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mercoledì 6 marzo 2019

Il Tempo Del Silenzio





C’è un tempo
C’è né uno
Non tanti
Non musicale
Non un 3/4 , non un  6/8 , non un mazurca o un tango
C’è un tempo per agire
Per fare
Per parlare anche troppo
Per dilaniarsi e combattere
Per ragionare e produrre
C’è un tempo per essere cosciente
Lucido
Più di un wafer di silicio
Pronto alla fotoincisione
Pronto agli acidi corrosivi
Pronto ai transistori e anche molto di più
C’è un tempo dove pazientare come un gatto
Che caccia un topo
C’è un tempo dove scattare come un felino
Per catturare la preda
La vita
La sopravvivenza
La tua e forse anche la sua
È un segreto
Come quel tempo che lo identifica
Che lo scandisce
Che ne conta i millisecondi
Non di una semina
Per un auspicato e insicuro raccolto
Ma peggio
Perché non dipende dal meteo
Di un solo necessario agire.

C’è un altro tempo
Che non so se viene prima o dopo
Ma arriva
Prima o poi
Che invoca alla tua saggezza
Per essere accettato
Vissuto
“Subìto”
Perché siamo tanto stupidi
A volte
Che “subire”, accettare e vivere sembra debolezza
Non virtù di certo
E non si sopporta facilmente e felicemente
Questo tempo nuovo
Che viene prima o dopo
Ma che arriva
Dove pare che sia necessario
Chinare il capo
Farsi piccoli
Scomparire
Stracciare le catene neuronali
Che uniscono e ti sferzano
E ti invocano e chiamano
Come il misterioso canto delle sirene per Ulisse

“Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutti sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice”.

Legati a questo tempo allora
Non all'albero maestro della nave
Né alla tua presunta forza
Dell’altro tempo
Quello dell’agire

Perché non so quando arriva
Se prima o dopo il tuo ardire
Ma arriva
E non servirà più il tuo ardire

Ma la tua misericordia

Perché arriva

Il tempo del silenzio

FranzK.


martedì 29 maggio 2018

Il Valico e il Colle












https://www.youtube.com/watch?v=CmK-uaYFBJc



Quante volte lo stavo a sentire incantato, durante la mia adolescenza e non solo, il mio vecchio padre.
In quel poco, pochissimo tempo che il duro lavoro gli concedeva come pausa “famigliare”, prima di un necessario e precoce riposo.

Quel riposo che contava i minuti poco prima o poco dopo, al massimo le 21e 30, imposto dai tempi di una sveglia molto più precoce, ben prima che sorgesse l’alba, verso le 4e30.

Senza mai sosta e senza mai un premio, che si discostasse di poco dalla sopravvivenza offerta a noi, e alla sua famiglia. Senza mai sosta per 52 lunghi anni……

L’unico premio in palio era qualche opportunità in più per noi, null’altro, o forse anche altro …..l’onestà….., la dignità….e sempre un sorriso, mai un peso né per noi né per nessuno…….. se ne è andato senza debiti né crediti al netto di un funerale, ma ha lasciato un segno , una traccia indelebile e non solo in noi ma in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di incontrarlo..

Che fatica, che gioia e che “struggle” direbbero gli anglosassoni, parlare di lui, ricordarlo….

Sono stato un figlio molto fortunato, non capita così spesso.

Povero e fortunato, qualcosa di difficile da comprendere ad oggi e forse non solo ad oggi.

E chissà quanti come lui, tra nonni e trisavoli, hanno costruito e costruito senza mai un lamento senza mai un rammarico o una rabbia.

Tutto o molto di quanto ci circonda è figlio delle loro davvero “Sante” fatiche, entusiasmi, valori.

Credo ce lo siamo dimenticato un po’ troppo, abbiamo troppo poco rispetto per le “formichine operaie” che hanno costruito il nostro presente. Tutte insieme, chi con le mani chi con la mente: altro non avevamo se non sassi dei fiumi e rocce delle montagne, un po’ di legno, qualche rigogliosa palude, qualche bestia più affamata di loro e davvero poco, pochissimo d’altro.

Ma ho perso la via e cerco di ritrovarla.

Lo ascoltavo moltissimo quando mi raccontava della “guerra”, già la guerra alla quale era stato controvoglia destinato: dalla sua “palude padana” che si ostinava a lavorare per sfruttarne la rigogliosità ad un'altra palude, lontana, molto lontana e molto più “malsana” della sua: l’Albania.

Prima linea, punto.

