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venerdì 8 marzo 2013

Donne.






















http://www.youtube.com/watch?v=2JpERcEz178



Donne.

Donne in un mondo di uomini.

Donne belle,
Donne brutte,
Donne per giocare,
Donne per sognare,
Donne giovani,
Giovani donne.

Donne in un mondo di uomini soli.

Donne magre,
Magre di natura,
Donne grasse,
Di natura,
Donne grasse e depresse,
Donne che sanno amare,
Donne ambiziose,
Donne che non sanno amare.

In un mondo di uomini solo ambiziosi.

Donne di giorno,
Donne di notte,
Donne tenere,
Donne semplici,
Donne intelligenti.

In un mondo di uomini stanchi.

Donne falliche,
Donne di casa,
Donne bambine,
Donne vecchie da bambine,
E bimbe donne da vecchie.

In un mondo di uomini stralunati.

Donne mamme,
Donne madri,
Donne in carriera,
Donne con i tacchi,
Donne in stracci,
Donne femmine,
Donne dure,
Donne mestruate.

In mondo di uomini solo bambini.

Donne depilate,
Donne glabre,
Donne ricche,
Donne povere,
Donne truccate,
Donne appena risvegliate,

In un mondo di uomini senza scrupoli.

Donne rifatte,
Donne da rifare,
Donne che piacciono,
Ma non si piacciono,
Donne con l’emicrania,
Donne sterili,
Donne fertili.

In un mondo di uomini troppo semplici.

Donne ginniche,
Donne agitate,
Donne stanche,
Donne destinate,
Donne sanguinanti,
Donne patinate,
Donne sbiadite.

In un mondo di uomini disattenti.

Donne perdute,
Donne di strada,
Donne di letto,
Donne di preghiera,
Donne bruciate,
Donne ingannate,
Donne bugiarde,
Donne oneste.

In un mondo di uomini cattivi.

Donne in passerella,
Donne da passerella,
Donna da esibire,
Donne da tradire,
Donne da usare,
Donne da buttare,
Dopo l’uso,
Donne che usano,
E gettano dopo l’uso,
Donne abusate.

In mondo di uomini solo stupidi.

Bimbe abusate,
Donne vendute,
Donne che vogliono ricchezze,
Donne che sognano un amore,
Donne creative,
Donne spente,
Donne sposate,
Donne sole.

In un mondo di uomini diabolici.

Donne che scappano,
Donne che tornano,
Donne che governano,
Donne che si perdono,
Donne che cambiano tinta,
Donne che si fanno la tinta,
Donne allo shopping,
Donne allo specchio.

In un mondo di uomini che vogliono portarle solo a letto.

Donne.
E basta.
L’energia che muove destini da sempre.

Di uomini,
Di figli,
Di figlie,
Di sforzi,
Di pianti,
Di sacrifici,
Di imprese,
Di gioie,
Di follie,
Di emozioni,
Di fantasie,
Di amori veri,
Di amori falsi.

Donne in festa,
Per la vostra unicità,
Per qualsiasi donna ,
Che è un mondo a sé,
Una vita a se.

Un inno alla vostra unicità.

Comunque.
Per tutto quello che determinate
Per tutto quello che avete subito
Per quello che subite,
Per quello che avete dato,
Per quello che avete preso,
Per quello che avete reso,
Per quello che avete rubato.

Per tutto l’amore.
Che avete dato,
Sempre.

 In un mondo di uomini arroganti.
In un mondo di uomini dominanti.
Senza mai rendersi conto
Che saranno sempre dominati,
Dalla vostra natura,
Unica,
Diversa,
L’unica che può completarci.
Nel vostro completarvi.

Ma oggi è la vostra festa
Oggi è necessario solo un inno
Di gioia
Per contemplarvi.



FranzK.

giovedì 7 marzo 2013

Occhiali di Vita.


























