Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

lunedì 1 febbraio 2016

Il Vendicatore solitario dei Navigli






Sembra strano stasera.
Siamo qui a pensare di poter dimenticare, nonostante i bicchieri siano ancora sulla tavola, nonostante il mio desiderato stato di sobrietà mi porti a negare l’assaggio degli ultimi pregiati distillati.
E con essi ed il loro consumo, qualsiasi possibilità di omissione, sepoltura, oblio.
Del conscio e dell’inconscio.
Non posso dimenticare, non appartiene sfortunatamente alla mia, considerata dai più, bizzarra natura.
(Personalmente la sento solo una natura del tutto normale, per quanto valgano le autodiagnosi.)
Avrei voluto comunque poterlo fare, il dimenticare, in più di mille occasioni, circostanze, contingenze e situazioni.
Belle o brutte.
Non posso e basta e, in fondo, mi rende solo uno stato di serena allegria, il ricordare.
Decisamente in contrasto con la tristezza che mi arreca la memoria corta ed eccessivamente lobotomizzata del tempo corrente e delle sue troppo in fretta dimenticate, disgraziate novelle quotidiane.
La storia che tratto qui, mal si adatta allo sfuggevole di una semplice gazzetta e dei suoi conseguenti commenti già affetti da amnesia il giorno dopo se non il giorno prima.
Perché questa non è una semplice storia dell'ultima guerra o dell’ultima sconvolgente quanto sfuggevole alla memoria, notizia noir.
All'apparenza può sembrare anche tale ma non lo è affatto.
E forse è proprio questa la sua principale prerogativa, essenza.
Di come un qualsiasi potenziale “nero”, “buio” e “pericoloso” possa divenire, non solo un “chiaro positivo” ma addirittura un sentimento: il più puro forse tra tutti.
Mi sembra strano anche oggi, che provo a narrarla con la mia scarsa, quanto anche molto arrugginita e per molto tempo abbandonata, tecnica scrittoria.
Strano quanto sia allegro anche questo.
Perché per un istante non confonde i miei pensieri rispetto a quanto leggo quasi tutti i giorni sugli “organi ufficiali” dell’informazione.
Alla medicina somministrata quotidianamente.
Inquietante “rimedio” per dar vita a stereotipate conversazioni che aiutano a “passare il tempo”, quasi ne avessimo una impellente, inderogabile necessità.
E non parlo di informazione condizionata, sarebbe necessario averne le prove per dichiararlo, ma solo molto superficiale, mai contagiata da un “umano”.
Contagiata e afflitta purtroppo solo da una ben celata astrazione, da un immediato sfuggevole stupore, se non, addirittura, una sorta di rapido consumo isterico al quale può seguire solo il limbo cerebrale.
So di aver espresso tre volte lo stesso concetto e forse male in ogni caso ma  non è più tempo di perdere la strada, quindi procediamo.

A questo punto come interviene un titolo così audace?
Il vendicatore solitario dei Navigli: chi è?
Cosa mai è accaduto, quale è la storia?
Ebbene essa è semplice e priva di stupore, almeno di quello descritto in precedenza, e con quel che resta di tanta ruggine provo a scriverla.
Qui, nel bianco digitale, pubblico quanto privo di qualsiasi secondo fine, legato semplicemente al valore personale di “esistere”, della sua libertà di poterlo fare e di poterlo fare magari "a modo mio".
Senza scopo direbbe qualcuno, con l’unico vero scopo direbbero pochi, ed è sempre a questi ultimi che mi rivolgo, è a loro in cui credo.
Ed è per loro che lo faccio, senza prezzo e senza scuse, quanto senza alcuna necessità di dominio di una scena, né tanto meno di sete di fama o successo.
E solo loro, quei pochi, ne intuiscono, probabilmente, il senso compiuto.


Un fine inverno di qualche tempo fa, non molto lontano da quello odierno.
Un fine inverno che ancora non apriva le porte ad un convincente inizio della primavera.
La locazione geografica della città è semplice da intuire, quanto non lo è la situazione.

Un uomo corpulento, di statura non indifferente e dalla forza fisica proporzionata alla sua anatomia.
Un uomo con tanti grattacapi.

Una rosa, in un vaso.
Una rosa di fine inverno.
Rossa.
In un semplice vaso.
In mezzo ad altri vasi e a piante sempreverdi della penisola di circoscrizione dei tavoli esterni di un locale.

Quanti pensieri per quella strana figura d’uomo, quella notte.
Quante stranissime preoccupazioni.
Almeno senza senso quanto il mio scrivere.

Non si può dire che l’avesse incontrata.
Ma semplicemente raccolta.

