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domenica 30 dicembre 2012

Castrazione Chimica.
























https://www.youtube.com/watch?v=qYS732zyYfU


Tanto, tanto tempo fa …….. scrivevo :

Un amico mi fa presente un post su un blog di Yoga di cui leggo e riporto per esteso una frase. 
E parliamo del dolore, non di una cosa qualsiasi: 
“Cycling is so hard, the suffering is so intense, that it’s absolutely cleansing. The pain is so deep and strong that a curtain descends over your brain… Once, someone asked me what pleasure I took in riding for so long. ’Pleasure?’ I said. ’I don’t understand the question.’ I didn’t do it for pleasure, I did it for pain.” – Lance Armstrong 
Per i non “Anglosassoni” (nella mia pessima traduzione): 
Il ciclismo è davvero duro, la sofferenza molto intensa, che sono cose che “purificano”, il dolore è così intenso e profondo tanto da far scendere un sipario sul tuo cervello …….. Una volta qualcuno mi ha chiesto quale piacere provo a correre così a lungo.“Piacere”? ho detto. Non conosco il significato della domanda. Io non faccio tutto questo per il piacere, lo faccio per il dolore. Lance Armstrong. 
Il grande mitico Lance. 
Uno che ha sconfitto il cancro. ( non da solo, ma con il suo sponsor, una farmaceutica …….. troppo importante ….).
E ha vissuto per il dolore. 
Il “piacere” del dolore se ho ben capito.(da oggi siamo garantiti che il ciclismo è dolore, quanto la maratona e molto altro ancora …). 
Ed è stato un mito della gente, delle masse.
Mi spaventa più di qualsiasi crisi, il mito del dolore. 
Mi spaventa per modo dire, mi inquieta, mi rattrista.
E adesso le masse che lo osannavano bruciano le sue statue, l’”unico” che ha fatto uso di sostanze illecite ……
E quanto crediamo che gli asini volano, crediamo che gli altri, quelli che hanno perso, concedendo a lui di “vincere”, siano esenti da trattamenti farmacologici.
Speriamo che i suoi “tour” siano serviti a studiare almeno nuovi rimedi per qualche malattia ……
Speriamo di non leggere più la parola doping …….
Perché non è doping, ma solo l’eterno mito del superuomo- superscimmia, della crescita, della stupidità che vuole dimostrare sempre e solo l'inutile “di+”.
E il ciclismo è una scusa, vale per tutti gli sport e non solo, vale per una vita “adrenalinica”, per tutti,  per quelli che sento dire ancora oggi che lavorano come matti, in nero ……. e se hanno il mal di testa prendono farmaci perché ci sono soldi neri che li aspettano, anche bianchi ……
Credo sia per questo che nulla fa scandalo, perché quanto i politici ci rappresentano lo fanno anche i “miti” sportivi, le modelle, le macchine da mezzo milione di euro, e i cartellini da timbrare in ceti luoghi dove poi non basta un aiuto di farmaci ma ci vuole lo psicologo.
Quanto troppi fanno uso di cocaina politica e manageriale, di "fumo", di "pasticche" colorate di vari colori o anche solo blu......
Questa è la ripresa che tutti si augurano.
La ripresa del “dolore”.
Ha anche contenuti mistici legati a religioni e santi, il dolore, di cui vorrei però parlare un poco più avanti. 
Anche perché i santi veri di qualsiasi religione e “non –religione” non hanno né vissuto grazie a degli sponsor né sono morti lasciando ricchezze. 
Ha anche molte correlazioni con le guerre, il dolore. 
Mi spaventa, quindi meglio andare avanti. 
Lo stesso amico (ho dei pessimi amici effettivamente ……) mi spedisce anche il testo(che allego integralmente) di un articolo di “La Stampa” con un titolo che da solo vale l’attenzione per la lettura completa: 
“La corsa non rende felici”. ScaricaLa corsa non rende felici - 200903
Se non lo conoscete, godetevelo, ne vale la pena. 
Io mi fermo a chiedermi un paio, forse tre cosette: 
Mi chiedo se l’efficienza può essere correlata con il dolore. 
Mi chiede se “andare forte” può essere una azione correlata con il dolore. 
Mi chiedo se “andare forte” può essere una azione correlata all’efficienza. 
Mi chiedo se "andare forte" può essere una azione correlata all'intelligenza.
Mi chiedo se il dolore è intelligenza. 
Mi chiedo se sarà il dolore o l’intelligenza che ci faranno “uscire dalla crisi”. 
Mi chiedo se è stato il dolore o l’intelligenza che hanno scatenato la crisi. 
Mi chiedo se saranno i muscoli o il cervello l’evoluzione della nostra specie. 
Mi chiedo come i D.O.M.S .Scarica DOMS che distruggono le miofibrille muscolari possano farle crescere. 
Mi chiedo come posso aiutare la morte neuro-muscolare di un ammalato di S.M.(sclerosi multipla) con il fitness . 
Mi chiedo se i D.O.M.S. sono sinonimo di salute o di malattia. 
Mi chiedo come lo sport che ha sostituito la guerra può essere un atto di intelligenza. 
Mi chiedo se la guerra è intelligenza. 
Mi chiedo se essa sia dolore. 
Mi chiedo se nel vincerla possa esserci gioia, felicità. 
Mi chiedo se può essere vita.
O soltanto la solita castrazione chimica che ci vuole “non pensanti”.
Beato Pensiero …… la forma più pericolosa per il potere delle “superscimmie”, scusate "superuomini" :).

