazioni ed interrogazioni ai supremi parlamenti, si prese alla fine una severa decisione.

Si decise per una riconversione dell’unità produttiva.
Reinvestendo, almeno in parte, tutta la fortuna di Link prodotta dalla prima gestione.
Avrebbe assicurato il lavoro ed il giusto compenso, sia ai risparmiatori, che agli azionisti della nuova società.
Più o meno gli stessi di quella precedente.

La bottega riaprì e tentò di fare della misura e del buongusto il suo nuovo stile.
Anche se non era proprio in linea con la nuova merce trattata.
L’unica disponibile.
L’unica possibile.
“Energia Sprecata” di riciclo.

Sostanzialmente, rifiuti.

Franz.K

lunedì 18 gennaio 2010

La Paura.




[http://www.youtube.com/watch?v=46JqCLMbZq8]
 [Slideshow - set 10sec and play]
[http://picasaweb.google.com/p.i.francesco.cozzo/18012010#slideshow/5430108238155063650]

Era davvero strano quel minuscolo paesino.
Con tutti i servizi.
Ma con una strada a dir poco impercorribile, per raggiungerlo.
Come un piccolo mondo a parte.
Il castello, antica residenza dei frati fondatori, era il reale fulcro dell’abitato e cingeva tra le mura, sia l’antico convento, che la residenza di braccianti al servizio dei religiosi.
All’esterno di quel mondo, ed aggrappato ad esso, si era formato il nucleo di abitazioni “private” .
Tra il castello e il mondo civile, solo un minuscolo fossato.
Così minuscolo da poter essere trapassato con un salto anche da un bambino.
Poco oltre il ponte levatoio, il rivo d’acqua, al posto che continuare la periferia esterna delle mura, le trafiggeva, infilandosi all’interno,  attraverso un lungo e stretto cunicolo arcuato a tutto sesto.

Un giorno, verso l’imbrunire, un giorno di fine secolo di circa un paio di secoli fa, accadde una cosa terribile.
Mentre i contadini rincasavano dai campi, all’improvviso, il silenzio e la quiete del paesino, furono dilaniati da un disumano straziante lunghissimo urlo.

Di potenza sonora assolutamente non terrena.

La gente scappò, e si chiuse nelle case.
Terrorizzata fino al silenzio, da quello strano evento.
Passarono la notte a pregare, quasi tutti.
Ma la mattina successiva, la luce del giorno, e le necessità delle faccende della coltivazione, li spinse di nuovo all’aperto, nei campi, al quotidiano lavoro.

Sfortunatamente, l’imbrunire successivo, ripresentò lo strazio del precedente.
Con tonalità e frequenze appena differenti, il tuono di quella voce senza natura, rimbalzò da un architrave all’altra di tutte le case.
E di tutti i controlli emotivi degli abitanti
Facendo appena comprendere la sua sommaria provenienza: il castello o lì vicino.

Un uomo sbattendo la porta dietro a se, nella sua fuga verso casa, gridò:
"è arrivata la Paura!"
 e continuò:
"Che nessuno esca più dalla propria casa, che nessuno parli con il vicino, con i parenti siano essi i figli o la moglie, che mai sia tentato di andare nei campi, e che tutti tengano le finestre e le porte di casa ben chiuse.
È arrivata la Paura e dobbiamo stare nel silenzio e nel buio.
Solo i religiosi potranno forse fare qualcosa".

L’indomani, nel deserto dei campi e delle strade del paese, i religiosi decisero per una processione per l’intero abitato, in modo da benedirlo e tentare un esorcismo, riguardo la nuova cattiva presenza.
Poco prima dell’imbrunire però, loro stessi, sveltendo il passo, si rinchiusero nelle loro celle di preghiera, aspettando il nuovo boato.

Che puntualmente si ripresentò.

Erano ormai più di due settimane, e le scorte di cibo cominciavano a scarseggiare, quando un uomo, l’unico che avrebbe potuto far qualcosa, prese una decisione.
Era nato senza paura e quindi, privo delle sue sensazioni emotive, non la percepiva e non poteva quindi subirne le drammatiche conseguenze.
Un uomo senza paura, sarebbe andato a cercare la Paura.
Per scovarla, comprenderla, e decidere cosa farne.
O cosa avrebbe fatto lei di lui.

