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giovedì 7 marzo 2013

Occhiali di Vita.


























http://www.youtube.com/watch?v=1QrjvkhIpE0



Quella canzone piena di tristezza…..
Quel paio di occhiali unti di sudore
E di fatica sempre celata
Tutti rotti e maltrattati
Vissuti in quel buio dove cercavano invano luce
Per te anche
Tanto per te.
Sono rimasti li
Solo come un vecchio arrugginito ricordo
Di tutte le sere che ti tenevo vicina
Di tutto il mondo che volevo farti vedere
Di troppo amore
Forse solo di troppo immaturo amore
Non mi sento un buon padre
Ma ho fatto di tutto per esserlo
Avevo due mani
Una mente
Un buon cuore
Un vecchio paio di occhiali
Null’altro
Se non addosso il mondo
E tu eri avvolta nei tuoi biondissimi capelli ricci
Sorridevi sempre
Ti facevo vedere film  da “grandi”
Ti leggevo fiabe
Inventavo storie di paura
Solo una volta ho perso la pazienza
Ti ho dato una sberla
Di tutte quelle che per me erano abitudine quotidiana nella mia infanzia
E ti chiedo perdono
E me lo rendo
Ti ho riconosciuta come il mio meglio
La mia naturale prosecuzione
Per quando sarebbero restati di me
Solo quei vecchi occhiali
Pieni di unto e di sudore
Di notti insonni
Sporchi di grasso e buio
Ma lindi e candidi nel mio rifiuto alla compromissione
Lindi e candidi come l’anima di un bambino
Puliti in tutto
Tranne che nel vedere le tue sofferenze
Ciechi in quello
E nel non comprenderle
Domani  è la festa delle donne
Scriverò per ironia domani
Domani  lo farò
Ma stanotte mi sono svegliato
E stanotte è difficile
È la notte di un giorno comunque difficile
Per te di più
Perché avevo tanto da dare
E non ci sono riuscito
Davanti a Dio se mai esiste e agli uomini
Non temo il giudizio
Ma solo l’impotenza
Di un tuo mancato sorriso
Non mio di orgoglio
Ma tuo di gioia
L’impotenza di un padre
Delegittimato
Davanti a se e alla sua coscienza
Perchè a tuo padre del mondo non interessa
Non ha mai contato i suoi giudizi e pregiudizi
E non l’avrebbe cambiato un po', nelle sue possibilità.
Li ha sofferti e amaramente accettati quei giudizi
Per altri editti
Che solo il tempo ha dato
Ai giudici supremi
A coloro che si fregiavano di consigli
O presuntuose certezze.
Quindi domani è la tua festa
Per me è così
La festa di una donna
Che è stata la mia bambina
E alla quale forse ho dato troppo o troppo poco
Amore
E parlo di me
Solo di me
Perchè mi manca tutto quello che non ho potuto insegnarti
Perché ne avevo e ne avrei adesso ancora di più
E non è dei miei occhiali appena meno sporchi di sudore
Che mi tormento
Ma di quanto mancano a te
Quelli vecchi
Che non hanno saputo vedere
Le tue sofferenze
Non le mie
Le mie non contano
E adesso ho tolto gli occhiali
Perché si sono inumiditi
Non di pioggia
Non di sudore
O di grasso
Ma di una tenerezza
Che non ho saputo dare
Di un amore diverso
Che non ho saputo trasferire
E del quale mi faccio carico
Solo io
Come sempre nella mia vita
Non rifiutando la responsabilità
Ma assumendola tutta avendone la forza
O semplicemente illudendomi di poterla avere
Non c’è più quel giovane padre
Che a volte sfatto dalle sue lotte e dalle sue fatiche
Si addormentava qualche ora
Sul divano di casa
È qui
Senza occhiali
E senza che tu, vedendoli appoggiati su un tavolo
Possa soffrirne
È la tua festa domani
Ed è per te che scrivo
Per mia figlia
Spero con un po' di tenerezza
Imparata
Compresa
Scrivo perché tu possa un giorno leggermi
E comprendere che questo mio sciocco scrivere era l’unico modo che avevo
Per indicarti la tua strada
Quella che ti appartiene di diritto
E che un giorno fiorirà
I figli sono meglio dei genitori
Sempre
E spero che prima che questi occhiali si arrugginiscano ancora
Spero di leggerti
Per tutto quello che sai scrivere tu davvero
In forma e contenuto
Per la meraviglia che è difficile da sostenere
Incanalare a volte
Perché il troppo amore
Che puoi avere dentro
È un delicato equilibrio
Che ti rende speciale
Non nei sensi di colpa
Ma in quelli della virtù
Ma anche in quelli delle quotidiane inquietudini
Perché era una principessa
Di un vero principe
Ma senza regno.