FranzK


“Ciò che non mi uccide, mi rende più forte” ( Friedrich Nietzsche - 1888)
..... la civiltà delle superscimmie ......... 150 anni dopo .......

venerdì 7 dicembre 2012

Amare Paure d'Amore.


























https://www.youtube.com/watch?v=vdB-8eLEW8g




Fa paura amare.
Lo desideriamo con disperazione
Poi, con la stessa disperazione.
Fuggiamo.
Perché è un rischio,
Immenso.
Una responsabilità,
Pesante.
Assumere l’amore.
Prenderlo con se,
Come se stessi.
Perché alla fine,
Perde sempre.

Nel meglio,
Almeno la vita.
Come il miglior vino,
Al quale sfugge
Il suo contenitore.
Si scioglie.
Evapora.
Lasciandolo sparso
E in decomposizione.
Non più protetto,
Conservato.
E parlo dell’amore.
Dell’essenza della sua spremitura.

Non di quello tra un uomo e una donna.
Non solo.
Non di quello tra un genitore e un figlio.
Non quello di un vero amico
Non quello per un attitudine.
Neanche quello per la vita
Va oltre l’amore.
Molto oltre la vita
E fa paura,
Da morire.
Perché anche nel suo meglio
Finisce
O ne corre il rischio.

Nel suo peggio è più rassicurante
Come l’orzo al posto del caffè.
Può essere consuetudine,
Abitudine,
Un vino onesto insomma,
Nel peggio del suo meglio,
Che difficilmente ti può essere tolto.
Un vino da pasto,
Generoso,
Buono,
Genuino.
Forse il peggio è meglio
Del meglio del meglio
Perché è difficile perderlo.

Al più diviene utile aceto.

Dell’amore
Non puoi farne aceto.
Ma solo occasione unica,
Irripetibile,
Che pretende il meglio di te,
E da te.
Quel meglio dato,
Che può non essere riconosciuto
Il meglio,
Che può perdersi nel nulla.
Che dona,
Senza chiedere.
Solo un rischio,
Da paura.
Che offre tutto,
Nell'incerta transumanza

Di tutte le stagioni.



FranzK.


Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti.
(Bertrand Russell)

mercoledì 14 marzo 2012

Ladri di Vite.






Ancora e ancora.
Di violenza.
Da bestie.
No.
Le bestie non sono violente.
Mai.
Da Uomini.
Perché?
Perché la violenza da uomini?
Perché le bestie possono impazzire.
O avere solo fame.
Gli uomini no.
Né per fame.
Neppure per follia.
Mi riporta a ricordi.
Giovanili.
Di film che non ho potuto vedere.
Allora.
Troppo giovane tra vecchi.
Troppo precoce solo nella testa.
Un maledetto.
Perché in quel film rappresentava.
Lo stupro vero.
La sua vera origine.
La struttura sociale.
Della violenza.