La speranza  bisbigliò negli spifferi delle porte l’annuncio dell’evento, a tutti gli abitanti del paese.
E tutti cominciarono a pregare, con più ardire e credo.

Era un venerdì di fine marzo e aveva piovuto tutto il giorno, quando l’uomo, indossato il suo cappello a larghe tese e la giacca di fustagno, si incamminò verso la piazza del paese e, attraversandola, si diresse verso il castello.
Era poco prima dell’imbrunire, e non voleva perdersi neppure un istante di quel suono diabolico, tanto da tentare, nel tempo della sua durata, di intercettarlo e seguirlo fino al suo vero nascondiglio.

E il fragore arrivò, portando con sé tutto il gelo e i brividi che cancellano la mente e la ragione, i sentimenti e le vibrazioni che distinguono il vivente dall’inerte.

Ma lui non aveva paura, e affrettò il passo verso la fonte delle compressioni e rarefazioni elastiche dell’aria sempre più in fretta, tanto da farle divenire sempre più chiare.
Più si avvicinava e più il terrore, se fosse stato un uomo comune, l’avrebbe pietrificato.

L’agghiacciante urlo sembrava provenisse proprio dal cunicolo nel quale si infilava il rivo di protezione del castello, trapassandolo, per formare al di là delle sue mura, un piccolo laghetto per abbeverare gli animali.

Si sfilò rapidamente solo il cappello e con tutto il resto, giacca inclusa, si infilò nel rivo e nuotando, prese la direzione verso lo stretto budello.
La Paura e le sue pulsazioni sonore intanto crescevano fino quasi ad assordarlo mentre lui, senza troppi spruzzi, le nuotava incontro.

Il tremendo ululato smise solo, quando, alla fine, egli l’afferrò.
Era pelosa e fredda la Paura.
E tragicamente incagliata tra le forti liane subacquee di una strana pianta.
La liberò mentre essa si dimenava, ma senza più emettere che flebili sospiri.

La bestia era  di aspetto spaventoso, ma buona.
Poteva essere il frutto di uno strano incrocio di origine incestuosa o comunque, poco convenzionale.
Le sue carni erano macere e prossime alla definitiva cancrena, dopo tutto quella permanenza nelle gelide acque del rivo.

La portò verso casa e la curò, e vissero insieme e, insieme, qualche tempo dopo, lo stesso giorno, morirono.

Ma l’indomani della notte in cui lui la liberò ci fu un grande festa, nel paese.

Poi  i contadini poterono finalmente tornare nei campi.
E i religiosi tornare a pregare.

Franz.K

domenica 17 gennaio 2010

Due linee.




 [http://www.youtube.com/watch?v=Urfjyj4FnUc&feature=related]


Il Responsabile ero un tizio lungo e magro.
Era arrivato in quel luogo per tirare alla pensione.
L’ultimo accesso della tremenda malattia che lo aveva colpito, era stata la goccia di troppo nel vaso già colmo.
Oltre era meglio non rischiare.
Per quel poco che gli mancava al meritato riposo.
Una piccola manciata di anni.
Che in quel luogo sarebbero trascorsi sereni e leggeri.

Eravamo diventati molto amici.
Dopo un incontro piuttosto burrascoso visto il reciproco spiccato egocentrismo.
Visto i nostri gloriosi passati.
E le nostre recenti convalescenze.
Al mattino prendevo il bus perché alla sera era ormai tradizione ospitarlo a cena in cambio di un passaggio.
Viveva da solo in quel luogo.
Dalla domenica sera al sabato mattina.

Lei da quando era arrivato, la lei della prima porta del primo scaffale sulla destra, era molto cambiata.
Doveva  essere stata una donna molto attraente solo qualche anno prima.
Non molto slanciata ma, rotonda e molto femminile.
Era cambiata dai tempi dell’arrivo del Responsabile.
Aveva cominciato ad indossare conturbanti minigonne, t-shirt molto aderenti e lucide calze di nylon.
Camminava in modo differente dal solito.
Da quando lui era arrivato in quel luogo.

Solo molto anni dopo compresi che, nell’apparente silenzio, viveva l’ardire di un profondo, reciproco innamoramento.
Ero troppo preso dal convincimento dell’importanza del mio servizio.
Troppo arrogante per accorgermi di sentimenti.
Figuriamoci di sentimenti altrui.
Peccato che ero così.