Non si sarebbe potuto fare in altro modo.
Che raccoglierla.
E non era da lui.
Aveva già troppi problemi con se stesso.
Troppi grattacapi.
Anche se ad essi aveva trovato quantomeno un rimedio.
Magari non proprio ortodosso.
Ma funzionale almeno.
E non avrebbe potuto che raccoglierla.
In quelle misere sporche vesti.
E poi?
Cosa ne avrebbe fatto di lei?
Con tutti i grattacapi che già aveva ed annessi strani rimedi.
Si ritrovò spiazzato, come un bimbo davanti ad un algoritmo troppo complesso.
Devi affidarti al cuore, all'intuizione, alle emozioni pensò.
E non era da lui pensare in questo modo.
Con tutto il pericolo che possono produrre poi le emozioni.
Un pericolo incalcolabile.
Ma ci pensò con le emozioni.
E la raccolse.
Ne accettò senza alcuna logica le conseguenze.
Erano semplici le conseguenze.
Quanto destrutturanti.
Si poteva solo raccoglierla, lì per lì …
Ma quel "lì per lì" non sarebbe mai bastato, lo sapeva in fondo, non sarebbe mai stato sufficiente.
Era necessario prendersene cura.
Molto, molto di più che semplicemente raccoglierla.
Era necessario ospitarla, rivestirla, lavarla, sfamarla …
Prendersene cura in tutti gli aspetti che questa azione determina.
Ospitarla le apparve come la cosa più necessaria, quanto più difficile.
Perché avrebbe dovuto convivere, anche lei, con i suoi grattacapi e con gli strani rimedi.
Ma ormai era fatta.
L’azione del raccoglierla, senza un sensato motivo che non fosse quella tremenda emozione, non poteva più escludere la reazione a catena di tutti gli altri doveri correlati.
E, come si sa,le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il  "poco sensato" di averle accolte.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.
E, per un istante …
Perché non dura più di un istante …
In quella dimensione sei fin contento di esserci finito.
Ed è la fine.
O l’inizio.
Dipende.
In quel caso, nel suo caso, cominciò qualcosa.
E anche per chi non ha grattacapi e stranissimi rimedi.
Se mai ha provato, sono certo che può comprende.
La raccolse e la accolse, la rivestì, la sfamò, la lavò, le offrì tutto ciò che aveva.
E, nonostante questo, mancava ancora qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa.
Da quel punto in poi almeno.
Da quel "lì per lì" in poi.

Era notte, una strana notte di fine inverno che ancora non apriva con decisione le porte ad un primavera.
Lei dormiva.
Finalmente in un letto.
Profumato di lenzuola pulite.
Caldo, finalmente.
Sicuro e rassicurante.
Ma per lui non era sufficiente.
Non bastava, mancava qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa oramai.
Una certezza che, per quanto ossessiva, lo aveva cambiato.
E quel cambiamento era travolgente.

Indossò il pesante soprabito e il cappello a larghe falde.
La notte era fredda fuori.
E i grattacapi non erano di certo passati.
Sopiti magari.
Ma non passati, non sarebbero mai passati.
Le stradine in selciato della città erano lucide e bagnate di nebbia.
Abbastanza deserte a quell'ora.
Deserte a sufficienza per riuscire a passare un po’ inosservato.
Nel suo procedere un po’ piegato in due.
Per sopportare meglio il freddo umido e i grattacapi.

E c'era una rosa che lo aspettava.
Rossa.
In un vaso tra molti sempreverdi.
Una rosa d’inverno che aveva già aperto le porte alla primavera.
Come lui.
Uguale.
Aveva ceduto anche lei all'emozione.
Senza senso alcuno.
Di una fioritura anticipata.
E a volte le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il già poco sensato di averle accolte.
Vissute.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.

E anche la rosa aveva ceduto ad un emozione quanto lui.
Anche se lei aveva un proprietario.
Anche delle sue emozioni senza senso.

L’uomo con i grattacapi lo sapeva ma in quel momento voleva ignorarlo.
In quel momento aveva semplicemente trovato quello che gli mancava.
Almeno in quel momento.
Si intrufolò tra i sempreverdi.
Maldestramente.
Come maldestro era il suo solito fare.
Creando disordine, rumore e danno.

Il locale, a quell'ora, era chiuso.
Ma non vuoto.
All'interno consumavano la cena due amanti.
Una cena intima.
La cena del proprietario del locale, un uomo con il tastevin
Un uomo che conosceva il tastevin
Del quale ne era davvero degno.
Con quel che ne consegue.
Con tutto l’umano che ne consegue.
Con tutta la cultura e l’intelligenza che ne deriva.
Che fermenta quando conosci appieno un fermentare miracoloso della natura.
E conoscere è cultura e rispetto, è rispetto e tolleranza.
Un uomo con il tastevin, se lo porta perché ne è degno, ne ha da vendere di questa rarissima merce.
Una cena di un uomo con il tastevin insieme con il suo amore.
Che aveva finito il suo lavoro e lo aveva raggiunto.
Come sempre.
Nelle tarde ore con il locale chiuso e finalmente a disposizione solo per loro.

Il rumore prodotto dall'uomo con i grattacapi non poteva non essere udito.
E si sa che la città, quella città, di notte ha i suoi rischi.
Normalmente si chiamano le forze dell’ordine.
Lo avrebbe fatto chiunque.
Ma non l’uomo con il tastevin.
Forse non era semplicemente nella sua natura.
Sicuramente non nella sua cultura.
Uscì.
E vide questa figura scura, nello scuro della notte.
Una figura corpulenta, alta e scura.
Con il vaso contenete la rosa in mano.
Pronto ad andarsene.

“Buonasera” “come va”?
“Piacere, mi chiamo …… “disse l’uomo con il tastevin, mentre allungava la mano per presentarsi.
“E ….perdoni, cosa fa con la mia rosa d’inverno in mano”? .... sorridendo.
I grattacapi dell’uomo che si era appropriato della rosa d’inverno peggiorarono all'istante.
Porse la mano per poi ritrarla d’improvviso.
Posò a terra il vaso.
Si levò il cappello.
Chiuse forte in un pugno le dita della mano destra.
La alzò al cielo e si percosse con il pugno, e con molta violenza, quattro volte in testa.
“Io sono il vendicatore solitario dei Navigli!” gridò.
“Piacere di conoscerla” rispose l’uomo con il tastevin.
“Può farmi la cortesia di rimettere la rosa al suo posto e sistemare il disastro che ha fatto”?
“La rosa è per la mia signora” rispose l’uomo con i grattacapi, l’ho appena raccolta dalla strada e accolta nella mia casa.
E mancava qualcosa.
Questa.
Una rosa rossa d’inverno.
Che aveva già aperto le porte alla primavera.
E adesso è notte ma mi mancava, perché mancherà sempre qualcosa.
Le chiedo scusa, comprendo quanto mi chiede, ma mi mancava e spero che anche lei comprenda”.