E degli stupratori?
Cosa dire?
Maledetti?
Ma no.
Da “capire”.
Qualche anno al fresco.
Condizionali.
Psicologi.
E via.
Perché cambiare la società?
In fondo uno stupro è come un furto.
Andato male.
Uno che entra nella tua casa.
E non può rubare sentimenti.
Solo lasciare fetidi odori.
Che solo finestre aperte.
E tanto tempo.
Possono far passare.
Povero Pasolini.
Maledetto per la sua “diversità”.
Per me eterosessuale.
Nulla di che.
Che in quel film.
Ha avuto il coraggio.
Di rappresentare l’origine dello stupro.
I quattro poteri che lo favoriscono.
O favoreggiano …..
Favoreggiando i condizionamenti sociali a loro e a suo vantaggio.
Ed è passato lui per “bestia”.
I quattro poteri si sono evoluti.
Nel favore del vento.
Della società dei controvalori e delle speculazioni.
Dei “grandi fratelli”, dei “Facebook”.
Dei “Sanremo”, dei “Superenalotti”.
Delle “veline” , dei modelli certificati da quattro poteri con un unico interesse.
Farti “pensare” come lui.

Salò?
Sodoma?
120 giorni?
Almeno.
Sarebbero già finiti.
Invece no.
Non c’è numero.
Non c’è fine.
Allo stupro.
Alla violenza.
Di uomini su donne.
Di donne su uomini.
Di furti.
Dei propri profumi.
Lasciando solo olezzi.
Insopportabili.
Violenza?
No.
Molto di più.
Furto.
Legalizzato.
Incitato.
Favorito.
Favoreggiato.
Anche solo per il valore di una notizia.
Di un terrore.
Fisico.
Psicologico.
Profondo.
Interiore.

Quattro poteri.
E qualche miliardo di senza pensiero.
Ladri di vite.


FranzK.

P.S. come cantava De Andrè , appena rivisto : 
.......anche se noi ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti......

venerdì 10 febbraio 2012

Questa notte.





È una treccia di vento.
Un semplice sorriso.
Stanco.
Felice.
Confuso.
Che attraversa il freddo.
È un sospiro di speranza.
Che brucia sotto l’asfalto.
Il ghiaccio secco.
Che prova a riposare.
Che prova a credere.
In un semplice polpastrello teso nel buio.
L’ignoto è sempre più vicino.
Nel tuo tormentato sonno.
Ogni istante, uno in meno.
Cos’è?
Forza.
Tanta.
Dentro.
Pulita come la neve che ci separa.
Candida uguale.

Questa notte.

Brilla un bagliore.
Struggente come un notturno di Chopin.
Deciso e forte come un imperatore.
Un cuore.
Pieno di cuore.
Morde la strada.
Nera.
Cupa.
Bianca.
Di neve gelida.
Calda.
Di sensazioni sicure.
Mentre si allontana la tua terra.
Strappa radici.
Profonde.
Strugge nel sonno.
Il sogno.
Il tuo.
Il mio.


Domani sembra lontano.
Ma scava solchi.
Dentro.
Nel tempo.
Nel  tempo divorato istante per istante.
Dai cavalli rossi di fuoco.
Inarrestabili.
Così infuocati.
Da sciogliere ogni freddo.
Ogni dubbio.
Oltre il buio illuminato dalla neve.
È già qui domani.
A chiederne un altro.
In una terra diversa.
Altre radici.
Altri germogli.
Nuovi, differenti.
Innesti evoluti.
Di tutta quella diversità.

Questa notte.

Ha un sole dentro.
Che sappiamo solo noi.
Balenerà il tempo in un infinitesimo.
E sarà giorno.
Domani.
Per sciogliere o legare.
Per poco o per sempre.
Per intrecciare nuove radici.
O scioglierne i legami.
Per nuovi succosi frutti.
O semplici arbusti di ricordi.
Lo sappiamo solo noi.
Lo sapremo tra un piccolo infinito istante.
Lungo tutto una notte.
Prima che il sole.
Di domani.
Decida il bagliore delle nostre pupille.
In stupore.
O ammirazione.

Questa notte.

Prima del sole di domani.
Ha il sole della vita.
Che sappiamo solo noi, solo tu.

FranzK.

mercoledì 8 febbraio 2012

Il mio Castello.