Lui che non aveva neppure visto il mare, attraversò, prima di conoscerlo, l’intera penisola in treno e non si era mai spostato più di quanto una malandata bicicletta potesse concedergli.
Credo fosse all'incirca il 1943 forse 44, mio padre aveva 30 anni e senza di lui quella piccola azienda (famiglia) agricola avrebbe avuto davvero grandi difficoltà.

Ma era necessario, per la “madre patria” andare a conquistare altri popoli, chissà mai perché, ma era necessario.

Dagli innesti di rose come passatempo festivo si ritrovò a montare e regolare le ottiche di cannoni come impiego “full time”.

Lui che faceva fatica a sacrificare un coniglio per il pranzo della Domenica.

Comprese presto, nella sua innocente intelligenza, che la patria non è mai madre ma “matrigna” ed ebbe modo di scriverlo ad un cugino invidioso della sua posizione avanguardista da “prima linea”. E lo scrisse con un “patriottismo” profondamente radicato.

Ne avrei molte da tramandare, troppe forse, ma una di queste “storie” non la dimenticherò mai, forse supererà anche la decadenza della memoria nel tempo della mia senilità.


Beh, lo sapete.
In Albania non si combattevano gli Albanesi ma gli Inglesi, lo scontro era tra l’esercito Italiano e quello Inglese.
Era uno dei tanti “fronti” e non credo ci fosse qualcuno dalle parte “giusta” della Storia, “noi” sicuramente no, almeno.

( E’ mio convincimento che sia necessario stare dalla parte “Giusta della Storia” , in ogni caso o quantomeno se vuoi “vincere” in modo che la “Storia” mai abbia a contestarlo).

Loro, gli Inglesi non lo so uguale, lo dirà la Storia più in là, al momento pare fossero quantomeno in una posizione meno sbagliata della nostra, tanto è, che poi ebbero la meglio.

Non importa il “come”, come ben insegna il Macchiavelli.

Non importa che le popolazioni locali, del tutto estranee a quegli avvenimenti e dedite assai più dei “nostri” alla sopravvivenza frutto in gran parte dell’attività di poveri pastori o poco più, fossero ubriacate e mandate contro le nostre linee schierate con le mitragliatrici ad altezza “fianchi”, Machiavelli avrebbe senz'altro approvato.
E fino a qui si sa: la guerra è guerra, non l’ha concepita De Coubertin di sicuro.

E’ di un altro “mezzo” che non posso dimenticare il racconto:
Il servizio di “intellingence” dell’esercito Italiano, aveva scoperto che il nucleo più importante dell’esercito Inglese sarebbe passato lungo uno stretto valico ai lati del quale sorgevano due colli, due tratti altimetricamente elevati rispetto al passaggio stesso, alla gola.
Il risultato era ancora in parità, la partita era aperta e quella “scoperta” si prefigurava come una “manita” calcistica.
L’esercito Italiano appostato sulle due prominenze avrebbe “insaccato” quello Inglese dall’alto con una facilità disarmante, in tutti i sensi. E avrebbe “vinto”.
Tremila di qua e tremila di là, uomini, fucili, cannoni e mitragliatrici su quel colle. Non sono Inglese (forse neanche Italiano) ma mi vengono i brividi.

Non sarei qui a scriverlo, a raccontarlo, se a mio padre, chissà per quale strano caso, furono impartiti altri ordini con incarichi differenti. Uno dei pochi, pochissimi che la notte non si assopirono su quel doppio colle in attesa dell’alba e dei primi rumori di preludio dell’arrivo dell’esercito “nemico”.
Lui dormì in un altro posto quella notte, e io sono qui.

Dormì poco, pochissimo ma non era là insieme agli altri su quel doppio colle quella notte.
Dormì pochissimo perché molto prima dell’alba fu risvegliato dal crepitare del piombo.
Non durò neppur un granchè tutto quel frastuono.
Il superiore gli impartì un nuovo ordine, a lui e ai pochi rimasti.
E non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre nel raccontare, non posso dimenticare quegli occhi grigio chiari che ancora, dopo molti anni e molte ripetizioni di quel racconto, si inumidivamo. Ancora e ancora.

Giunsero al doppio colle alle primi luci della loro alba più triste credo, un alba che tentava di farsi largo in una nebbia di polvere da sparo: dalla sua parte il prato verde era rosso di sangue e contava 3000 “compatrioti” trafitti alle spalle, uno ad uno, con ancora in giro qualche poverissimo “sciacallo” Albanese che cercava sui loro corpi qualche croce o qualche anello d’oro.
Gli altri 3000 erano dall'altra parte, sull'altro versante del colle, morti uguale.

E’ questo “come” che non si capisce, non lo comprendono, nessuno può immaginare cosa possa essere successo, doveva essere un successo scontato, era finito in una carneficina di pallottole nella schiena.
Qualcuno potrebbe pensare che l’esercito Inglese avesse un “intelligence” tanto più brava da aver prevenuto l’imprevedibile.