Tutto cambiò all’improvviso, un bel giorno.
Il giorno in cui, mal avvolte dentro della carta oleata, arrivarono le Due Linee.
Le Due Linee.
Il problema irrisolto.
Perché erano arrivate li?
Non bastava la nostra convalescenza e i gloriosi passati, a tenerci lontani da pericoli così ancora una volta disumani?
Le Due Linee.
Sottili.
Grigiastre.
Sfocate.

Una davanti all’altra.
Una serie sopra e quella di scorta sotto.
Ma il problema si sarebbe potuto risolvere solo pensandone due.
Guai a farsi ingannare dall’effetto ottico delle doppie.
Era necessari rimanere concentrati solo su due.

Le Linee impossibili.

Volete sapere il problema?

Va bene.

Il problema era trovare il modo di congiungerle e separarle con la minima massa.
Un punto.

Nel minor tempo possibile.
Un secondo o meno.

Nella pratica ovviamente.
Ma anche nella teoria.

Il Responsabile ricominciò a fumare e al posto che dedicarsi al suo amore di piccola tonda femminile creatura, cedette, ancora una volta alla tentazione del supremo.
Dal leitmotiv di Wagner, dalla corrente del fiume, dall’impronta eterna.
Avrebbe semplicemente dovuto dedicarsi al suo piccolo tondo femminile amore.
Al posto che tentare e farsi tentare dal problema delle Linee impossibili.

Ma io non posso fare prediche.

Io che una mattina arrivai, quasi ormai ricaduto nel peggio della malattia, a risolvere il problema impossibile.
Le congiunsi e separai in meno di un secondo con un piccolo punto di massa infinitesima, più e più volte.

Pochi giorni dopo ero ricoverato nel reparto di rianimazione trafitto da un fascio inconsistente di tubi.
Per poter almeno respirare.

Tornai verso casa di notte, una notte qualsiasi, circa un paio d’anni dopo.

Io e il Responsabile abbiamo fatto un giro in barca a remi di notte sul lago al mio ritorno.
Lui aveva perso per sempre, il suo piccolo, tondo femminile amore.
Per pochi soldi e un futuro senza orizzonti.
Si scusò per la rianimazione, prima di partire.
Ricordo l’armonia di un violoncello alla finestra di una villa settecentesca, in mezzo al profumo di acqua del lago.

Congiungere.

Separare.

Ci riuscì più e più volte.
Ma la partita era persa .
L’eternità non aveva le movenze della sua passione perduta .
E neppure della mia ritrovata follia.

Congiungere.

Separare.

Più e più volte.

Un giorno ci siamo persi di vista io e il Responsabile, per sempre.

Le linee, ormai vinte e stanche avevano scelto ciascuna la propria strada.

Scivolando via veloci dal pezzo di carta oleata.

Franz.K

sabato 16 gennaio 2010

Se fosse possibile.




 [http://www.youtube.com/watch?v=MjdRCCqkxqg&feature=related]

La velocità e i bassi consumi non vanno d’accordo.
Li dividono leggi esponenziali.
Le leggi delle resistenze.
Leggi.
“Fatta la legge trovato l’inganno”.
Mi direbbe chiunque.
Ma sto parlando della fisica.
Niente inganni.
Credo non sia possibile.

I rifiuti e i bassi consumi non vanno d’accordo.
Per una questione più raffinata.
È un piccolo problema di speculazione.
Che fa del contenitore oggetto a più elevato valore aggiunto del contenuto.
“Basta votare differente”.
Non so se chiunque mi direbbe, ma molti si.
Ma sto parlando delle mode degli uomini.
Dove il differente?
Credo non sia possibile.

La povertà del mondo e la carità dei ricchi non vanno d’accordo.
Come potrebbero?
L’una è figlia di una proprietà dell’altra.
Credo sia un problema di coinquilini.
“Basta cambiare residenza”.
Quasi tutti sarebbero d’accordo, ma non molti.
Basta andare su un’altra stella.
Con quale sogno?
Credo non sia possibile.

Dimenticavo.

La povertà del mondo, la carità dei ricchi e i bassi consumi non vanno d’accordo.
Troppa energia per sfamare la povertà e sentirsi a posto.