Eravamo partiti.
Il giorno dell’Epifania.
Per quel lungo viaggio.
Oltreconfine.
Io dovevo solo farvi da Virgilio.
Niente di più.
Voi dovevate fare.
Tanto e in poco tempo.
Sudore e fatica.
Io no.
Al massimo assistervi.
Consigliarvi.
Così ho deciso di portare con me quel libro.
Di quel Franz vero.
Di quel castello irraggiungibile.
E poi si dice del raziocinio.
Ho aperto le tende della mia stanza.
E nella notte c’era un castello.
Proprio davanti a me.
Mentre leggevo Il Castello del grande Franz.
Un caso?
Probabilmente sì.
O forse no.
Chissà.
Ho finito il libro prima del vostro duro lavoro.
Mentre contemplavo quel castello.
Ogni notte.
Tanto da confonderlo.
Da sentirlo vero.
Come quello irraggiungibile.
Del libro.
Che strana la vita .
A volte.
Metafisica davvero.
Per ci crede almeno.
Un segno o casualità?
Un segno per me che ci credo.
Passavo le notti.
A leggere quel libro.
Con le tende aperte.
Su quel castello vero.
O solo immaginario.
Quello irraggiungibile del libro.
Quello dove volevo portarvi l’ultima sera.
Che sembrava vero.
Raggiungibile.
E comprendo la vostra incomprensione.
Alla fine del vostro sudore.
Fatica.
Del mio volere.
Alla fine del mio leggere.
Leggero.
Incantato.
L’avevo compresa.
La mia folle iniziativa.
Per voi.
Di portarvi a cena .
Al castello raggiungibile.
E non in una disco-dance.
Dovevo sfatare l’irraggiungibile.
Come avreste potuto comprendermi?
Ma mi avete seguito.
Annoiati.
Come l’ultimo vostro dovere.
L’ultimo sudore.

Le indicazioni erano chiare.
Avreste cambiato idea.
Alla sontuosa cena.
Che avremmo fatto.
Lassù.
Al castello possibile.
Ero sicuro.
E le indicazioni erano chiare.
Saremmo arrivati in pochi minuti.
Era sicuro.
Poi la disco dance.
Ma dopo.

Guidavo io.
Nessun problema.
Nessuna paura.
Io non avevo sudato.
Stavo bene.
Ero pronto per raggiungerlo.
Il castello possibile.
Ne avevo necessità.
Desiderio.
La notte era chiara.
E le sue luci luminose.
Le indicazioni chiare.
Solo pochi minuti.
Pochi istanti.
E saresti stati contenti anche voi.
Solo pochi istanti.

Ma perché?
Perché non ci sono riuscito?
Le indicazioni erano chiare.
La strada unica.
A raggiungerlo?
Proprio come nel libro.
Perche?
Era lì.
Luminoso.
Sopra quella montagna.
Con un'unica via.
Semplice.
Ben indicata.
Mi chiedo perché.
Non ci sono riuscito.
Anche io.
A raggiungere il mio sogno.
Il mio Castello.
Finendo nella disco dance.
Anche io.
Perché?
Dimmelo tu Franz perché.
Anche il mio castello.
È uguale al tuo.
Irraggiungibile.


FranzK.


P.S.
Una storia vera.

venerdì 13 gennaio 2012

Il tempo dell'Amore.





Se non sapessi di essere stato amato.
Davvero tanto, oltre quello che io stesso sono stato capace.
Se non ne fossi davvero certo, se non ne fossi cosciente.
Amato da capo a piedi.
Sarebbe forse più facile, sarebbe semplice, andare oltre l’orizzonte.
Buttarsi alle spalle quello che provo.
Guardami.
Se non provassi a dirmi la verità non sarei io.
Anche se mi trapassa come una lama affilata.
Se solo non fossi certo, per una volta, di essere stato amato davvero.
Guardami.
Profondamente.
Non mi aveva mai amato nessuno, non sono riuscito a crederci.
Di poter essere amato.

Ho avuto una paura folle di quell’amore.
Così tanto.
Così vero.
Da poter soffrire oltre il possibile.
Solo per volermi bene.
Bene a me.
Solo per quello che ero.
Per null’altro.
Per quel nulla che mi sono sempre sentito di essere.
Da non poter meritare l’amore.
Uno vero.
Brillante come un cristallo.
Diamantino.
Guardami, nei miei occhi verdi.

Era il tempo di poterlo capire.
Di poterlo vivere.
E io avevo una paura folle.
Non la paura d’amare, ma di essere amato.
Guardami.
Mi sto guardando.
Avevo solo una paura da morire.
Di poter essere bello per qualcuno.
Di poter essere solo io.
Senza dover dimostrare finalmente nulla di più.
Nulla di meno.
Quando avrò finito mandate questo scritto da uno strizzacervelli.
Ma non capirà neanche lui.
Il mio tempo dell’amore.