http://www.youtube.com/watch?v=1QrjvkhIpE0



Quella canzone piena di tristezza…..
Quel paio di occhiali unti di sudore
E di fatica sempre celata
Tutti rotti e maltrattati
Vissuti in quel buio dove cercavano invano luce
Per te anche
Tanto per te.
Sono rimasti li
Solo come un vecchio arrugginito ricordo
Di tutte le sere che ti tenevo vicina
Di tutto il mondo che volevo farti vedere
Di troppo amore
Forse solo di troppo immaturo amore
Non mi sento un buon padre
Ma ho fatto di tutto per esserlo
Avevo due mani
Una mente
Un buon cuore
Un vecchio paio di occhiali
Null’altro
Se non addosso il mondo
E tu eri avvolta nei tuoi biondissimi capelli ricci
Sorridevi sempre
Ti facevo vedere film  da “grandi”
Ti leggevo fiabe
Inventavo storie di paura
Solo una volta ho perso la pazienza
Ti ho dato una sberla
Di tutte quelle che per me erano abitudine quotidiana nella mia infanzia
E ti chiedo perdono
E me lo rendo
Ti ho riconosciuta come il mio meglio
La mia naturale prosecuzione
Per quando sarebbero restati di me
Solo quei vecchi occhiali
Pieni di unto e di sudore
Di notti insonni
Sporchi di grasso e buio
Ma lindi e candidi nel mio rifiuto alla compromissione
Lindi e candidi come l’anima di un bambino
Puliti in tutto
Tranne che nel vedere le tue sofferenze
Ciechi in quello
E nel non comprenderle
Domani  è la festa delle donne
Scriverò per ironia domani
Domani  lo farò
Ma stanotte mi sono svegliato
E stanotte è difficile
È la notte di un giorno comunque difficile
Per te di più
Perché avevo tanto da dare
E non ci sono riuscito
Davanti a Dio se mai esiste e agli uomini
Non temo il giudizio
Ma solo l’impotenza
Di un tuo mancato sorriso
Non mio di orgoglio
Ma tuo di gioia
L’impotenza di un padre
Delegittimato
Davanti a se e alla sua coscienza
Perchè a tuo padre del mondo non interessa
Non ha mai contato i suoi giudizi e pregiudizi
E non l’avrebbe cambiato un po', nelle sue possibilità.
Li ha sofferti e amaramente accettati quei giudizi
Per altri editti
Che solo il tempo ha dato
Ai giudici supremi
A coloro che si fregiavano di consigli
O presuntuose certezze.
Quindi domani è la tua festa
Per me è così
La festa di una donna
Che è stata la mia bambina
E alla quale forse ho dato troppo o troppo poco
Amore
E parlo di me
Solo di me
Perchè mi manca tutto quello che non ho potuto insegnarti
Perché ne avevo e ne avrei adesso ancora di più
E non è dei miei occhiali appena meno sporchi di sudore
Che mi tormento
Ma di quanto mancano a te
Quelli vecchi
Che non hanno saputo vedere
Le tue sofferenze
Non le mie
Le mie non contano
E adesso ho tolto gli occhiali
Perché si sono inumiditi
Non di pioggia
Non di sudore
O di grasso
Ma di una tenerezza
Che non ho saputo dare
Di un amore diverso
Che non ho saputo trasferire
E del quale mi faccio carico
Solo io
Come sempre nella mia vita
Non rifiutando la responsabilità
Ma assumendola tutta avendone la forza
O semplicemente illudendomi di poterla avere
Non c’è più quel giovane padre
Che a volte sfatto dalle sue lotte e dalle sue fatiche
Si addormentava qualche ora
Sul divano di casa
È qui
Senza occhiali
E senza che tu, vedendoli appoggiati su un tavolo
Possa soffrirne
È la tua festa domani
Ed è per te che scrivo
Per mia figlia
Spero con un po' di tenerezza
Imparata
Compresa
Scrivo perché tu possa un giorno leggermi
E comprendere che questo mio sciocco scrivere era l’unico modo che avevo
Per indicarti la tua strada
Quella che ti appartiene di diritto
E che un giorno fiorirà
I figli sono meglio dei genitori
Sempre
E spero che prima che questi occhiali si arrugginiscano ancora
Spero di leggerti
Per tutto quello che sai scrivere tu davvero
In forma e contenuto
Per la meraviglia che è difficile da sostenere
Incanalare a volte
Perché il troppo amore
Che puoi avere dentro
È un delicato equilibrio
Che ti rende speciale
Non nei sensi di colpa
Ma in quelli della virtù
Ma anche in quelli delle quotidiane inquietudini
Perché era una principessa
Di un vero principe
Ma senza regno.


Ti prometto che per la tua festa
Non lascerò gli occhiali sul tavolo domani
Spero che mi aiutino a vedere
A scrivere adesso per poter  leggere te un po' più avanti
Nelle meraviglie semplici che hai dentro.
E che un giorno sbocceranno
Non nel buio di un tormento
Ma in una serena mattina piena di sole.


FranzK.

Tuo padre.

giovedì 26 aprile 2012

Processo per Due Vite.




Notte fonda.
Tutta notte. 
La prima notte senza riposo.

Se penso indietro, in un tempo che non ha tempo, comprendo che il “processo a nudo” di stasera ha forzato la fine.
Forse giusta, forse no, forse quello che sarebbe stato comunque, ma l’ha forzata.
Non era negli altri che avrebbero potuto cercare risposte.