E invece no.

La verità era da un'altra parte.

Purtroppo....
Il Generale comandante in capo delle forze militari Italiane in Albania aveva venduto per denaro l’informazione.

Aveva Tradito.

Almeno il popolo del suo esercito.
Al minimo quei 6000 uomini colpiti alle spalle.

Mio padre lo incontrò e gli parlò, sulla nave che, non si sa come, riuscì a riportare quei pochi in Italia, nel loro paese.
Il Generale parlava e parlava mentre attraversavano il mare.
Ma mai alzò lo sguardo per incontrare quello di mio padre.
E il Generale tornò e, se già non era ricco di suo, di certo morì ricco e lasciò ricchezze.

Ma chissà se mai riuscì nella sua vita a guardare ancora qualcuno negli occhi.
Chissà cosa ha lasciato alle sue generazioni.

Mio padre ne era al corrente.

Che mentre lui andava a dormire al massimo alle 21e 30 per potersi svegliare alle 4 e 30 per la nostra sopravvivenza e le nostre auspicate opportunità, in qualche luogo indefinito del suo “paese” c’era un vecchio Generale che proliferava nelle ricchezze acquisite quella notte.

Lo sapeva.
E non ha mai perso il sorriso con noi, mai l’ha perduto con la sua vita.
Ed è morto anche lui, dopo molto tempo ma credo un po’ anche quella notte.
E’ morto povero, da “formichina operaia”.
Ma onesto.
Senza tradimenti.
E ha lasciato valori, rispetto, dignità oltre al frutto del suo immenso lavoro.
E non solo a noi.
Sono valori che vivono ancora nell’aria di adesso.
Valori per tutti.

Chissà che non faccia una differenza.
La sola che qualunque forma di denaro o potere non potrà mai misurare.
Ma soprattutto comprare.


FranzK.

giovedì 7 marzo 2013

Occhiali di Vita.


























http://www.youtube.com/watch?v=1QrjvkhIpE0



Quella canzone piena di tristezza…..
Quel paio di occhiali unti di sudore
E di fatica sempre celata
Tutti rotti e maltrattati
Vissuti in quel buio dove cercavano invano luce
Per te anche
Tanto per te.
Sono rimasti li
Solo come un vecchio arrugginito ricordo
Di tutte le sere che ti tenevo vicina
Di tutto il mondo che volevo farti vedere
Di troppo amore
Forse solo di troppo immaturo amore
Non mi sento un buon padre
Ma ho fatto di tutto per esserlo
Avevo due mani
Una mente
Un buon cuore
Un vecchio paio di occhiali
Null’altro
Se non addosso il mondo
E tu eri avvolta nei tuoi biondissimi capelli ricci
Sorridevi sempre
Ti facevo vedere film  da “grandi”
Ti leggevo fiabe
Inventavo storie di paura
Solo una volta ho perso la pazienza
Ti ho dato una sberla
Di tutte quelle che per me erano abitudine quotidiana nella mia infanzia
E ti chiedo perdono
E me lo rendo
Ti ho riconosciuta come il mio meglio
La mia naturale prosecuzione
Per quando sarebbero restati di me
Solo quei vecchi occhiali
Pieni di unto e di sudore
Di notti insonni
Sporchi di grasso e buio
Ma lindi e candidi nel mio rifiuto alla compromissione
Lindi e candidi come l’anima di un bambino
Puliti in tutto
Tranne che nel vedere le tue sofferenze
Ciechi in quello
E nel non comprenderle
Domani  è la festa delle donne
Scriverò per ironia domani
Domani  lo farò
Ma stanotte mi sono svegliato
E stanotte è difficile
È la notte di un giorno comunque difficile
Per te di più
Perché avevo tanto da dare
E non ci sono riuscito
Davanti a Dio se mai esiste e agli uomini
Non temo il giudizio
Ma solo l’impotenza
Di un tuo mancato sorriso
Non mio di orgoglio
Ma tuo di gioia
L’impotenza di un padre
Delegittimato
Davanti a se e alla sua coscienza
Perchè a tuo padre del mondo non interessa
Non ha mai contato i suoi giudizi e pregiudizi
E non l’avrebbe cambiato un po', nelle sue possibilità.
Li ha sofferti e amaramente accettati quei giudizi
Per altri editti
Che solo il tempo ha dato
Ai giudici supremi
A coloro che si fregiavano di consigli
O presuntuose certezze.
Quindi domani è la tua festa
Per me è così
La festa di una donna
Che è stata la mia bambina
E alla quale forse ho dato troppo o troppo poco
Amore
E parlo di me
Solo di me
Perchè mi manca tutto quello che non ho potuto insegnarti
Perché ne avevo e ne avrei adesso ancora di più
E non è dei miei occhiali appena meno sporchi di sudore
Che mi tormento
Ma di quanto mancano a te
Quelli vecchi
Che non hanno saputo vedere
Le tue sofferenze
Non le mie
Le mie non contano
E adesso ho tolto gli occhiali
Perché si sono inumiditi
Non di pioggia
Non di sudore
O di grasso
Ma di una tenerezza
Che non ho saputo dare
Di un amore diverso
Che non ho saputo trasferire
E del quale mi faccio carico
Solo io
Come sempre nella mia vita
Non rifiutando la responsabilità
Ma assumendola tutta avendone la forza
O semplicemente illudendomi di poterla avere
Non c’è più quel giovane padre
Che a volte sfatto dalle sue lotte e dalle sue fatiche
Si addormentava qualche ora
Sul divano di casa
È qui
Senza occhiali
E senza che tu, vedendoli appoggiati su un tavolo
Possa soffrirne
È la tua festa domani
Ed è per te che scrivo
Per mia figlia
Spero con un po' di tenerezza
Imparata
Compresa
Scrivo perché tu possa un giorno leggermi
E comprendere che questo mio sciocco scrivere era l’unico modo che avevo
Per indicarti la tua strada
Quella che ti appartiene di diritto
E che un giorno fiorirà
I figli sono meglio dei genitori
Sempre
E spero che prima che questi occhiali si arrugginiscano ancora
Spero di leggerti
Per tutto quello che sai scrivere tu davvero
In forma e contenuto
Per la meraviglia che è difficile da sostenere
Incanalare a volte
Perché il troppo amore
Che puoi avere dentro
È un delicato equilibrio
Che ti rende speciale
Non nei sensi di colpa
Ma in quelli della virtù
Ma anche in quelli delle quotidiane inquietudini
Perché era una principessa
Di un vero principe
Ma senza regno.