Guardami.
Ti sto guardando.
Mi sto guardando finalmente.
Con ancora un po' di paura.
Di essere amato.
Guardami, ancora.
Non è l’intelligenza che mi manca.
Non il buonsenso.
Non l’autostima.
Non l’equilibrio della mente.
Ho solo una paura matta.
Ancora un poco.
Di essere amato.
Solo per quello che sono.

So che mi capisci.
Lo hai sempre fatto.
Guardami, dentro le pupille.
Non c’è rabbia, solo paura.
Come se l’amore avuto, fosse la stanza buia per un bimbo.
La paura di un bimbo buono, che la paura rende disperato.
Perché non sa.
Di poter essere amato.
Senza dover essere di più o di meno di quello che è.
Solo io, quel piccolo bimbo terrorizzato.
Solo paura.
Guardami ancora, ancora per un po'.
Il tempo dell’amore è divenuto quello della paura.
Come quella di un bimbo in una stanza senza luce.

Guardami, ancora.
Avevo solo paura.
Quanta non ne avevo della vita.
Ne avevo dell’amore.
Non del mio, ma di quello che mi veniva dato, per la prima volta.
Tendimi le mani.
Stringimele forte.
Solo paura.
Come quella di un bimbo dentro in un castello buio.
Perché non sa quello che contiene.
E ne ha paura.
E inciampa e corre e si ferisce.
Nel suo tempo dell’amore.

Guardami.
Prendimi per mano.
Conducimi nel tuo castello.
Adesso so cosa contiene.
Non ne ho più paura.
Solo gioia.
Come un bimbo sorridente al quale hai svelato il segreto.
Di quella paura fatta di nulla.
Felice di quel luogo che diviene solo splendore.
Fuori di lì sarà lui a tenerti  la mano.
A non farti temere nulla.

Nel tempo dell’amore.


FranzK.

martedì 10 gennaio 2012

Caste senza letizia.





Non è la mia specialità ma ci provo.
Senza letizia.

Sento e leggo parlare di liberalizzazioni.
In uno Stato che si dice libero da quasi settant’anni  ……. Mah.
Purtroppo sorgono antichi dubbi, recenti certezze, si rafforzano quesiti e inquietudini un po' pericolosi.
Sento e leggo parlare della “casta” credo riferendosi ai politici, almeno così comprendo io che non sono del mestiere.
Vado prima a leggere il significato della parola: riassumendo è di origine indiana e in poche parole:

E ancora:

Molti anni fa ho prestato la mia opera ad un imprenditore (arricchendolo parecchio) che mi ripeteva  fino quasi all’ossessione (forse perché lo stavo arricchendo e aveva qualche senso di colpa ….) un saggio detto della vita, recitato in dialetto:

“sold fa sold, fufa fà fufa”

Tradotto, per i non indigeni, solo dal denaro si produce denaro, quanto la muffa è in grado di riprodurre solo se stessa.

Partiamo con ordine dalla stratificazione gerarchica.
Il denaro rappresenta lo strato superiore della gerarchia, è semplice, è la ricchezza in ogni impero, è l’impero, anche in una semplice colonia.
E per essere riprodotto ha necessità della muffa, delle sue necessità, dei suoi sacrifici.
In mezzo agli strati estremi della gerarchia c’è la politica (una volta ai tempi dei re c’erano gli eserciti) che deve mediarne il rapporto.
Deve comunque fare in modo che la casta primaria, si mantenga senza che la muffa possa entrarne a farne parte.
Credo sia semplice, sia così.

Procedendo, la casta del denaro non è una sola, ma un insieme di molte.
Tradendosi e tradendo proprio il liberismo di Adam Smith, fondato su libera concorrenza e meritocrazia, che le ha generate verso la peggior forma di conservatorismo bolscevico, piuttosto che di decadente, vecchia nobiltà.
Tramandando di padre in figlio, i propri poteri, come faceva un re, un reame, anche se il figlio non ne era all’altezza.
La rivoluzione industriale cambiò molto, quasi tutto, trasformando poveri in ricchi, reami in democrazie, lasciando alla casta dei nobili i titoli, non i poteri.
Ma ne creò di nuove, altre caste, altri privilegi, altri conservatorismi, altre successioni a figli indegni.
Arrivando a noi, di caste è pieno il mondo, tutti ne abbiamo una, con ognuna la propria difesa, nel nostro mondo quasi sempre politica, anche se alcune volte ancora troppo armata.
Arriviamo a casa?
La nostra dico?
Piccola, piccola, quella della nostra penisola per intenderci.
Quante sareste in grado di contarne?
Di caste intoccabili, conservatrici e imperturbabili?