Ti prometto che per la tua festa
Non lascerò gli occhiali sul tavolo domani
Spero che mi aiutino a vedere
A scrivere adesso per poter  leggere te un po' più avanti
Nelle meraviglie semplici che hai dentro.
E che un giorno sbocceranno
Non nel buio di un tormento
Ma in una serena mattina piena di sole.


FranzK.

Tuo padre.

giovedì 7 febbraio 2013

Uno ad Uno.





















https://www.youtube.com/watch?v=Yl6RZmM77zQ



Te ne sei andato anche tu.
Un anno dopo tuo fratello così simile a te.
Mi ricordo come se non fosse passato un attimo.
Tutto.
Il mio arrivo, in quell'"isola", di persone vere.
È squillato il telefono l’altro ieri.
Forse il destino lascia per ultimi i giusti messaggeri.
Coloro che sanno annunciare.
Nel giusto modo.
Anche le cose più tristi.
Era un isola.
Di persone vere.
Un isola di “lavoro”.
Dove il lavoro aveva un senso ma soprattutto un valore.
Il valore della dignità.
Della conoscenza vera.
Dell’abilità.
Non solo intellettuale.
Ma quella vera .
Che fonde pensieri e azioni.
Quella che voi che siete partiti.
Portavate nel cuore come una tristezza.
Per non averla potuta trasferire, trasmettere.
Quella che abbiamo perso irrimediabilmente.
Confusa con pratiche e dissidi.
Speculazioni politiche e distruzione di quel substrato di vera capacità, vera ricchezza.
Che richiedeva dedizione, volontà, quotidianità, giorni per fare, notti per rifare meglio.
Dentro se stessi prima di tutto.
Questo è il mio ricordo.
Ed è solo un ricordo.
Perché qualcuno non ha compreso proprio nulla.
Delle nostre ricchezze.
Le ha solo vilipese e distrutte.
Disonorando quell'isola, quel modo di vivere, quella forza che non avrebbe mai temuto nulla e nessuno.
Senza futuro.
Senza trasferimento.
Senza nessuna contaminazione per le nuove generazioni.
Non è stato facile essere accettato come il “peggio” di voi.
È stato indimenticabile essere stato stimato , più tardi, dopo ………
Eravamo in pochi su quell'isola …….
Ad uno ad uno finiremo tutti.
E come si diceva sempre, ricordi …….P?

Senza lasciare nulla.

FranzK.

Nel ricordo di un uomo che ha contribuito a lasciare una traccia.
Nel silenzio e nella dedizione.
Nell'onore dei pochi che ancora sopravvivono, degli ultimi.

martedì 4 dicembre 2012

Impressioni Antropologiche.

















Fotografia d'autore:
....OLTRE IL PONTE ....
di ANGELO BERLENDIS
www.fotocommunity.it


https://www.youtube.com/watch?v=_-OiQygm2uU&feature=BFa&list=PL6E758EE93C9DB841



Suicidio. 
Una fine senza previsione, senza Maya.
I numeri dell’articolo parlano di un ricoverato ogni 37 ore per “tentato suicidio”. 
Quanti all'anno è di facile conto : 236 all'anno, dovesse malauguratamente valere la statistica. 
Quasi tutte donne, il resto giovani. 
58.000 morti all'anno per suicidio in Europa contro i 50.700 per incidenti stradali e 5350 per omicidio.

1.000.000 all’anno di morti nel mondo, suicidi. 

Vado a cercare altri dati e nel sito dell’Istat trovo numeri “Italiani” ancora più raccapriccianti che “accertano nel periodo 2005-2007, 2867 decessi per suicidio con una netta prevalenza del “ricco nord” (2178 ) rispetto al “problematico” mezzogiorno” (i restanti 689) con una percentuale di uno su due tentati. 
Molti affermano che la principale causa è una malattia. 

Si chiama “depressione”.