Ti prometto che per la tua festa
Non lascerò gli occhiali sul tavolo domani
Spero che mi aiutino a vedere
A scrivere adesso per poter  leggere te un po' più avanti
Nelle meraviglie semplici che hai dentro.
E che un giorno sbocceranno
Non nel buio di un tormento
Ma in una serena mattina piena di sole.


FranzK.

Tuo padre.

martedì 5 marzo 2013

Romantiche Fragilità.























https://www.youtube.com/watch?v=tvm2ZsRv3C8



“Mi ha colpito di te.
Tutta quella forza
Tutta quella celata fragilità ….”
La fragilità.
E la durezza che l’accompagna
Se non trattata nel dovuto dei modi
La fragilità di un cristallo
Che evoca bellezza
Che ha necessità di mani delicate
Quantomeno attente
Per non andare in frantumi
La fragilità e la forza
La durezza delle cose certe
Che non soddisfano quesiti
Non tracciano strade
Se non con baratri alla loro fine
Fragilità e sensibilità
Dubbio.
Il dubbio di non essere mai in fondo
Di non aver compreso mai
Fino in fondo
Di non potere
Se non in colori differenti
Con pupille diverse
Senza mai una fine.
La fragilità
Nei suoi momenti migliori
È lucida
Perché trova percorsi
Costruisce
Non si  infrange
Non si scheggia.
Il pianto di un uomo
Non lo rende fragile
Ma Uomo
Come l’arroganza
Lo gela
Nella consolidata
Lucidità dei non vedenti
Che è ben altro
Voglio conservarla la mia fragilità
Voglio conservarla nella sensibilità
Che preferisce una ferita da guarire
Ad una da far guarire
Si pregia
Dopo mille vite
Di rinascere
Per un'altra sempre nuova
Priva di consolidata esperienza
Di sclerotica non veggenza
Rifiuto
A tutto ciò che  è fresco
Nuovo
Riconquistato
Cancella le precedenze
Non invecchia nelle conquiste
Rinnova orizzonti
Incontra
Si rincontra
Senza mai una fine
Oltre ad ogni finito respiro
Naturale trasformazione
In fertile terra
Per un'altra vita
Che dentro alle sue particelle
Nella loro fragilità
Continuerà a trasmettere
Anche in altra forma
In altra sostanza
Altri splendidi cristalli
Fragili
Quanto splendenti
Nello stupore
Continuo
Della perfetta trasparenza
Cristallina.
Di una semplice luce.
Ben definita.
Discreta.



FranzK.

lunedì 17 dicembre 2012

Una Nuvola.






