L’uomo con il tastevin sorrise ancora e rientrò dalla sua amata per finire la cena.

L’uomo con i grattacapi si mise al lavoro per risistemare tutto e ridare alla rosa il suo posto.
E se ne andò.
Per le stradine in selciato lucide e bagnate di nebbia.
Ormai completamente deserte.
Arrivò a casa.
E si sentì stranamente sereno.
Qualcosa era cambiato.
Per sempre.
Poteva contemplare la sua emozione.
La contemplò, vegliandone il sonno tutta la notte.
In fondo sarebbe in ogni caso mancato qualcosa sempre.
Da lì in poi.
Sempre.
E l’uomo con i grattacapi sorrise anche lui, dopo tanto, tantissimo tempo.

L’indomani, nel locale dell’uomo con il tastevin, giunse un corriere.
“C’è un pacco per lei, una firma per favore”.
Conteneva un bellissimo dono.
Il mittente era l’uomo con i grattacapi.
Un dono e un biglietto di scuse.

Se passate da li.
Qualche volta.
Entrate nel locale.
Ne vale la pena.
Li trovate quasi sempre.
Una coppia di magnifici amanti composta da un uomo con i grattacapi e una bellissima donna.
L’uomo con un po’ meno di grattacapi e la donna senza più alcuna necessità di essere accolta.
A godere, insieme e con sobrietà, di pregiati distillati.
Serviti con cura, classe e affetto dall'uomo con il tastevin.


FranzK.  

Tratto liberamente da una storia vera.

sabato 20 aprile 2013

Sabato ... Domenica.






















http://www.youtube.com/watch?v=wMJBQh24mUw



Due giorni,
Al massimo.
Meglio Sabato,
Dove tutto sembra,
Non finire mai,
La Libertà,
Finalmente.
Conquistata.
La pace.
Che non è riposo,
Ma vero vivere,
Il giorno della riscossione,
Di tutte,
Le nostre fatiche,
Le nostre speranze,
Nessun sogno.
Nessuna,
Illusione.
Solo recapiti,
Certi.
Li sto aspettando,
So che arriveranno,
Nella loro,
Migliore,
Forma.
Nello splendore,
Di una luce,
Accecante.
L’intero spettro,
Dei colori,
Ordinati finalmente.
Al calor bianco.
Candido.
Come gigli freschi.
Perché forse …..
Quello che toglie,
La vita lo ridà …..
Finisce in pareggio.
Se ti dai una possibilità,
Molto più,
Di quelle che può darti lei.
Sempre.


FranzK.

giovedì 18 aprile 2013

Venerdì.























http://www.youtube.com/watch?v=4fdfqu8z4Z0



il Venerdì.
Non posso dimenticarlo.
È arrivato così.
All'improvviso,
Come un bagliore,
Una incandescenza.
O forse solo,
Finalmente,
Una conoscenza,
Profonda,
Senza stigmate,
Senza dolori,
O fragori,
Che non sia stata,
Vissuta,
Fino in fondo,
All'anima.
È durato a lungo,
Quel magico,
Fatato,
Virtuoso,
Venerdì.
E non è ancora finito,
Sta per suonare,
La sua migliore,
Musica.
E brillare,
Il suo colore,
Preferito,
Univoco,
Certo.
Ed evocare,
Il suo profumo,
Di giglio candido.
Qualsiasi risposta,
Potranno dare,
Retine e pupille,
Sensori olfattivi,
O semplice aria,
È pronto,
Per qualsiasi inizio.
Non preclude a una fine,
Comunque vada,
Comunque sia,
Sarà solo un inizio,
Di una nuova stagione,
Nella trascendenza,
Stupefacente,
Del suo verde,
Smeraldo.
Non quello dell’inizio.
Ma di un inizio,
Vero.


FranzK.

Giovedì.























http://www.youtube.com/watch?v=EMnygBICkRI



Il risveglio,
non è stato dei migliori.
Il Giovedì.
Avevo ancora i residui.
Del giorno prima.
Ma poi ….
Piano, piano …..
E in breve tempo ……
Molto è cambiato.
Non posso
Avere cattivi ricordi.
Magari un po' strani
Quello sì.
Ma non cattivi.
Belli addirittura,
Talvolta.
È stato un giorno lungo,
Nella sua brevità,
Ma tremendamente intenso.
Il tempo della stima,
E dell’autostima,
Senza la quale,
Si vive solo nel buio,
Del nero cupo.
Il Giovedì,
È stato denso di colori,
Disordinati,
Ma almeno fluorescenti,
Una tavolozza,
Senza un preciso scopo,
Ma iridescente.
Almeno.
Tra me ho pensato,
Che si stava preparando,
Un tempo nuovo.
Non pensavo tanto al giorno dopo,
Quello della presunta,
Libertà.
Ma ho vissuto la transizione,
In un crescendo,
Sereno.
Tanti colori,
Sparpagliati,
Ma non più grigi o neri,
O rosso sangue.
Un caleidoscopio,
Forse solo di vernice,
Non un cannocchiale,
Dalle lenti linde.
Ma qualcosa,
Che ha lasciato comunque,
Occhi più sereni.