 … dal 1940, nei paesi industrializzati, tende costantemente ad aumentare la prevalenza di tale disturbo e ad abbassarsi l'età media d'insorgenza ……

E, se non ci raccontiamo troppe bugie, chi non è stato o ne è vittima?
Vorrei riprendere un istante la “piramide” delle gerarchie delle necessità di Maslow per fare una piccola considerazione. 
Dalla larga base delle necessità “primarie” verso la punta di quelle degli “ideali” sicuramente si corrono rischi al contrario per la possibilità di dar loro una soluzione. 
Ovvero quanto potrà essere relativamente semplice (*) soddisfare le esigenze del mangiare, del respirare, del lavarsi, del fare sesso ecc, quanto diverrà sempre più difficile soddisfare tutte le necessità relative alla “trascendenza”, alla “verità” ultima, ……

(*)(soprattutto nella nostra società, e relativamente anche ad una “crisi” che è figlia di difetto di consumi non di eccesso di morti di fame ……. come ancora per “ politica” ho sentito affermare dal tubo nero del televisore da parte dei politici e della “politika” che non avendo programmi da proporre, cercano di nascondere o confondere non solo spiegando quello che non sanno, ma spaventando unicamente i deboli, purtroppo i più … con “dipinti” davvero datati e di cattivo gusto …… in fondo sono solo semplici burattini al servizio dei veri poteri che non riescono più a fare business ……. se non con casse da morto … ) 

Da una semplice analisi antropologica, sembra che le necessità della razza umana si spostino, dopo aver trovato il modo più semplice (!) di dare soddisfazione alle prime, quelle primarie, verso le seconde, relative alla “trascendenza”, forse alla vera “felicità” ……… “verità”,  o semplicemente naturale evoluzione di un scopo, un programma intrinseco nell'evoluzione della nostra natura quanto forse molto distante dalla “natura”che ci ospita.
Relativamente a quanto proposto da Maslow , e a quest’ultima considerazione, sembra generarsi una piramide di difficoltà opposta a quella delle necessità. 
Che sia questa la vera “crisi”?
Che non abbia davvero nulla da spartire con la finanza ma sia legata ad essa solo con “scopi”, “desideri”mancanti che non possono essere più cavalcati per scopi speculativi?
Che sia questo l’intreccio diabolico?
Che sia l’ostinazione di onnipotenza di fronte a un cambiamento necessario che ci trova solo impotenti?
In fondo si vende solo elettronica digitale, alla ricerca di comunicazione, di illusoria “non solitudine” ….
Un business davvero piccolo rispetto a quello dell’abitazione e dell’automobile …..
E, purtroppo, relativamente alle necessità esiste solo un “must”: 
O si soddisfano oppure no.
Si vive o si muore. 
Per soddisfarle occorre innanzitutto comprenderle e senza la loro comprensione, il delirio di onnipotenza trova nel suicidio, come atto estremo d’azione solo un alibi alla reale impotenza.
Che può essere “droga”, “alcool”, o mille altre cose ancora …. alcune addirittura virtuose all'apparenza …
Può essere un suicidio senza morte.
Qualcosa che ho talvolta ho la sensazione di vivere percorrendo una strada …….
Troppi gli esempi possibili dai quali mi astengo.
Quindi “non comprendere” può rappresentare davvero “la condizione” dell’insuccesso e della conseguente castrazione. (che non sarà causa unica della depressione ma certa favorevole circostanza). 
Nessun compromesso ammesso dunque.

Uno dei “bachi” o delle “virtù” degli umani.
Che solo nel dolore o nell'estremo di una necessità insoddisfatta sembra possano trovare la forza, la capacità, la volontà ed il coraggio per un loro soluzione. 

Un semplice, vero, cambiamento.

Quanto nel caso contrario resta solo un baco, un verme, un vicolo senza uscita.
Un reale suicidio.
Tanto in morte.
Quanto in vita. 


FranzK



lunedì 22 ottobre 2012

L'Ombra della Sera.






























per ascoltarlo:


Audio recording and upload >>



https://www.youtube.com/watch?v=H2RxXCRDrf0



È della sera, l’ombra.
La notte la cancella per sempre.
Non è di luce.
Del giorno.
Troppo intensa.
Che è fatta.
È troppo corta.
Per vederla bene.
La calpesti, ma non la vedi.
È il tempo del tramonto.
Il tempo giusto.
Per vederla, quando si allunga.
Come un solco
Che ti divide.
Dalla pace del buio.
È della sera l’ombra.
Perché si allunga.
E la vedi.
È la tua.
Sta finendo.
Sfumando.
Distesa davanti a te.
La sua luce corta del giorno.