Per sentirlo clicca qui e apri in un altra scheda, con il tasto destro del mouse il link di youtube:

Record music with Vocaroo >>

https://www.youtube.com/watch?v=NgYgp9WyTEE


Forse è stata una semplice nuvola
Di bel tempo,
di tiepido caldo,
di fresco
all'imbrunire,
che ti ha portata qui.
Spinta dal vento
tiepido e mai freddo,
mai troppo caldo
della vita,
delle sue correnti,
delle sconosciute leggi,
che ne governano
le direzioni.

Ha nevicato felicità
Quella nuvola dorata.
Sull'arsura
di deserti
infestati di serpi,
nascosti
nelle fratture
di una terra senza vita,
spazzata da venti
aridi.
Inaridita
dalla falsità
di un bella stagione inventata.
Ma mai avuta

Ha tempestato buon umore
Quella stupenda nuvola
Sfumata di rosa.
Sui disastri di un terremoto,
Di case demolite,
Di disperazioni e lacrime.
Case piene solo di dolore.
In città senza insegne,
irraggiungibili,
buie.
Zeppe solo di malandrini,
Sciacalli
di cuori puri
Ladri di sorrisi.

Ha piovuto coraggio
Quella semplice nuvola
Di bel tempo.
Vero,
riconoscibile
forse,
soltanto
Dalle mani stanche,
Ma sincere,
Indurite,
Ma dolci,
Di vita vera,
Di vere stagioni.
Le mani
di un vecchio,
Saggio, onesto
contadino.

…. che il bel tempo ritrova,
sempre.


FranzK.

sabato 24 novembre 2012

Non è un Bacio.





















per sentirlo clicca qui:

Audio recording >>


http://www.youtube.com/watch?v=Y-E53gmeO-8&feature=related



Non è un bacio.
Che ti mando.
Non carezze.
O teneri sguardi.
Non parole.
Versi arguti.
Romantiche canzoni , melodie.
Non è un pensiero.
Che può danzare sul tempo.
Che ti mando.
Non ti mando un istante.
Rubato agli istanti.
Non un gesto.
Consueto, scontato.
Non ti mando un desiderio.
Troppo facile da sentire.
Non promesse, troppo facili da tradire.
Non vocaboli.
Insistiti.
Inconsistenti.
Non è un semplice bacio.
Che ti mando.

Ti mando me.
Non solo il mio cuore.
Non basta il cuore
Per contenere
L’emozione
Di averti  sempre al mio fianco
Ti mando il mio semplice vero.
Tutto i miei respiri.
Sospirati.
Tutto  ciò che sento.
Che sono, che faccio.
Ti mando un per sempre.
Senza tempo.
Un’attesa.
Che non ha fretta.
La fedeltà.
Non di parole.
Non di baci.
Ma della semplicità.
Di un semplice candido petalo
Puro.
Impregnato soltanto.
Come la mia anima.

D’amore vero.

FranzK.


Is not a Kiss.

Is not a kiss.
That i send you.
Not  a lot of caresses.
Or tender glances.
Not words.
Witty verses.
Romantic songs and melodies.
It is not a thought.
That can dancing on time.
That i send.
Don't send an instant.
Stolen from istants.
Not a gesture.
Usual, granted.
Don't send you a desire.
Too easy to feel.
Not  promises, too easy to cheat.
Not words.
Insistent.
Inconsistent.
It isn't just a kiss.
That I send you.

I send me.
Not only  my heart.
Isn't enough the heart,
To contain,
The emotion,
To have you ever by my side.
I send you my simple truth.
All my breaths.
Sighing.
All I feel.
All I am, all i think, I do.
I send you a forever.
Timeless.
A waiting.
Leisurely.
The fidelty.
Not made of words
Not made of  kisses
But from semplicity.
Of  simple white petals.
Pure.
Only Impregnated.
Like my soul.

Of true love.

Francesco with true love for Evgeniya.

martedì 20 novembre 2012

Più di Sempre.























https://www.youtube.com/watch?v=p6RWCmUBgXk



Più di prima
Più di sempre
Voglio respirare ossigeno
E correre nel vento
Avvolto nei tuoi capelli
D’oro
Ma come possiamo?
Non pensare
Di poter essere felici?
Per poterlo essere.
Sempre.
Come quando
La primavera dei nostri giorni
Sbocciava
Campanule e viole
E non esitava
Nel credere ai loro profumi.
Più di sempre
Voglio vivere sorrisi
Di vita connessa
Insieme ai tuoi sorrisi.
Più di prima
Voglio vederti sorridere
Dentro lo sguardo attonito
Di occhi troppo vicini
Che ignorano
Senza colpa ma senza luce
L’allegria della tua voce
Senza colpa ma senza luce
Per poter comprendere
L’animo tenero
Della tua allegria
Di bimba felice
Che corre e s’arrampica
Dentro l’incolmabile
Della sua curiosità.
E respiro ossigeno
E mi arrampico dietro a te, dentro te.
Nelle tue impronte.
Indelebili.
Incise in rocce antiche
Rive di laghi incantati
Infiniti smeraldi.
E più di sempre
Solo un pensiero felice
Avvolto nei tuoi capelli
D'oro accecante.
Potrà rinascere.
L’oro perduto.
Per un altro, non nero.
Libero
Finalmente
Di essere felice.
Per noi.
Per tutti.