FranzK.

martedì 16 aprile 2013

Mercoledì.






















http://www.youtube.com/watch?v=k7pIPxd99Xg



Mercoledì sta nel mezzo.
Ma non è stato così per me.
È quel giorno che sembra ….
Dare un respiro
Di pace vicina …
Finalmente.
Quando ti senti a posto,
Con i programmi,
Più vicino al riposo,
Che alle fatiche dell’inizio.
Rodato forse.
Se mi è concesso.
Mercoledì è stato strano,
Alla fine divertente,
Ironico,
Non sarcastico.
Ma sofferto,
Nel suo transitare,
È stato un po' matto,
Ecco.
Forse il termine giusto.
Variopinto,
Quantomeno,
Anche se ancora sulla scala dei grigi ….
Un po' “famiglia Adams”,
Insomma …..
Con gocce di rosa qua e là,
Ma ancora come il sorriso,
Della figlia degli Addams J
Costretto.
Rigido.
Condizionato.
Non voluto.
Indesiderato.
Maledetto.
Circospetto ……
Con ancora gocce di sangue.
Augurate,
Qua e là.
Forse le ho confuse con macchie,
Di rosa pallido.
Ma era sangue ancora,
Più divertente,
Quantomeno,
Ha lasciato qualcosa,
Di rivendibile,
Per stare dentro al mondo ……
Chissà che un giorno,
Raccontandolo …..
Possa fare beneficenza. J


FranzK.

lunedì 15 aprile 2013

Martedì.























http://www.youtube.com/watch?v=lN5wpoNJDUk



Un brutto risveglio Martedì.
Colori cupi.
Brutti presagi.
Cattive certezze.
Editti inderogabili,
Vite spezzate,
Futuri interrotti.
Difficile riaversi.
Ci ho provato,
Con tutte le mie forze,
In una solitudine,
Cupa e profonda,
Non so come,
Ancora adesso,
Posso esserci riuscito,
Ma alla fine,
Dovevo restare.
Ho cercato di trasformarlo,
Di cambiarlo,
In un sopportabile,
Giorno.
Con mille fatiche,
Con più di mille,
Speranze,
Più simili alle illusioni .......
Ho costruito,
E ricostruito,
Edificato,
Cambiato,
Fino a un profumo,
Che sembrava,
Poter cambiare i tristi presagi.
Ma era un martedì,
Gelido.
E il freddo di un novembre,
Ha trovato il modo,
Di mordermi,
Di farmi scivolare,
Verso un grigio,
Sangue.
Ho provato ancora,
A trasformarlo,
A cambiarlo,
A crederlo,
Rosso rubino.
Ma è stato solo grigio sangue.
E mi sono fatto male,
Di martedì.
Poteva essere un bel giorno,
Ne ho tutte le responsabilità.
Quasi tutte ....



FranzK.

domenica 14 aprile 2013

Lunedì.





















http://www.youtube.com/watch?v=xLQphyy4YNw



Il lunedì è stato bello.
Bel tempo,
Aria di montagna,
Ossigeno puro,
Da respirare a pieni polmoni.
Quanto camminare però ….
E quanto volare ….
È rimasto il volare del lunedì.
Il camminare l’ho dimenticato.
Sono rimasti i profumi.
Inconfondibili.
Indelebili.
Del rispetto.
E del suo tempo.
Delle stelle alpine.
Del profumo dei fiori di genepy.
Di vette da conquistare.
Senza alcun senso,
Che non fosse il rischio,
Di morire.
Ma alla fine conquistate.
Il senso del dovere.
E una ciocca di capelli neri,
Da contemplare.
È rimasto solo il fresco,
E puro,
Del lunedì,
Di una passeggiata.
Con il cuore in gola.
Il contatto di una emozione,
Che non dimentica,
Che non scompare.
Bella.
È un giorno duro il lunedì,
Un po' per tutti,
Ma è l’inizio,
Di una fine certa,
Per ricominciare ancora......
Il suo colore è il verde.
Smeraldo.
Che acceca.
Ma ricorda.
Nel suo tramonto,
Contemplato.
Il tempo della speranza.



FranzK.

giovedì 27 dicembre 2012

La Prima Sigaretta.























https://www.youtube.com/watch?v=2TFeSYw0WeI


Eravamo così giovani .
13 anni.
Appena poco più che bimbi.
Ci siamo trovati lassù.
Tra le bellezze delle montagne.
In strana compagnia ……
Per fortuna c’eravamo l’uno per l’altro.
Veri amici.
Mi sembra oggi se ci penso.
Non sembra passato un giorno.
Avevi gli occhi verdi chiari.
Come era chiaro e semplice il tuo spirito.
Come lo era il mio.
È bastato un sguardo per capirci.
Per le nostre prime marachelle.
Trasgressioni.
Così innocenti.
Quelle due belle ragazzine ….
Eh ….. Pier …….
La tentazione era troppo grande.
Quanto grande la nostra voglia e gioia di vivere.
La nostra prima sigaretta.
……. Che ricordi ……
Nascosti nella proprietà privata
Del presidente della repubblica Italiana ….
Sarebbe arrivato la tra pochi giorni
Per le sue vacanze.
E noi tra i primi innamoramenti e la prima sigaretta.
“un pacchetto da 10 di Colombo”.
Ero andato io.
Logico  ………. J
Hai vomitato per tutta la notte.
Io ho continuato con le altre ….
Non ho ancora smesso adesso ……
Ma non ho smesso di ricordarti.
Siamo tornati dalle vacanze, e andavamo a pesca di rane insieme.
Poi lungo i canali per giorni con le nostre biciclette.
Poi ……..
Beh ….. avevamo due piccole fanciulle che ci aspettavano.
La mia era più difficile ….
La tua, Margherita, uno splendore.
Ci siamo persi.
Per molto tempo.
Ti ho ritrovato anni dopo.
Con un cappello su una testa rasata.
Avevi 25 anni e un amore con te.
Stavate per sposarvi.
Tu suonavi al Rolling Stones di Milano.
E stavate per sposarvi dopo tanti anni di fidanzamento.
Perché quel cappello Pier?
Perché quella testa rasata?
Mi hai abbracciato.
Hai pianto.
Se solo potessi dire ……
Della forza che avevi in corpo.
Della voglia di vivere.
Di tutto quello che hai fatto per vivere.
Ma non posso, è disumano, è troppo.
Ti sei aggrappato a tutto.
A una fede infinita.
Sei andato in India, hai sopportato l’impossibile.
E tornava il tuo sorriso, giorno dopo giorno ……
Una sera mi hai telefonato eri in lacrime.
“Francesco, …….. non ho più nulla ………”
Perdonami Pier, perdona se non ti ho creduto .
Sentivo differente, perdonami.
Ho finto , ti ho accompagnato ad un altare, qualche mese dopo.
Come se nulla fosse mai accaduto.
Io sentivo diverso, ma non potevo che condividere le tue convinzioni.
Sei partito per il tuo viaggio di nozze, il giorno dopo.
E l’indomani ancora, ero da te, a trovarti all'ospedale.
Non eri più tu.
Non sapevo chi eri.
Ti ho abbracciato, con tutta la forza di un amico.
Venivo a trovarti, tutte le settimane, e tu non eri più tu.
Se non nella tua lucida consapevolezza.
Hai lottato per mesi, senza mai cedere, senza volerti mai inchinare al destino.
Fino  al Natale, mesi dopo, quando sei partito anche tu.
A 26 anni.
Non avevo più lacrime Pier, le avevo spese tutte.
Non so da dove sono uscite quelle che mi hanno sorpreso.
All'uscita della tua bara dalla chiesa, che aveva anche le mie braccia a sostenerti .
Perché da lontano ……..
Una voce urlava il tuo nome nella piazza piena di gente.
E volava verso te un folto grappolo di capelli biondi e ricci, lunghi e morbidi per l’ultimo abbraccio disperato.
Era la tua Margherita.
La tua dolcissima Margherita.
La prima sigaretta.
Mai accesa.
Mai spenta, forse per sempre.