Dimenticavo anche un’altra cosa.

Intendevo dire per bassi consumi, elevata efficienza.
Non miseria.

Più intelligenza, intendevo.

Se fosse possibile.

Franz.K

venerdì 15 gennaio 2010

Mezza Fisica




 [http://www.youtube.com/watch?v=FC9IH4thaeU]

Al “Miramonti” non sono solo. 

Cioè non ho lasciato soli ed in pace i commensali della cena di fine anno, qui, nelle alte vette della purezza. 

Una grande famiglia. 

E Larss mi ha onorato con un posto a capotavola. 

Sono arrivato fino a qua, tutto solo, nel buio della notte, attraverso le nuvole che si erano posate sui rami infreddoliti del bosco. 

Con molto caldo addosso da parte mia, al solito. 

E’ una sorta di valle incantata quella che devi attraversare per raggiungere questo luogo. 

Davvero speciale tutto. 

Tutto davvero molto in pace. 

E’, in un certo modo, come risalire una ripida lama di coltello, adorna di stupendi e giganteschi alberi. 

Al di sotto di essi, a giusta portata olfattiva, un sacco di muschi e di rare erbacee. 

Il buio e la solitudine, all’inizio, mi hanno spaventato un poco, poi, pian piano, è tornata la sintonia. 

Tutto calmo e tranquillo. 

E’ stato necessario un po' di tempo. 

Poi di nuovo calmo e tranquillo tranne il muoversi di minuscole nuvole biancastre e l’ululare degli abitanti del bosco. 

Le minuscole nuvole, come fantasmi buoni e rassicuranti, hanno accompagnato i miei ritmi lenti e il mio respiro profondo. 

I canti degli abitanti del bosco mi hanno rassicurato della non presenza di razze umane potenzialmente molto pericolose in quella situazione. 

Solo animali, niente umani. 

Tutto tranquillo. 

Sono arrivato in grave ritardo e ho cercato di guadagnare tempo sul tempo della doccia bollente, prima della cena. 

Un poco ci sono riuscito e con mio grande stupore, mi è stato riservato il posto di capotavola. 

Sono a capotavola di una grande famiglia che non conosco ma che mi accoglie nel migliore dei modi. Mi presento ad alta voce e mi seggo. 

“Ciao Franz”! 

Si può finalmente cominciare. 

La Madre mi guarda. 

Ha uno sguardo buono, rassicurante, tanto che riesco a confidarle tutti i miei desideri. 

Almeno alla sua gigantografia, appesa al muro alla mia destra. 

I commensali pare si conoscano proprio tutti, come una grande famiglia. 

Sono in più di una ventina tra grandi e piccini. 

Sono in ritardo sull’antipasto che loro hanno già consumato e cerco di affrettarmi un poco nel consumarlo anch'io, per riguadagnare ancora un poco di tempo perduto. 

Larss capisce e prima che abbia finito tutto porta via il mio piatto che con uno sguardo di intesa comprende non avrei comunque finito. 

Il ritmo della cena, quello che si vuole che abbia, può riprendere tranquillamente. 

Mentre Larss serve l’abbondantissimo piatto unico a base di carne o verdure, arrivano i musici, che, non fosse altro che per il programma stampato, dovrebbero farla da padroni. 

Vedremo. 

Sto bene però. 

Non mi sento fuori posto. 

E questo mi inquieta. 

Come la Madre che non smette di invitarmi con il suo sguardo a confidarle i miei desideri. 

Ma tra poco comincerà la musica e vedremo, anzi, sentiremo. 

Continuo ad essere scettico ma sto bene. 

Tutta colpa della Crisalide, mi dico, che, almeno per rabbia, mi ha condotto fino a qui. 

Si era proposta Lei, aveva insistito sulla mia sepolta felicità ed aspettativa di partecipazione. 

Così mi sono impegnato, ho prenotato, ho telefonato, mi sono sbattuto. 

Ci ho creduto insomma. 

Poi, all’improvviso, la Crisalide ha deciso al contrario, al solito. 

La Madre che invita con gli sguardi, ......la Crisalide che si ritrae al solito....

Boh. 

Non che ci riesca a capire un granché. 

Ma la musica intanto è cominciata .....

Era cominciata almeno.....

E bene per un piccolo tempo. 