FranzK.

martedì 30 ottobre 2012

Sempre.





















per sentirlo clicca qui:


Record music and voice >>


http://www.youtube.com/watch?v=JVUfQb04e4s



Sempre                                                                                             
Ogni istante
Morbide ali
Come petali delicati
Senza tempo
Per appassire
Prendono i nostri cuori
E li portano in volo
Verso l’oriente
L’occidente
E solo tenere carezze
Sincere armonie
Parole senza alfabeti
Si incontrano
Ci avvolgono
Nell'abbraccio struggente
Sempre
Di un amore vero.


FranzK.





Always
Every moment
Soft wings
How delicate petals
Timeless
To wither
Take our hearts
And carry them in flight
Towards the eastern
The West
And only caresses
Sincere harmonies
Words without alphabets
meet
we wrap
poignant embrace
always
Of a true love.


for Evgeniya.
for our love.



mercoledì 4 aprile 2012

I Greci, la Volontà, il Dolore.





Alcune cose vanno diffuse affinché ciò che abbiamo incontrato, in un vero, possa essere patrimonio e possibile utilità per tutti.

Mi pare esista una stretta correlazione, nella storia dell’uomo, che unisce, in modo quasi imprescindibile il “risultato” ( chiamalo successo, prestazione, affermazione), al “sacrificio”.


Personalmente credo che se, biblicamente o antropologicamente,  siamo stati condannati a qualcosa, ebbene questo è un atto di “volontà” e non di “sofferenza”.

La “sofferenza” è figlia di se stessa nel miglior pensare, nel peggiore, dell’ignoranza.

Essa confonde in se la “volontà”, confinandola con sommo sconforto e vilipendio a mezzo.

Non riesce quasi mai ad affidarle la virtuosa, illuminata, intelligente appartenenza di vero scopo e fine.

Così e ancor di più, stupisce quando la “fatica” ( figlia buona di una buona volontà) viene confusa con il “dolore” e la sua sopportazione.

L’essere umano è una strana creatura di origine progettuale o evolutiva,certamente speciale:
è “deformabile” e “adattabile”.

Forse proprio perché al confino in un ambiente probabilmente non suo.

La follia sta nel fatto che, a volte, per deformarsi e adattarsi, deve passare dal “doloreprima che questo diventi così tanto deformazione e adattamento da trasformarsi in abitudine e normalità.


Tempo fa.
Tanto tempo fa.
Pensavo e scrivevo.
Nelle lunghe notti.
Al lume di una semplice candela.
Della nostra natura.
Di tutto il difficile della felicità.
Di questo istinto.
Che non riesco a comprendere.
Alla sofferenza.
Alla sfida.
Al dolore.
Alla sua celebrazione.
Quotidiana.

Ho riletto.
Avevo molta rabbia.
Che non c’è più.
E sono felice.
Di averla perduta.
Era uguale al dolore che non capivo.
Dalle maratone greche.
A quelle decuobertiane.
Ho voglia di felicità.
Di intelligenza.
Che rende semplice e piacevole ogni cosa.
Che trova soluzioni.
Nella chiarezza.
Nella semplicità di un pensiero.
Che scopre.
Trova.
Comprende.
In un sorriso.

Nell’attesa.
Senza rabbia.
Del sorriso di tutti.


FranzK.

domenica 25 marzo 2012

Il Diavolo nella Tazza.





Una tazza colma di veleno.
Chiusa da un lato.
Dall’altro un sottile foglio di carta.
La rovesci.
E il veleno non esce.
Nulla da fare.
Tensione superficiale di bordo.
E nessuna possibilità.
Per far entrare ossigeno.
E uscire veleno.
Come un diavolo persistente.
Nidificato.

Finisci per affezionarti.
Al tuo veleno.
Al tuo diavolo nella tazza dei tuoi ventricoli.
Appena modellati.
Finisci per sentire tuo quel veleno.
Scambiandolo per amorevole caffèlatte.
Chiuso da un lato.
Per natura.
Quel cilindro.
Di emozioni avvelenate.
Chiuso da un sottile foglio di carta innaturale, dall’altro.