Io parto dal potere economico, il potere sopra ogni potere, che vorrei rimanere illuso non sia di certa “imprenditoria” ma di un’altra, non sia degli imprenditori che del loro lavoro hanno fatto oltre che un interesse economico anche una passione, quasi un sentimento.
Ma di un altro tipo, di carattere solo speculativo, nessuna altra passione se non il denaro fine a stesso, nella sua capacità di riprodursi solo da se, con il supporto indispensabile della muffa ovviamente.
Perché non parliamo della Massoneria per esempio, colei che gestisce l’intera finanza mondiale?
Sono liberisti Smithiani o conservatori bolscevici?
Dove sono le pari opportunità dei colonizzatori americani, dov’è la libera concorrenza?
Quale il loro vero spirito dal momento che nei loro club, iniziatori di splendide carriere, non ci entrano i figli della muffa neppure fossero i più grandi geni mai nati, ma solo i loro, quelli meritevoli ma anche quelli indegni della progenie?
Dentro a certe caste, questa ad esempio, credo la più grande e internazionale, c’è di tutto, dall’avvocato che poi ne ha una sua, al taxista, benzinaio, banche, giornalisti e qui se volete leggetene un elenco.
Alla Massoneria  appartengono l’ex presidente del consiglio e quello attuale del nostro Stato, tutti e due.
Il secondo è certamente, per serietà, un figlio degno, del primo non so, non è il mio mestiere nè il mio interesse la politica, e le mie considerazioni non vogliono cadere in presuntuosi giudizi ma solo in semplici constatazioni.
Riflessioni e verità, non schieramenti e battaglie.
Andiamo oltre, che ne dite?
La cruna dell’ago mi sembra ben individuata e ben appuntita tanto che è meglio non toccarla se non vuoi far sangue.

Bene abbiamo detto prima che costoro hanno necessità della muffa, qualcuno che lavora, che vive inquadrato, affidabile, tranquillo anche se infelice dentro a stereotipi imposti.
Chi per loro estrarrebbe ricchezze dalla terra, rendendoli ancora più ricchi?
I loro figli? J
Ci vuole un cuscinetto, un ammortizzatore tra le due necessità troppo differenti.
La politica.
Che si è evoluta in casta anche lei.
Ha compreso di avere un potere, da mezzo povero, ma un potere.

La politica ha copiato e preso spunto dalla Mafia.
Che ti offre un servizio in cambio di qualcosa.
La più semplice delle leggi economiche di sempre: io ti do dell’acqua e tu mi rendi della farina, abbiamo il pane tutte e due.
Secondo Smith, uguale.
La Mafia come è noto non lascia libera scelta, è il suo difetto.
Io ti do dell’acqua ma se tu non mi rendi la farina ti brucio il campo di grano.
Nel peggiore dei casi, (non è la politica la cosa cattiva ma il suo uso, la sua interpretazione) la politica funziona allo stesso modo, ha cominciato a farlo.
Divenendo casta anche lei, dei mezzi poveri, ma casta.
Così ti chiede una tessera, soldi in pratica, e in cambio ti rende un lavoro, magari statale di quelli “per sempre”, di quelli con tutti i privilegi e le garanzie.
Insieme alla tessera, un voto che garantisce il suo di lavoro, con ricchi vitalizi, più che ricchi stipendi.
Un politico che rappresenta tante persone va ben pagato, quanto un buon dirigente, un manager di livello.
Ma poi, concluso il suo lavoro, secondo me, torna a fare quello che ha sempre fatto.
Senza vitalizi, né pensioni che non tengano conto che per quel periodo di  un eventuale maggior introito.
Non dovrebbero rendere un servizio?
Come un ottimo professionista con grandi responsabilità.