Ma la sua di ieri notte, così difesa a spada tratta ancora stasera, ancora da lei e dai “giudici supremi” che hanno scelto, l’ha trovato solo.
Ancora solo.
Lucido e controverso, ma solo, sul banco degli imputati.
Non so se i due “maestri” che avevano scelto hanno compreso qualcosa, ma li hanno scelti loro e  non avrebbero che potuto accettarne il verdetto.
Cosa era poi lo scandalo?
Quale la tragica imputazione?
Il suo delitto?
Quei vent’anni che potevano fare di lui un padre?
O lo scandalo di un vero amore imprevisto?
Insostenibile agli occhi e alle menti di chi l’amore non l’aveva mai avuto?
Perché sul banco degli imputati era solo.
Solo e nudo.
Pronto per un verdetto che ha visto lei ignava protagonista.
Non al suo fianco.
Ma in una platea sguarnita.
Deserta se non per la sua presenza.
Come se quell’amore pronto al macello del raziocinio l’avessi inventato lui da solo.
Generato e vissuto da solo.
Solo suo, nella sua solitudine.
Forzare la fine per l’insostenibilità della verità.
Era fredda, gelida quella seduta dedicata al condannato.
Era fredda ancora di più nel contemplare la sua solitaria presenza nella platea.
Si aspettava di averla al fianco.
Non a difendere ma a sostenere il loro comune tremito almeno.
Di quel processo “a nudo”.
Deciso insieme, vissuto da solo.

Era difficile prendere una decisione.
Avevano scelto quella di un processo.
Scegliendone i giudici.
Ognuno il suo.
Quello di lei, donna, quello di lui,uomo, sostanzialmente opposti, sostanzialmente uguali.
Giusti, sbagliati?
Direi giusti nella media, sbagliati per l’editto, forse per l’incarico.
Sbagliati per lui, quantomeno, che si è presentato nudo, al processo.
Giusti nella media, sbagliati nella specifica materia, ancora una volta.
Perché è sbagliato affidarsi ed affidare una decisione a chi non conosce.
Dov’era l’esperto di “loro”?
Avrebbero dovuto proseguire insieme e basta ,forse avrebbero dovuto, alla fine, avere il coraggio, la pazienza, la follia ….. o la semplice ragione di andare fino in fondo a quel tunnel.
Una cosa insieme l’hanno fatta: hanno sbagliato per quel processo.
Lui forse molto più di lei.
Ma i giudici, per me che ho presenziato come unico ufficiale, non potrò mai dimenticarli.


I GIUDICI


Quello di lui è un uomo nuovo e vecchio, vecchio dentro intendo, pratico di “pratica”.
Un uomo.
La sua proposizione era quella di specchiarsi in lui, tendenzialmente al contrario, non necessariamente, ma tendenzialmente……nessuno al mondo, in realtà,avrebbe mai potuto convincerlo, nemmeno per “presunta” superiorità, di ciò che non era.
Avrebbe dovuto confrontarsi, comunque, con le sue tante vite, tante persone, tante verità inseguite e trovate, tanto, tanto troppo.
Cinquant’anni circa, il suo giudice, conoscitore di vite, di uomini, “praticamente” di molte vite, forse non del “vivere”.

Quello di lei è una donna nuova e vecchia, vecchia dentro intendo.
Una donna.
Non so cosa si aspettavi da lei.
L’aveva scelta lei, non mi è dato di sapere.
Buona persona, comunque, ventisette anni di sofferenze ed un futuro pieno di speranze.
Educatrice presso un orfanotrofio di una grande città.
Sua convivente.


LA SENTENZA


Unanime, gelida, razionale, logica, pratica, inattaccabile soprattutto perché sostenuta anche da lei che al processo si era presentata ben vestita e in platea, non al suo fianco.
Quindi vera, si presume .........
Lui, per la prima volta nella vita, nudo, tremante, indifeso, senza controllo della situazione, senza forzare controlli.

Busta 1 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 2 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 3 (dalla platea) : la GIUSTA DISTANZA!

No era pronto per l’unanimità, sperava in lei, ma sperava e basta, sperava che qualcosa la  riportasse alla verità del sentire, a quella verità che avevano vissuto tutti i giorni, tutte le notti, quella verità che non si era mai fermata davanti alle parole.
Il sangue è sgorgato copioso ma, al dolore, lui era preparato.
Non si è neppure difeso, non avevo preparato alcuna difesa, l’avesse fatto temo non si sarebbe difeso comunque: nudità e sangue erano nell’aria.
Perché poi lei non hai dormito, a proposito?
Per il solito, consueto dispiacere?
Per il male che aveva ricevuto lui, o per il presunto bene che aspettava lei?