E’ nella sera.
Nell’allungarsi delle tue forme.
Finite.
Sfinite.
Che puoi sapere.
Di te.
Del nulla che è stato.
Del troppo che hai creduto.
Delle tua ombra.
E di te.
Che la inseguivi.
Per rimanere giovane.
Ma non si può.
Avere pensieri felici.
Quando calpesti la tua ombra.
Allungata.
Sfinita.
Sfumata.
Nel tepore della sera.
Struggente.
Del giorno passato.
Ormai finito.
Sfinito.

E finalmente.
Puoi vedere.
Il nulla che resta.
Il troppo che è stato.
Puoi vedere la sua bellezza.
Che sebbene divina.
Muore.
Nella luce tenera.
E dolce.
Del tuo tramonto.

FranzK.


domenica 21 ottobre 2012

Un Cuore Solo.

















Non ho quattro mani.
Otto occhi.
Dodici gambe.
Se varchi la soglia della mia casa.
Se la sua porta si apre.
Trovi un uomo.
Con un cuore
Uno solo.

Non soffro di sindromi.
Non sono doppio.
Né un multiplo.
Neppure borderline.
Se la mia casa ti accoglie.
Se la sua porta si apre.
Trovi solo un uomo.
Con un cuore.

Un cuore solo.
Che a volte resta solo.
Perché non è un falso.
È uno.
Unico.
Non può falsificarsi.
E se apre la sua porta.
Trovi solo rispetto.
Perché è uno solo.

Rispetto di una semplice accoglienza.
Rispetto di un vero amore.
Perché non è una copia.
O una fotocopia.
È un cuore analogico.
Senza transistor.
Sincero.
Senza virus digitali.

Puoi forzare la porta della mia casa.
Non quella del mio cuore.
Puoi rubarmi oggetti.
Non emozioni.
Puoi forzare password.
Crakkare informazioni.
Ma non sentimenti.
Non amore vero.

Puoi aprire cassetti.
Sono aperti.
Puoi raccontare di me.
Mi racconto da solo.
È facile distruggere l’onestà.
Perché non teme.
Si mostra.
Non si nasconde.

E anche lei non ha due verità.
Quattro punti di vista.
Dodici gradi di libertà confusa.
Sei opinioni.
Non vive nell'ombra del privato.
Del nascosto.
L’onestà è chiara come  il riflesso della luce.
E ha un cuore solo.

Non possiede.
Non impone.
Non tradisce.
Non ruba.
Non fruga.
Non confonde.
Perché non è malata.
Non teme il tempo e la verità.

L’onestà teme se stessa a volte.
Ha paura di non essere compresa.
Perché è merce rara.
Vero oro.
Non vero coraggio.
Si protegge.
E resta sola a volte.
Ma con un cuore solo.

E le cose vere non passano.
Non temono il tempo.
Neppure le prove della vita.
Respirano con due polmoni.
Pieni d’aria di montagna.
Fresca, vera, vissuta.
E hanno un cuore vero.
Uno solo.

Come il mio, come il tuo.

FranzK.


Dedicato a Evgeniya, che con rispetto, senza far rumore, ha aperto le porte della mia casa e del mio cuore.







mercoledì 25 luglio 2012

Arga non Vede.




Arga non vede.
L’hanno abbandonata.
Come un rifiuto.
Nel buio di un bosco.
Il suo buio.
Che non vede.
Doveva guardare e tenere a bada.
Ma l’hanno abbandonata.
Perché non aveva luce dentro gli occhi.
Ma solo nero buio.
Così l’hanno abbandonata.
Dentro al suo buio.
Troppo vicino al cielo.
Pieno solo di terra.
Di lunghi formi.
Di odori.
E strane sensazioni.

Arga non vede.
Che un buio.
Nero e fitto come il bosco.
Che non riesce a vedere.
Diverso dal chiaro delle sue pupille.
Limpide e cristalline.
Ma vuole vivere.
Anche nel suo buio.
E calpesta e sbatte.
Non basta fiutare.
E fidarsi.
Del proprio naso.
Non basta sentire.
E fidarsi.
Di suoni, rumori, alfabeti diversi.
Ma vuole vivere.
E ciondola nel suo buio, sola.