Temo che la Musica come la bellezza siano cose da “moderare”, altrimenti rischiano degradi nel consueto o, peggio, nel kitsh

E’ ancora presto però per giudicare. 

Vedremo. 

Al momento, chiedo birra, mi portano birra, e questo, per adesso, è il trono delle priorità. 

Chissà cosa penseranno vedendomi scrivere veloce e chino sul tavolo.......
..... Un matto probabilmente................

Chissà come è capitato qui. 

All’improvviso si materializzano strane comparse. 

Faccio una pausa. 

Sono confuso e devo capire.

........................

........................
  
........................

Eccoci.

Non che il tempo mi abbia aiutato nella comprensione,tanto che sembra divenire sempre peggio. 

Strani figuri vanno e vengono: c’è Cappuccetto Rosso e il gobbo di Notre Dame in versione femminile.

.....la musica, sfortunatamente, peggiora anch’essa...... 

rivolgo lo sguardo alla Madre cercando conforto. 

Lei mi rassicura profondamente tanto da convincermi che le promesse verranno assolutamente mantenute. 

Non avrebbe alcun senso altrimenti. 

A meno che.........

A meno che, stanotte, sia riuscito, in qualche modo, ad avere la meglio sul Tempo. 

Come? 

Deformandolo solo un pochino ......

Sfasandolo un istante.......

Tanto che le cose hanno perso completamente il loro senso. 

La loro logica e la loro consecuzione. 

Possibile? 

Scrivendo dietro i fogli dell’ultima teoria del Tempo e dell’Energia, dell’Inerzia e della Gravità, mi rendo conto che è possibile. 

Che cosa volete che vi dica adesso? 

Che ci sarà un “botto”? 

Solo per una leggera contrazione del tempo? 

No. 

Niente botto. 

Anche se è capodanno. 

Un certo, piccolo tempo dopo, son certo non sareste in grado di ricordarne l’onda di compressione e tutto, nel vostro ricordo, diverrebbe solo un flop

Altro che Boom. 

Proprio come i passeggeri botti di capodanno. 

Bisogna essere pronti, per taluni “rumori”. 

Come bisogna essere pronti per talune sorprese:

D’improvviso è comparsa una donna con il suo uomo. 

Nuovi della serata, almeno. 

Non potresti assolutamente distinguerli l'uno dall'altra, se non che lei indossa una minigonna e delle calze “da donna” coprenti in cashmire . 

E per il fatto delle movenze femminili che usa durante il vorticoso ballo al ritmo della musica appena migliorata.....

I corti capelli ed i baffi pronunciati, fuori dalle femminili movenze della danza , non riuscirebbero a distinguerla molto dal suo “lui”. 

Sembra un rospo il suo “lui”. 

Di profilo ovviamente. 

Veste elegante. 

Tutto in cashmire. 

Che coppia. 

Adesso la danza ha preso un po' tutti e così almeno posso scrivere in modo che tale azione non risulti molto differente dal comune folle agire. 

Il mio modo per ballare insomma. 

Larss intanto va e viene. 

Sembra l’unica persona qui. 

E’ un tipo distinto con fare nobile e gentile. 

Ed è preciso. 

Sa quando venire a chiedere se serve altro o scomparire e basta. 

Eppure la prima volta che l’avevo conosciuto mi era parso peggio degli altri. 

Almeno di quelli di questa sera. 

Chissà che tra un poco non mi appaiano distinti e nobili tutti.
....................

....................

....................

Ho dato tempo al tempo. 

Ma niente. 

Non è accaduto. 

Credo di aver avuto ragione a non fare "botti". 

Credo che per buona fede mi sarebbero esplosi addosso.

La Madre. 

La Crisalide. 

Gli amici della staffa che non sono venuti. 

Sapete cosa mi dico? 

Meglio cambiare ascesa. 

Il buio non è una condizione ma un luogo. 

Meglio un’altra, la prossima volta. 

Anche se qui tornerò presto e spesso perchè sto bene.

Per intanto buon anno. 

Qualcuno osa affermare: "ad una manciata di anni dalla fine del mondo......."

Boh.

Riuscirò a sfasare il tempo ancora, la prossima volta? 

Credo di si. 

Quel tanto che tutto ritroverà il suo senso. 

O lo perderà per sempre.


[Slideshow]

Franz