FranzK.


Dedicata a Pierluigi, un vero amico, con vivo ricordo.

mercoledì 5 dicembre 2012

L'Uomo con i Baffi.




















https://www.youtube.com/watch?v=W1GMDXYkdV8



“Non era cominciato bene quel viaggio.

Era l’8 di aprile e, obbligato da un compito lavorativo, in una
mattina infernale, battuta da forti piogge e fitta di nebbia, gli toccò affrontare un
lungo viaggio, in compagnia del datore di lavoro per visitare un possibile,
potenziale cliente.
La piccola ditta per cui lavorava allora, a carattere decisamente “familiare”,
viveva perennemente sull'orlo del collasso finanziario e non si precludeva
quindi nessuna possibilità di acquisizione di ordini.
Lui, come responsabile, un po’ di tutto ovviamente, non poteva non esserci.
Durante il viaggio, su un vecchio derelitto furgone, condotto dal principale, “mister Campari” già
ben “carburato” da una consistente dose di alcool, si ricorda che questo, ad un
tratto, tentò una manovra di sorpasso da suicidio.
Il retro dell’autotreno che comparve nel cambio di corsia aveva la forma della
porta di ingresso del paradiso, almeno per lui, per l’altro quella di un bar che
serviva alcolici gratis, probabilmente.
Scampato, per un vero miracolo, l’impatto mortale, F esplose, e urli e insulti
indirizzati a quell'imbecille di antropomorfo, riempirono per molti minuti, la
cabina di quella specie di veicolo.
Se doveva morire, togliendosi la vita, pretendeva di farlo da sè, secondo il suo
stile e non secondo quello di un assatanato ubriacone da osteria.
Cadde poi un imbarazzante silenzio fino alla destinazione.
Così quell'8 di aprile F conobbe “l’uomo con  i baffi” un incontro che, forse più di sempre, gli
avrebbe cambiato l’esistenza.
L’uomo, per quanto dica e racconti ancor oggi di F ricordandolo simpaticamente,
come un maglione sgualcito che camminava da sé, era un uomo che, a sua
volta, appariva assai più vecchio della sua età: non ne aveva ancora cinquanta,
ma, a colpo d’occhio nessuno si sarebbe stupito se ne avesse dichiarati una
decina in più.
Aveva pochi capelli solo sui lati della testa e due grossi baffi neri.
L’aria era assente ed annoiata, triste forse, mentre F era intento ad illustrare
l’attività della ditta che rappresentava cercando a sua volta di comprendere se
potessero sussistere delle condizioni per offrirne i servizi.
L’uomo, nella completa assenza, guardava altrove, lo sguardo fisso su qualcosa di
incomprensibile dato che da quel lato c’era solo una nuda parete.
E dire che li aveva convocati lui, tramite una comune conoscenza, …….
F si ritrovò a parlare da solo, scorrendo le pagine di un “book” di realizzazioni
che usava in modo consueto durante le presentazioni.
Ad un tratto, come risvegliato improvvisamente da un lungo letargo, la mano
dell’uomo cadde pesantemente su di una pagina del libro fermandone lo scorrere.
“Ecco questo mi interessa, è da tempo che cercavo qualcuno che potesse
realizzarlo”.
L’uomo con i baffi  adesso sorrideva ed era perfettamente presente e lucido.
Con il tono simpatico e affabile, caratteristico del suo accento regionale …….”