Arga non vede.
E non sa come fare.
A vivere.
Perché è necessario mangiare.
E bere.
E fidarsi.
Di quel buio profondo.
Per riposare un po'.
È necessario fidarsi.
Più che mangiare e bere.
Fidarsi del buio.
Per vivere.
E non è facile.
Fidarsi di vivere nel buio.
Fidarsi di vivere.
Nel buio del vivere.
Non solo per Arga.

Arga non vede.
Ma ha voluto vivere.
Non so come ha fatto.
Forse nessuno lo sa.
Ma ci è riuscita.
Da sola.
Prima che la mano di un  destino.
E di un’altra tristezza.
Di un altro buio.
Le rendesse giustizia.
E lei a lui.
A un destino con occhi ma senza orizzonti.
Ad Arga con occhi bui, ma la voglia di vivere.
Di cosa si narra?
Di domani.
Di oggi, di noi.
Ieri si sono incontrati Arga e un destino.

Arga non vede.
Io l’ho incrociata vicino al cielo.
Dove la terra è verde smeraldo.
L’ho guardata negli occhi.
Mente sbatteva e inciampava.
Insieme a un destino.
Che la teneva per mano.
Per non perdersi l’un l’altro.
E vedere tutti e due.
Una luce chiara.
Un orizzonte certo.
Per imparare a fidarsi.
Del buio profondo.
Nel quale.
A  volte.
La vita.
Provandoci.
Ci sprofonda.


FranzK.


giovedì 3 maggio 2012

Pioverà Ancora.





Pioverà ancora.
Per lungo tempo.
A dispetto del dispetto.
Che può procurare.
Pioveranno  gocce nuove.
Amebe abbracciate.
Per dissetare  deserti.
Pioverà acqua.
Pulita.
Pioverà sole.
E raggi lunari.
Pioveranno speranze.
Di ritorni diversi.
Pioverà acqua chiara.
A dispetto di ogni dispetto.
Che può procurare.
Pioverà speranza.
Acqua e sole.
Nel maggio della vita.
Pioveranno rinascite.
Di giovani germogli.
Di antiche querce.
Di polvere di stelle.
Di orchidee mai morte.
Nel maggio cantato.
Pioveranno amori nuovi.
Sinceri.
E non saranno tempeste.
Ma temporali estivi.
Aria ionizzata.
Fresca e pulita.
Rigenerata.
Nel maggio del primo verde smeraldo.
Pioveranno idee.
Nuove.
E pioverà coraggio.
Sopra il deserto della sfiducia.
E della paura.
Delle nuove povertà.
Dei vecchi alambicchi impolverati.
Di ruggine fresca.
Pioverà pioggia pulita.
Sul secco del vecchio.
Inaridito della presuntuosa sapienza.
Dei dogmi sintetici.
Delle sicurezze sintetizzate.
Nel maggio dei caldi orizzonti.
Pioverà fiducia.
Voglia di fiducia.
Pioverà conoscenza.
Nuova.
A dispetto del dispetto.
Che può procurare.
L’insistente, battente sgocciolare.
Dell’entusiasmo.
Di una rinascita.

Nel maggio che apre all’estate.
Pioverà.
Ancora.
Dispettosa.
Insistente.

La vita.


FranzK.


giovedì 26 aprile 2012

Processo per Due Vite.




Notte fonda.
Tutta notte. 
La prima notte senza riposo.

Se penso indietro, in un tempo che non ha tempo, comprendo che il “processo a nudo” di stasera ha forzato la fine.
Forse giusta, forse no, forse quello che sarebbe stato comunque, ma l’ha forzata.
Non era negli altri che avrebbero potuto cercare risposte.

Ma la sua di ieri notte, così difesa a spada tratta ancora stasera, ancora da lei e dai “giudici supremi” che hanno scelto, l’ha trovato solo.
Ancora solo.
Lucido e controverso, ma solo, sul banco degli imputati.
Non so se i due “maestri” che avevano scelto hanno compreso qualcosa, ma li hanno scelti loro e  non avrebbero che potuto accettarne il verdetto.
Cosa era poi lo scandalo?
Quale la tragica imputazione?
Il suo delitto?
Quei vent’anni che potevano fare di lui un padre?
O lo scandalo di un vero amore imprevisto?
Insostenibile agli occhi e alle menti di chi l’amore non l’aveva mai avuto?
Perché sul banco degli imputati era solo.
Solo e nudo.
Pronto per un verdetto che ha visto lei ignava protagonista.
Non al suo fianco.
Ma in una platea sguarnita.
Deserta se non per la sua presenza.
Come se quell’amore pronto al macello del raziocinio l’avessi inventato lui da solo.
Generato e vissuto da solo.
Solo suo, nella sua solitudine.
Forzare la fine per l’insostenibilità della verità.
Era fredda, gelida quella seduta dedicata al condannato.
Era fredda ancora di più nel contemplare la sua solitaria presenza nella platea.
Si aspettava di averla al fianco.
Non a difendere ma a sostenere il loro comune tremito almeno.
Di quel processo “a nudo”.
Deciso insieme, vissuto da solo.