Ovvio che non ragiona e agisce in quel modo.
Non sarebbe una “casta”, non lo sarebbe divenuta o sempre stata.
Diviene tale, trasversalmente alle ideologie che rappresenta, perché costruisce anche lei il suo regno, ne intravede la possibilità.
Il suo ristretto Club.
Nel pubblico, oltremodo.
Il pubblico che oltre a rappresentare, gestisce.
Ne gestisce risorse e leggi, norme e privilegi.
Aziende e servizi.
Con concorsi tutti a norma di legge, ma in realtà di esito predeterminato.(lo sanno tutti ma non lo dice mai nessuno).
E credo non sarebbe divenuta “casta” se non rappresentasse cittadini che quando va tutto bene, non aspirano a privilegi tanto differenti.
Quando va male, la muffa che non sente più sicuro il suo albero morto, il suo appiglio, si rivolta contro chi fino a ieri lo aveva assicurato e garantito.
Mi sembra proprio una casta di poveri e mezzi poveri.
Nel concetto generalizzato di “se posso ne approfitto anch’io”, almeno fin che posso, che si può.

La prima, quella vera, non è più intelligente ma solo più furba, più antica e navigata.
E non ci sarà un’altra manovra, ne sono quasi certo.
Dopo venti miliardi di manovra più dieci dal gioco d’azzardo di entrate e quindici di uscite per l’acquisto di aerei e navi per la prossima imminente guerra imposta dall’impero,( in Iran, che ne dite?) ne sono rimasti quindici di attivo.
Più cento forniti dalla BCE, in mano alla serietà di un membro della Golden Sachs.
Non ci sarà un’altra manovra.
La muffa impoverita sarà disponibile a lavorare a prezzi più contenuti, in modo più efficiente.
Come?
Ma è semplice, liberalizzare i servizi pubblici significa tagliare sprechi, garanzie eccessive, costi senza scadenza.
È questa credo la crescita che ci aspetta.
Io l’ho capita così.
Nel nome della libera concorrenza da parte di chi, nella libera concorrenza non ci ha mai creduto, vissuto.
E spero sia Libertà vera, nonostante tutto voglio rimanerne convinto.
Quanto spero di aver solo illustrato, senza alcun giudizio di parte, una realtà semplicemente vera.
Scomoda o comoda non lo so.
Ma vera.
Una semplice constatazione di un semplice piccolo uomo che resiste a pensare con le sue meningi.
Se ho sbagliato qualcosa o tutto correggetemi.


Non è la mia specialità.
Né mi ha procurato letizia farlo, scrivere.
E potrei aver sbagliato tutto, capito nulla.
Avrei comunque preferito parlare di sentimenti o di fisica o di semplice vita.
Lo faccio domani.

FranzK.

giovedì 5 gennaio 2012

Nei nostri panni.