Umida sui bordi.
Di veleno a elevato punto di evaporazione.
Goccioline persistenti.
Di sensi di colpa.
Di abitudini.
Di affezione alla “normalità”.
Di produttori di veleni.
Di madri avvelenate.
Dentro i seni.
Non di latte rilassante.
Ma di false libertà.

Mucche da travaso.
Non di serotonina di buonumore.
Ma di veleno corrosivo.
Alienante.
Di possesso.
L’ossigeno della libertà è colmo d’altro.
Di responsabilità
Di “no”.
Per crescere davvero.
La libertà non è possesso.
Ma distacco.

Di quella piccola membrana.
Appena sollevata dal bordo della tazza colma di veleno, non di latte, solo un poco.
Che lascia entrare ossigeno.
E uscire veleno.
Non tuo.
Rimarranno umide le pareti.
Di diavoli e veleni.
Ma la superficie di scambio diverrà grande.
E  tutto quell’ossigeno.
Le asciugherà.
Nel tempo.
Nella buona stagione calda.

Lasciando solo il meglio della vita.
Pareti pulite e trasparenti.
Da colmare con altro veleno, altri diavoli.
O solo buon latte fresco.
Pieno di ossigeno.
Pieno di vera Libertà.
 

FranzK.

venerdì 24 febbraio 2012

Noi, Soli.





Noi, soli.

Che abbiamo smesso di temere la solitudine.
Che abbiamo imparato a star bene con il peggio.
Con noi.
Che abbiamo avuto il coraggio o la follia di affrontarlo.
Noi, liberi.
Soli e liberi.
Avvolti in una musica.
O in uno scritto.
In un pensiero.
In una semplice speranza.
Ma mai più in una illusione.
In un nido sicuro.
Anche se falso.
Noi.
Soli.
Che abbiamo sfidato la morte.
Che abbiamo portato un coltello nel letto.
Accarezzandone la lama.
Perché era troppo forte il dolore.
Insopportabile.
E poi lo abbiamo riposto nella dispensa.
Per sempre.
E sentiamo musica.
E sentiamo emozioni.
Ci sentiamo.
E non abbiamo più paura.
Di noi.

Noi, soli.

Senza mai più sentirsi soli.
Abbandonati.
Cantiamo la nostra musica.
E sentiamo dentro tutto.
Perché non ne abbiamo più timore.
Dei draghi.
Del loro fuoco.
Perché non li abbiamo sconfitti.
Ma compresi.
Non addomesticati.
Non vinti.
Ma solo capiti.
E accarezzati.
Senza potessero mai più ferirci.
Bruciarci.
Noi.
Soli.
Adesso siamo pronti.
Per il noi.
Anche insieme.
Solo adesso.
Che abbiamo imparato.
Il noi.
Il solo.
Siamo pronti per l’insieme.
Di tutto.
O di nulla.
Ma siamo nella vita.
Non più fuori.
Non più estranei ad essa.
Siamo insieme.
A tutti.
Anche nell’essere soli.
Pronti per la vita.
Per il suo insieme.
Per le sue pulsazioni.
Per i suoi sguardi.
Per ascoltare.
Ed essere ascoltati.

Accolti.
Accoglienti.
Noi, soli.
Con solo un sorriso.
O un grande Sole.
Pronto a illuminare.
O a rifrangere.
Finalmente accolti.
Finalmente accoglienti.

Soli.
Vivi.
Pronti.
Finalmente.
Anche al meglio.
Della vita.


FranzK.

lunedì 13 febbraio 2012

Le Gambe delle Bugie.





Dicono siano corte.
Il detto dice così.
Io non ci credo.
Ho incontrato solo bugie con gambe lunghissime.
Oltre il disumano a volte.
Esseri piccoli e rotondi con lunghissimi arti in superlega Maraging.
Perché  il difetto della menzogna, non sta nei suoi arti ma nella forma della sua testa.
Che si presenta tonda.
Perfetta come una sfera.
Da cuscinetto di precisione.
Ancora prima della lunghezza e consistenza dei suoi arti.
È la perfezione euleriana della sua testa che va presa in considerazione.
È quella che la rende così simile alla verità.
Da considerarla vera.
E non solo una bugia, una menzogna.
Insomma non è la sua durata che preoccupa.
Che ci rende del male.
Ma la sua troppa somiglianza con la verità.
È la forma della sua testa e non la lunghezza delle sue gambe.
Troppo ben confezionata.
Così ben contraffatta da sembrare al suo contrario.
Credo sia il packaging che ci ferisce quando ne subiamo una.
O quando a nostra volta ne produciamo.
Sentendoci tanto stupidi nel subirla quanto furbi nel produrla.