Quanto tempo è passato, ti ricordi?
Hai tagliato i baffi, sei ringiovanito, hai cominciato a vivere.
E quanto insieme abbiamo condiviso, quanti pianti, quante gioie.
I ruscelli dei termosifoni del mio alloggio, dove, a volte, ti fermavi a dormire e mi stavi ad ascoltare nel sonno, risvegliandoti solo di tanto in tanto, rispondendomi a cose che ti avevo detto almeno dieci minuti prima.
La curva del cucchiaino, le scarpe “valleverde”, le condivisioni di indimenticabili cene con la tua famiglia, quella che adesso non c’è più.
Quel piccolo stupore che nella stranezza dei tuoi sguardi riservavi all'eloquenza nei miei confronti della tua meravigliosa madre.
I viaggi sulla navicella spaziale, i pianti che ti hanno reso forte, la porta del bagno scardinata per rendere almeno orizzontale un materasso tutt'altro che ortopedico, le tue provocazioni, le mie, le nostre testardaggini, divergenze, quell'amicizia che da sempre era un “interesse”, ovvero qualcosa di interessante.
L’uomo senza baffi, l’uomo del passo indietro, l’uomo che nel pianto di un viaggio, ferito nel profondo, è divenuto uomo capace più di sempre di andare piano e tornare in fretta.
Ho imparato molto, ho avuto molto, spero di aver reso qualcosa, oltre le mie sciocche, incomprensibili “poesie”, i miei scritti indecifrabili, i miei progetti metafisici, gli occhiali da notte, Leo l’inventore, gli “mvc” al posto che i “tvb”sugli sms , le “jam session” dove liberavi parole argute e spontanee, sul sottofondo della mia chitarra, la mia “civilizzazione” ….
È arrivata una malattia a fermarti, e non solo.
Ho un bellissimo ricordo: in tre a braccetto, sotto i portici affollati di una città che cantavamo a squarciagola senza ritegno: ..… e non ci lasceremo mai …… abbiamo troppe cose insieme …… , prima che ti si proponesse di cercare un gatto, in una camera da letto …. prima che mi versassi tu, da ospite, vino che gli ospitanti non mi offrivano …..
Un altro: io e te con il braccio rotto e ingessato che facevamo le guardie del corpo al sosia di un famoso politico …. bevendo champagne diversamente dal lambrusco servito al politico vero ….. per poi “accompagnarti” virtualmente ad accendere candele in una chiesa ……..
E quanti ancora non lo so.
In fondo quella magia l’ho interrotta io, e non potrò mai spiegartene il vero motivo.
L’ho interrotta nell'unico modo possibile, sfiorando quella parte di te che non potrà mai concedere nessun perdono o comprensione.
Eravamo amici io e l’uomo con i baffi, molto di più che amici, dopo che li ha tagliati.
Passato prossimo, o remoto, nessun futuro, nessun altra cosa insieme.
Mi ha aiutato a cambiare la vita, in meglio, aprendo cuore, mente e prospettive.
Il resto è come sempre, per tutti, solo solitudine, ognuno con i suoi zaini e le sue zavorre.
È rimasto un bene profondo, anche se alle giuste distanze, quelle alle quali ha sempre auspicato il destino dei miei interlocutori ….
Ricordi amico mio?
“Solo dopo che ho conosciuto il peggio ,il …… , ho imparato ad apprezzare il meglio”.
Credo non riscriveresti più il contrario.
Non è più con ragione o torto che conta.
Tu hai tagliato i baffi, io i capelli e forse abbiamo imparato insieme la forza del pianto e la debolezza di un vero sorriso.
Ti ho voluto bene  "ex uomo con i baffi”, e , alle giuste obbligate distanze non smetterò mai di volertene.

…… abbiamo avuto troppe cose insieme ………



FranzK.


giovedì 29 novembre 2012

Una Sedia di Lillà.






