Era difficile prendere una decisione.
Avevano scelto quella di un processo.
Scegliendone i giudici.
Ognuno il suo.
Quello di lei, donna, quello di lui,uomo, sostanzialmente opposti, sostanzialmente uguali.
Giusti, sbagliati?
Direi giusti nella media, sbagliati per l’editto, forse per l’incarico.
Sbagliati per lui, quantomeno, che si è presentato nudo, al processo.
Giusti nella media, sbagliati nella specifica materia, ancora una volta.
Perché è sbagliato affidarsi ed affidare una decisione a chi non conosce.
Dov’era l’esperto di “loro”?
Avrebbero dovuto proseguire insieme e basta ,forse avrebbero dovuto, alla fine, avere il coraggio, la pazienza, la follia ….. o la semplice ragione di andare fino in fondo a quel tunnel.
Una cosa insieme l’hanno fatta: hanno sbagliato per quel processo.
Lui forse molto più di lei.
Ma i giudici, per me che ho presenziato come unico ufficiale, non potrò mai dimenticarli.


I GIUDICI


Quello di lui è un uomo nuovo e vecchio, vecchio dentro intendo, pratico di “pratica”.
Un uomo.
La sua proposizione era quella di specchiarsi in lui, tendenzialmente al contrario, non necessariamente, ma tendenzialmente……nessuno al mondo, in realtà,avrebbe mai potuto convincerlo, nemmeno per “presunta” superiorità, di ciò che non era.
Avrebbe dovuto confrontarsi, comunque, con le sue tante vite, tante persone, tante verità inseguite e trovate, tanto, tanto troppo.
Cinquant’anni circa, il suo giudice, conoscitore di vite, di uomini, “praticamente” di molte vite, forse non del “vivere”.

Quello di lei è una donna nuova e vecchia, vecchia dentro intendo.
Una donna.
Non so cosa si aspettavi da lei.
L’aveva scelta lei, non mi è dato di sapere.
Buona persona, comunque, ventisette anni di sofferenze ed un futuro pieno di speranze.
Educatrice presso un orfanotrofio di una grande città.
Sua convivente.


LA SENTENZA


Unanime, gelida, razionale, logica, pratica, inattaccabile soprattutto perché sostenuta anche da lei che al processo si era presentata ben vestita e in platea, non al suo fianco.
Quindi vera, si presume .........
Lui, per la prima volta nella vita, nudo, tremante, indifeso, senza controllo della situazione, senza forzare controlli.

Busta 1 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 2 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 3 (dalla platea) : la GIUSTA DISTANZA!

No era pronto per l’unanimità, sperava in lei, ma sperava e basta, sperava che qualcosa la  riportasse alla verità del sentire, a quella verità che avevano vissuto tutti i giorni, tutte le notti, quella verità che non si era mai fermata davanti alle parole.
Il sangue è sgorgato copioso ma, al dolore, lui era preparato.
Non si è neppure difeso, non avevo preparato alcuna difesa, l’avesse fatto temo non si sarebbe difeso comunque: nudità e sangue erano nell’aria.
Perché poi lei non hai dormito, a proposito?
Per il solito, consueto dispiacere?
Per il male che aveva ricevuto lui, o per il presunto bene che aspettava lei?

La “giusta distanza” come sentenza non mi è parsa neppure molto azzeccata.
Da unico ufficiale presente.
L’ho trovata poco nobile per la loro nobiltà, aspettavo altro, l’originalità di un editto che potesse almeno far storia, onorando quella storia.
Da unico ufficiale presente  l’ho trovata solo mediocre, cattiva e ignorante.
Perché?
Perché “la giusta distanza” non ha misura, perché nessuno saprebbe stabilirla, perché, nel migliore dei casi vuole dire distante e basta.
Nel peggiore, è ancora peggio: prendi il peggio in cambio del tuo meglio, nel caso esso possa servire secondo la discrezione di quanto, quando e come del tuo creditore.
Sei debitore verso te stesso, se non lo fai.