Una parte della vita degli uomini è discordia, litigio, guerra nel caso peggiore.
Non solo adesso, da sempre, da sempre abbiamo tutti molto ben presente il “ per noi”, valutando solo le nostre posizioni, le nostre fatiche, i nostri sacrifici, le nostre personali necessità.
Pretendendo in cambio dagli altri sempre molto di più, al minimo alla pari, come in un  contratto notarile.
Rispetto a quanto è costato a noi, a quanto abbiamo investito, a quanto abbiamo speso di noi, delle nostre energie.
Tanto da proiettare il nostro investimento sul prossimo, quasi che sia lui ad averlo preteso, richiesto, imposto.
È da lì che nascono i nostri peggiori errori e orrori, nascono da dentro di noi, non da dentro o fuori dagli altri.
Non sono quasi mai relativi ad una condizione, ma alla sua nostra cattiva interpretazione, al nostro modo di porci, a un nostro “difetto”, limite o semplice incapacità.
E quando cadiamo negli errori ed orrori sono solo nostri, il male resta in noi perché è da noi che si è generato.
È sempre da soli che ci procuriamo ferite, quelle profonde, indelebili, quelle che difficilmente riusciremo mai a rimarginare, a perdonaci.
Feriamo e ci feriamo, perdendo la credibilità in noi, perdendo ancora di più in noi la poca fiducia che ha generato il danno e rendendo oltremodo in cambio solo dolore e incomprensione, feriti indelebili pari, al minimo, a quelle procurate a noi.
Anche quando le nostre buone intenzioni o azioni miravano all’opposto, il caso peggiore.
È da soli che molte volte non abbiamo il coraggio di fare il “passo indietro”, è solo da soli che chiediamo sicurezze che ci mancano, fiducie che non abbiamo mai avuto, mai concesso a noi, per primi, da soli.
Se non è così come potremmo affidarne agli altri, sentirci tranquilli di loro e anche e soprattutto per loro?
I panni altrui ci vanno quasi sempre stretti perché non ci sentiamo a posto nei nostri personali, e vorremmo adattare quelli degli altri più che sistemare i nostri, ci appare più semplice, più “giusto”.
E vale nei difetti e negli eccessi, credo, nei buoni o cattivi sentimenti, rapporti, e forse anche contratti, quanto credo valga nella vita pubblica e privata.
Credo che possiamo farci del male solo con le nostre mani, dipende solo da noi, il prossimo conta davvero poco.
Il prossimo purtroppo, se crede in te, al massimo subisce, lo si costringe, nella sua buona fede e fiducia in te, a subire.
Dipende dal nostro “bello” non dal “brutto” degli altri che molte volte è solo un inconscia proiezione di un nostro personale incubo, paura, difetto o limite, di un nostro “brutto” solo personale.
Dipende, quanto per i panni, dal fatto che è più facile avere sfiducia negli altri affidando loro la responsabilità di un nostro errore-orrore che cercare di comprendere perché non ne abbiamo avuto un po' di fiducia per noi stessi, tanto da poterlo prevenire, evitare.
E credo valga nel migliore o peggiore dei casi, nelle migliori o peggiori intenzioni, sentimenti, rapporti, nel pubblico e nel privato, in una famiglia quanto in una azienda, in un amore quanto in semplice contratto.
Vale per la prossima guerra che, pur aberrandone l’orrore, vedremo in fondo “giusta” nel nostro personale interesse, solo perché non abbiamo avuto la capacità di trovare differenti soluzioni, quanto nella faticosa, tanto da ritenerla quasi “ingiusta”, necessità di divenire più onesti e più “sobri” per modelli di vita più equi e civili.
Se non riusciamo a cambiarci, a cambiare noi per primi, cadremo ancora negli stessi errori, nelle stesse ferite, nei nostri irrimediabili orrori, al di là di qualsiasi psicologia, formazione, condizione, imprinting.
I nostri errori-orrori sono violenza, fatta da noi a noi e imposta agli altri, dobbiamo imparare a star bene nei nostri panni, se non vogliamo più incorrere nel misfatto, quelli degli altri sono loro, come lo sono le loro vite e la loro Libertà.
Posso parlare di me, che ho vissuto con “giù le braghe”(concedetemelo) tutta la vita.
Dei miei orrori, perché questa lettura non abbia il profumo di una predica, lezione di vita leziosa e perbenista, ma una semplice riflessione, pensiero, il contrario insomma.
Due esempi miei personali, che nel raccontarli, e nell’impossibilità di cancellarne il ricordo, di concedere loro un perdono mi feriranno fino alla fine dei miei giorni:
Avevo 17 anni e mancava una settimana alla fine della scuola, per difendere un compagno molto debole da un altro molto violento, menai quest’ultimo staccandogli un occhio dalla testa.
Non è stato il perdono dei suoi genitori nè quello della scuola a potermene rendere uno personale, non una presunta “giusta causa”.
E sono cambiato, le mani, da allora, le ho usate solo per lavorare, scrivere, far di conto, senza che anche questo abbia mai potuto darmi pace, me ne potrà mai dare una.
Un paio d’anni orsono la vita mi ha regalato la cosa più bella che un uomo può desiderare, oltre ogni immaginazione.
Un amore vero.
Quello giusto.
Che ho ferito e maltrattato, senza alcun sensato motivo, solo per la sfiducia in me di poterlo perdere, per la sfiducia che ancora viveva in me, riguardo le persone ancora più acuita dall’importanza incommensurabile di quel dono .
Ho ferito e maltrattato la cosa più bella e importante della mia vita.
E non conta la “giusta causa” di quanto ho dato nel bene, ma quanto gli ho tolto con i miei orrori, le mie violenze, di quante ferite ho procurato.
Senza perdono, fino alla fine, almeno per me.
Nei miei panni, senza braghe.
Ben cuciti e riparati adesso, troppo tardi forse.
E ho parlato di me, senza braghe, solo di me, sperando di essere l'unico che ha avuto panni scuciti.


FranzK.