https://www.youtube.com/watch?v=5Ge_8G7H-bU



Siamo cresciuti insieme.
Il tempo non ha cancellato ricordi, sensazioni, sorrisi.
Siamo cresciuti all'ombra di quei vecchi cortili con il colore grigio di cemento.
Nel sole dell’estate, nella sua insopportabile afa, nel gelo dell’inverno, delle sue nebbie.
Eri la sorella del mio migliore amico.
E siamo cresciuti con le stesse speranze.
Gli stessi sogni.
Divisi da pochi anni, da tanti interessi non comuni, uniti nello stesso tempo, nelle stesse speranze, sogni.
I primi motori, quell'odore di benzina che sapeva di libertà per noi.
La  vespa,  la moto, la macchina, sempre più libertà, o almeno, era quello il nostro sogno.
Di odore di benzina, e aria fresca che potevamo avere solo con il suo odore.
E il tempo non riesce a cancellare i ricordi.
I tuoi primi amori, i miei,  i tuoi lunghi e lisci capelli neri che io osservavo da spettatore, da fratello acquisito.
Amavi il mare, non le zanzare della terra dove il destino ti aveva condotta, la terra delle zanzare e del fango.
La ricca terra che non restituiva i profumi della tua, non il tepore del sole, la sabbia delle spiagge.
Ma dava speranze profumate di benzina e di sogni di non povertà almeno.
Non avevamo strade comuni, ma ci siamo sempre stimati.
Tu amavi il ballo della disco dance, io e tuo fratello le notti senza fine a parlare della vita.
Eri molto bella, dolce, riservata e davvero buona.
Mi sembra di vederti comparire, con le tue sorelle-cugine, sempre allegre, tu, sempre moderata anche nell'allegria.
Mi sembra ieri che mentre io e tuo fratello smontavamo carburatori, arrivavate voi tre con un semplice “ ciao, cosa combinate ancora”?.
Non avreste mai potuto capire, l’importanza delle nostre illusioni, come noi non avremmo mai potuto comprendere le vostre.
Un sorriso, un saluto e poi ognuno con le sue illusioni, speranze, con il proprio “importante”.
Siamo cresciuti, insieme, ridendo insieme, mangiando insieme, negli anni che ci hanno visto crescere, illudendoci di essere cresciuti.
Ed eri sempre più bella, dolce, riservata e davvero buona.
Poi è cambiato il tempo, e il destino ci ha ritrovati vicini, per quella lunga, infinita, torrida estate.
Stava male tuo fratello, aveva sfidato le leggi della fisica, per soddisfare la sua sete di sapere, di crescere.
Era finito in un letto e noi ci siamo presi cura di lui, insieme, da soli.
Aspettavamo che i suoi dolori si sopissero un poco all'imbrunire, quando la canicola si faceva appena più sopportabile, poi, insieme a parlare per ore sul balcone e a fumare qualche sigaretta.
Giorno dopo giorno, ci siamo conosciuti, dopo tutti quegli anni che ci avevano visti solo crescere insieme.
Ci siamo conosciuti in quella lunga infinita estate dove non si riusciva a dormire per il caldo.
È arrivato l’autunno, e mi hai insegnato a guidare, è arrivato l’inverno, e non riuscivamo più a stare lontani.
Sotto un ponte, durante una sosta della “scuola guida” mi sono dichiarato regalandoti un disco: “la sedia di lillà”.
Mi hai invitato a ballare, sono venuto ma siamo rimasti soli in silenzio, mano nella mano.
E basta.
E ancora adesso non comprendo quale scandalo potevamo mai produrre, quale insopportabile condizione.
E così la vita ha finito per dividerci, per dividere tutto, amori, amicizie, semplici frequentazioni e ancora adesso, te lo confido, non riesco a farmene un motivo.
Sono passati 30 anni.
Non ci siamo mai più visti, ci siamo sposati, abbiamo vissuto insomma, o semplicemente sopravvissuto senza mai più rivederci.
Avevo notizie di te, qualche volta, forse tu di me.
Sono passati 30 anni e poco tempo fa, in un altro caldo agosto, l’ultimo, tuo fratello mi ha chiamato.
Era distrutto, ferito più di sempre, dal dolore che la vita non gli ha mai risparmiato, ma più di sempre ho sentito quel dolore trafiggerlo, ferirlo là dove le ferite possono diventare letali.
Ti mancava poco, settimane …. giorni …. forse solo qualche ora.
Già, sono passati 30 anni.
E dovevo saperti in partenza, su quel treno che non torna mai indietro.
Non volevo essere d’impiccio, nel dolore insopportabile dei tuoi cari, ma avrei voluto vederti, salutarti, oltre qualsiasi sciocco scandalo che mai avessimo potuto provocare, incomprensibile, nel nostro ingenuo e pulito innamoramento.
Di 30 anni prima.
Ho proposto la mia presenza, sostegno, non potevo altro, sarebbe stato confuso ancora una volta, con un intrusione.
Il cuore batteva forte, nel salire le scale fino al reparto.
Ho ripreso fiato, sul ballatoio, prima di entrare, volevo essere solo di conforto, almeno per tuo fratello, al quale, anche in quel lungo silenzio, in quelle mai spiegate distanze, fratture, non ho mai smesso di volere bene, di essergli amico per quel sentimento vero di amicizia che non pretende neppure una presenza, una parola.
C’era un muro per me davanti alla tua stanza, spalancata su tante persone che ti volevano bene.
Ma chiusa per me, un muro trasparente quanto impenetrabile, per qualcosa che non avevamo mai fatto.
Un evento mai accaduto.
Ero contento di averti vista, da lontano, mi bastava, doveva bastarmi, per il rispetto in punta di piedi obbligato.
Io non ho visto quello che eri in quel momento, ti ho rivista come allora, con i lunghi e lisci capelli neri, gli occhi buoni e quel tuo modo riservato e un po' timido, di inclinare un po' il capo per nascondere un sorriso.
Ho salutato tuo fratello e stavo per andarmene, mentre lui veniva da te, libera da tutto quell’amore che hai lasciato in chi ti ha conosciuta e che era al tuo fianco, nel momento della partenza.
Ma tu, forse hai visto me.
Tu che non vedevi quasi più.
Tuo fratello è tornato.
Mi ha detto che volevi  salutarmi.
Sono entrato.
Ho attraversato quel muro.
Fatto di nulla.
Solo di buone intenzioni.
Mie e tue.
Un muro di incomprensioni.
E di scandali mai prodotti, mai concepiti.
Che noi avevamo perdonato.
Accettato.
Nel silenzio di una nostra intesa.
Un muro vecchio 30 anni.
Ti ho preso le mani, tu hai stretto le tue sulle mie.
Ai piedi del letto il tuo amato marito.
Di fianco a me tuo fratello.
Non avevamo nulla da nascondere.
Mai avuto.
Solo un sorriso.
Finalmente.
Dentro a un silenzio.
Attraversato da tutti i ricordi.
Sentito .
Rotto solo dalla mia emozione.
“ti ricordi”?
“mi hai insegnato a guidare”
“ e sei stata una buona maestra”
“mi ricordo, tutto” con un filo di voce pieno di ossigeno artificiale.
Piegando il viso per nascondere un sorriso.
“mi ricordo il ponte …..” annuendo e sorridendo.
Ti ho dato l’unico bacio.
Sulla fronte.
Fredda.
Mi hai stretto le mani ancora più forte.
Ti ho dato un altro bacio.
Stringendo le tue ancora di più.
Ci siamo guardati.
Con un ultimo sorriso.
Un ultima stretta delle dita.
Intrecciate.
Ti ho salutata.
Ho salutato tuo marito.
Tuo fratello.
Un ultimo sguardo nei tuoi occhi.
E mi sono girato.
Senza più girarmi.

La mattina dopo.
È squillato il telefono.
Eri partita.
Dalla tua sedia di lillà.


FranzK.



mercoledì 8 febbraio 2012

Il mio Castello.