E quante nature ha?
Troppe.
A volte è progettata, a volte no.
A volte chi la produce la scambia onestamente con la verità.
Altre volte è solo un vero inganno .
Si producono per difesa.
Ma anche per attacco.
Temo non ne sia esente nessuno.
Nel produrle e nel subirle.
Capita di produrne anche a “fin di bene”.
Meglio una menzogna che la verità.
Così come capita di non sapere la verità.
E finire solo per produrre bugie.
Una di essa, a volte, è una mezza verità.
O un semplice non conoscerne una.
Così non sempre sono contraffazione premeditata.
Neppure contraccezione del vero.
Ma a volte, forse troppe volte, una semplice quanto inquietante spontanea naturalezza.
Tanto che la scoperta della “non verità” è più destrutturante per chi la produce.
Piuttosto che per chi la subisce.
E di cui ne rimane ferito.
Altro che lunghezza degli arti.
Temo sia un semplice problema di testa.
Solo e solamente di testa.



FranzK. 

martedì 17 gennaio 2012

Fidati.



Se vuoi sentirlo:






Fidati di quello che senti.
Non di quello che leggi.
Fidati del tuo cuore.
È collegato alla mente.
Molto di più di quanto credi.
Fidati di te.
Fidati di chi ha scalato prima di te.
Non è più di te.
È solo differente, non superiore.
È solo non uguale, non maestro.
Fidati del tuo cuore.
Di quello che provi.
È molto di più di quanto credi.
Di qualsiasi prova.
Di qualsiasi conferma.
Senti dentro.
Non fuori.
Fuori non c’è nulla.
Nulla meglio o peggio di te.
O forse solo peggio.
Fidati di quanto sai dare.
Non di quanto puoi ricevere.
È il dare che ti fa speciale.
Ricevere non è una specialità.
Fidati di te.
L’inadeguato lascialo agli altri.
Fidati di quello che senti.
Non di quello che ti vorrebbero far sentire.
L’inadeguato è degli altri.
Non tuo.
Fidati di quello che provi.
Non di quello che comprendi.
I sentimenti non tradiscono.
Tradiscono gli schemi.
Non i sentimenti.
Tradiscono in modo subdolo gli schemi.
Non tradiscono mai i sentimenti.
Fidati del tuo cuore.
Di quello che sente, che sa.
È molto più collegato alla mente.
Molto di più di quanto credi.
Tanto da essere una cosa sola.
Indivisibile.
Fidati del tuo adeguato.
Nel dare quel sacco d’amore che possiede.
Fidati, per una volta, anche di me.
Di quello che ti dico.
Non per esperienza, ma per conoscenza.
Pari alla tua, non meglio o peggio, non di più o di meno.
L’esperienza non esiste.
È il tranello dei vecchi.
Di quelli stanchi di vivere.
Senza più alcuna vita.
Dei giovani e dei vecchi senza vita.
L’esperienza è solo un tremendo tranello.
Di persone stanche.
Vecchie.
Tu hai dentro la vita.
Fidati del tuo cuore.
Quanto mi fido io per te, per lui.
Del tuo.
Io posso condurti a vedere le stelle.
Ma poi guarda tu, con i tuoi occhi da cerbiatto.
Guarda l’orizzonte.
Io mi fido di te.
Del tuo capire con il cuore.
Guarda dove conduce lo schema.
Guarda verso quale infausto futuro.
Non ero io il pessimista.
Io non sono un vecchio.
E non posso dedicarmi al pessimismo, all’immobilità.
Io sono giovane, non posso accecarmi con delle bugie.
Io mi fido del tuo sguardo.
Mi sarei fidato a sedici anni.
Non avrei avuto alcun dubbio.
Nelle tue iridi.
Nel tuo cuore.
Mi sarei fidato e non avrei sbagliato.
Fidati di ciò che senti.
È un cuore speciale il tuo,  fidati di lui.
È l’unico collegamento con la mente.
Con una mente così speciale.
Fidati dei tuoi occhi da cerbiatto.
Della tua adeguata differenza.
Un differente meglio di un normale peggio.
Differente dal mondo solo peggio.
Dal mondo degli schemi e dei cibi liofilizzati.
Eravamo per il biologico tutte e due no?
Il meglio a volte si sente differente.
Ma è solo meglio.
Proprio perché differente.
Biologico, naturale.
Il meglio ha diritto di esistere.
Non colpa.
Non peso.
Il meglio è la vita.
E la vita ha diritto per se, quando è il meglio.

Il meglio di quanto non mi sono sbagliato di riconoscere.

In te.

Francesco