Al meglio di lui nessuno ha nemmeno pensato, e anche solo come ufficiale navigato quanto impassibile, mi bastava pensasse qualcuno.
Mi bastava ci pensassi lei.
Al loro comune bene.
Ma non è accaduto.
Il preteso e convinto bene di lei era un altro, era un bene che prevedeva solo previsioni.
Il tipico bene del mondo degli uomini.

Perché il processo allora, mi sono chiesto?
Il suo bene, il suo, almeno, punto di vista a riguardo del bene, mi è parso fosse di secondo ordine.
Infatti, di fronte al tema l’editto dei giudici fu unanime: “il fatto non sussiste”.
Ma adesso toccava a me.

Imputato alzatevi!
La giuria, i giudici hanno sentenziato:


LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA!!!!


Vi prego piagnucolò quel pover’uomo.
Vi prego signori giudici.
Signora inesistente giuria.
Non sia già ergastolo allora ma la morte.
Ma tutti lucidi e convinti, anche lei ……. dalla platea degli ignavi.
Tutti, tranne me, che non riuscivo ad ignorare le lacrime disperate di quell’uomo.
Tutti, in uno strano sinistro coro:

LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA.

Il martelletto ha schioccato un colpo secco, mi è rimbombato dentro, la folla assente ha applaudito ed applaudiva mentre uscivo anch’io tremante, ferito, sanguinante, umiliato ……. sorreggendo allo stesso modo tremante, ferita, sanguinante e umiliata quell’anima disperata.

Mentre lei si complimentava con il giudice di lui, illudendosi di essere libera, finalmente, serena …….
Il giudice di lei sbirciava compiaciuta la sconfitta di quell’uomo.
Contemplando, raggiante la sua vittoria, i suoi schemi avevano funzionato, implacabili, perfetti:
la giustizia dell’”uomo scimmia” aveva vinto ancora una volta.

La vita, la sua sentenza, l’ha decretò tanto, tanto tempo dopo ……. al solito.


PROLOGO AL CONTRARIO.

Aveva inquietato quella telefonata durante la cena prima del processo ……. riportando da là terrestri segnali telecomandati…..
L’aveva inquietato vederla tentare il vomito, mentre la tensione sul suo corpo le spezzava i muscoli ……..
Prese la mano calda di lui permettendo di appoggiarsi sulla sua pelle nuda …….
La nausea passò veloce, e il volto massacrato di ferite di lei riprese subito colore.
Lui le aveva insegnato la felicità.
Anche nella semplicità di un buon cibo accompagnato da ottimo vino rosso, nella giusta quantità.
Le aveva insegnato ad amare la vita.
Nel meglio della sua semplicità.
Nelle passeggiate al chiaro di luna.
Nell’ascolto del gracidare delle ranocchie, ai bordi di quel fiume scuro ma pacifico.
Le aveva insegnato a non incidere più graffiti sul suo volto.

Prima che arrivassero gli uomini.
Con lunghi impermeabili bui.
Con mille bit al secondo, con lunghe dettagliate descrizioni depositate in triplice copia all’ufficio Sicurezza Sociale.
Uomini e trappole.
Troppe trappole.
Che riuscirono a ghigliottinare anche il suo bene per quell’essere speciale.
Perdendo.
Perdendola.
Sopra ogni cosa, temo, riconoscendo la vera sconfitta nella sconfitta di lei, nel suo ritorno verso l’illusoria sicurezza del mondo degli uomini.

Ancora una volta mi è stato dedicato assisterla, la sconfitta, in attesa che il tempo la renda nota a tutti.
Assistere alla sconfitta.
Il mio compito.
L’unico che il mio incarico prevedeva.
Da povero semplice ufficiale di sola lettura di editti, sentenze, procedure.

Non so come, perché ero bravo nel mio lavoro.
Ma sono rimasto invischiato in quel processo, irrimediabilmente compromesso anch’io.
Intrappolato anch’io in quella ghigliottina.
Obbligato ad esserci.
In attesa del peggior giorno del mio futuro.
Il giorno nel quale, insieme, mano nella mano, verranno a chiedermi:

 “perché non ci hai salvati?”


FranzK.