Eravamo partiti.
Il giorno dell’Epifania.
Per quel lungo viaggio.
Oltreconfine.
Io dovevo solo farvi da Virgilio.
Niente di più.
Voi dovevate fare.
Tanto e in poco tempo.
Sudore e fatica.
Io no.
Al massimo assistervi.
Consigliarvi.
Così ho deciso di portare con me quel libro.
Di quel Franz vero.
Di quel castello irraggiungibile.
E poi si dice del raziocinio.
Ho aperto le tende della mia stanza.
E nella notte c’era un castello.
Proprio davanti a me.
Mentre leggevo Il Castello del grande Franz.
Un caso?
Probabilmente sì.
O forse no.
Chissà.
Ho finito il libro prima del vostro duro lavoro.
Mentre contemplavo quel castello.
Ogni notte.
Tanto da confonderlo.
Da sentirlo vero.
Come quello irraggiungibile.
Del libro.
Che strana la vita .
A volte.
Metafisica davvero.
Per ci crede almeno.
Un segno o casualità?
Un segno per me che ci credo.
Passavo le notti.
A leggere quel libro.
Con le tende aperte.
Su quel castello vero.
O solo immaginario.
Quello irraggiungibile del libro.
Quello dove volevo portarvi l’ultima sera.
Che sembrava vero.
Raggiungibile.
E comprendo la vostra incomprensione.
Alla fine del vostro sudore.
Fatica.
Del mio volere.
Alla fine del mio leggere.
Leggero.
Incantato.
L’avevo compresa.
La mia folle iniziativa.
Per voi.
Di portarvi a cena .
Al castello raggiungibile.
E non in una disco-dance.
Dovevo sfatare l’irraggiungibile.
Come avreste potuto comprendermi?
Ma mi avete seguito.
Annoiati.
Come l’ultimo vostro dovere.
L’ultimo sudore.

Le indicazioni erano chiare.
Avreste cambiato idea.
Alla sontuosa cena.
Che avremmo fatto.
Lassù.
Al castello possibile.
Ero sicuro.
E le indicazioni erano chiare.
Saremmo arrivati in pochi minuti.
Era sicuro.
Poi la disco dance.
Ma dopo.

Guidavo io.
Nessun problema.
Nessuna paura.
Io non avevo sudato.
Stavo bene.
Ero pronto per raggiungerlo.
Il castello possibile.
Ne avevo necessità.
Desiderio.
La notte era chiara.
E le sue luci luminose.
Le indicazioni chiare.
Solo pochi minuti.
Pochi istanti.
E saresti stati contenti anche voi.
Solo pochi istanti.

Ma perché?
Perché non ci sono riuscito?
Le indicazioni erano chiare.
La strada unica.
A raggiungerlo?
Proprio come nel libro.
Perche?
Era lì.
Luminoso.
Sopra quella montagna.
Con un'unica via.
Semplice.
Ben indicata.
Mi chiedo perché.
Non ci sono riuscito.
Anche io.
A raggiungere il mio sogno.
Il mio Castello.
Finendo nella disco dance.
Anche io.
Perché?
Dimmelo tu Franz perché.
Anche il mio castello.
È uguale al tuo.
Irraggiungibile.


FranzK.


P.S.
Una storia vera.

sabato 21 gennaio 2012

Neppure la morte.





Neppure la morte.
Neanche quella.
Può bastare al rispetto.
Quando c’è di mezzo un sentimento.
Sono tutti giudici.
E non basta neppure la morte.
Per loro.
Loro che quando dovranno affrontarla.
Chiederanno più comprensione degli altri.
Molto di più dei “semplici” che hanno provato a capire.
Il perché del tuo gesto.
Nella buona fede.
Non nel sarcasmo o nell’ironia.
Ma nella buona fede.
Che io voglio sperare.
Credere.
Di quel matrimonio speciale.
Andato oltre qualsiasi pregiudizio.
Oltre il peggior pregiudizio.
Di sposare una morta.
Non una deforme, una pazza, una differente.
Non una vecchia, una di cattivo costume.
Ma una morta.
E spero in buona fede.
Perché sono lontano e non posso sapere.
Del vero.
E spero oltre l’esibizionismo, oltre l’autolesionismo.
Spero l’hai sposata anche solo per disperazione.
Mi basterebbe.
La disperazione del tuo gesto.
Anche se poi si dovesse mai ricredere.
Perché la vita è lunga e dura.
Mi basterebbe.
Anche fosse solo stata disperazione.

Tutti giudici quando c’è un sentimento di mezzo.
Tutto gossip.
Forse avresti dovuto sposarla di nascosto.
Dagli occhi indiscreti del mondo.
Forse, non so.
Se fosse vero l’amore per lei.
L’avresti protetta almeno dall’ignoranza dei giudizi.
Dei facili sarcasmi quanto dai facili “sentimentalismi”.
Perché per gli uomini i sentimenti non sono una cosa seria.
Sono passeggeri, nel meglio dei loro giudizi.
Passa tutto, figurati qualcosa di cui non si conosce la legge.
In questo mondo di teste di sasso.
Che non credono neppure dinanzi all’evidenza.
Al semplice raziocinio.
Figurati un sentimento.
Figurati, nel caso lo sia, un vero Amore.
E voglio credere nella buona fede.
Nella tua disperazione.
Almeno.
Che hai superato il pregiudizio più grande.
La morte.
Per solo Amore.
Vero.
Grande dono per davvero pochissimi.
Voglio credere che sia vero.
Che quell’anello al dito valga un “per sempre”.
Che quel bacio su un volto gelido lo sia.
Allora varrebbe il vero.
Il pubblico del tuo gesto.
La spettacolarità che ne ha fatto fare il giro del mondo.

Perché si può morire in vita.
E patire uguale.
Disperarsi allo stesso modo.
Sposarsi nel silenzio di una promessa.
Vera.
Anche senza far rumore.
Per sempre.
Soffrendo uguale o forse di più.
Io spero nella buona fede.
Voglio crederci.
Che tu l’abbia sposata per Amore.
Quello vero.
Quello che pochi hanno davvero avuto.
Forse solo come dono.
E anche come fardello.
E se neppure la morte.
Può bastare al rispetto.
Figuriamoci la vita.

Allora forse è meglio non far rumore.
Proteggere ciò che provi.
Nel silenzio.
Del tuo “per sempre”.
Vero.


FranzK.