La “giusta distanza” come sentenza non mi è parsa neppure molto azzeccata.
Da unico ufficiale presente.
L’ho trovata poco nobile per la loro nobiltà, aspettavo altro, l’originalità di un editto che potesse almeno far storia, onorando quella storia.
Da unico ufficiale presente  l’ho trovata solo mediocre, cattiva e ignorante.
Perché?
Perché “la giusta distanza” non ha misura, perché nessuno saprebbe stabilirla, perché, nel migliore dei casi vuole dire distante e basta.
Nel peggiore, è ancora peggio: prendi il peggio in cambio del tuo meglio, nel caso esso possa servire secondo la discrezione di quanto, quando e come del tuo creditore.
Sei debitore verso te stesso, se non lo fai.

Al meglio di lui nessuno ha nemmeno pensato, e anche solo come ufficiale navigato quanto impassibile, mi bastava pensasse qualcuno.
Mi bastava ci pensassi lei.
Al loro comune bene.
Ma non è accaduto.
Il preteso e convinto bene di lei era un altro, era un bene che prevedeva solo previsioni.
Il tipico bene del mondo degli uomini.

Perché il processo allora, mi sono chiesto?
Il suo bene, il suo, almeno, punto di vista a riguardo del bene, mi è parso fosse di secondo ordine.
Infatti, di fronte al tema l’editto dei giudici fu unanime: “il fatto non sussiste”.
Ma adesso toccava a me.

Imputato alzatevi!
La giuria, i giudici hanno sentenziato:


LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA!!!!


Vi prego piagnucolò quel pover’uomo.
Vi prego signori giudici.
Signora inesistente giuria.
Non sia già ergastolo allora ma la morte.
Ma tutti lucidi e convinti, anche lei ……. dalla platea degli ignavi.
Tutti, tranne me, che non riuscivo ad ignorare le lacrime disperate di quell’uomo.
Tutti, in uno strano sinistro coro:

LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA.

Il martelletto ha schioccato un colpo secco, mi è rimbombato dentro, la folla assente ha applaudito ed applaudiva mentre uscivo anch’io tremante, ferito, sanguinante, umiliato ……. sorreggendo allo stesso modo tremante, ferita, sanguinante e umiliata quell’anima disperata.

Mentre lei si complimentava con il giudice di lui, illudendosi di essere libera, finalmente, serena …….
Il giudice di lei sbirciava compiaciuta la sconfitta di quell’uomo.
Contemplando, raggiante la sua vittoria, i suoi schemi avevano funzionato, implacabili, perfetti:
la giustizia dell’”uomo scimmia” aveva vinto ancora una volta.

La vita, la sua sentenza, l’ha decretò tanto, tanto tempo dopo ……. al solito.


PROLOGO AL CONTRARIO.

Aveva inquietato quella telefonata durante la cena prima del processo ……. riportando da là terrestri segnali telecomandati…..
L’aveva inquietato vederla tentare il vomito, mentre la tensione sul suo corpo le spezzava i muscoli ……..
Prese la mano calda di lui permettendo di appoggiarsi sulla sua pelle nuda …….
La nausea passò veloce, e il volto massacrato di ferite di lei riprese subito colore.
Lui le aveva insegnato la felicità.
Anche nella semplicità di un buon cibo accompagnato da ottimo vino rosso, nella giusta quantità.
Le aveva insegnato ad amare la vita.
Nel meglio della sua semplicità.
Nelle passeggiate al chiaro di luna.
Nell’ascolto del gracidare delle ranocchie, ai bordi di quel fiume scuro ma pacifico.
Le aveva insegnato a non incidere più graffiti sul suo volto.

Prima che arrivassero gli uomini.
Con lunghi impermeabili bui.
Con mille bit al secondo, con lunghe dettagliate descrizioni depositate in triplice copia all’ufficio Sicurezza Sociale.
Uomini e trappole.
Troppe trappole.
Che riuscirono a ghigliottinare anche il suo bene per quell’essere speciale.
Perdendo.
Perdendola.
Sopra ogni cosa, temo, riconoscendo la vera sconfitta nella sconfitta di lei, nel suo ritorno verso l’illusoria sicurezza del mondo degli uomini.

Ancora una volta mi è stato dedicato assisterla, la sconfitta, in attesa che il tempo la renda nota a tutti.
Assistere alla sconfitta.
Il mio compito.
L’unico che il mio incarico prevedeva.
Da povero semplice ufficiale di sola lettura di editti, sentenze, procedure.

Non so come, perché ero bravo nel mio lavoro.
Ma sono rimasto invischiato in quel processo, irrimediabilmente compromesso anch’io.
Intrappolato anch’io in quella ghigliottina.
Obbligato ad esserci.
In attesa del peggior giorno del mio futuro.
Il giorno nel quale, insieme, mano nella mano, verranno a chiedermi:

 “perché non ci hai salvati?”


FranzK.


venerdì 9 marzo 2012

Il mio Raggio di Luce.





Candida.
Come un tenue raggio di luce.
Nel buio del mio cuore.
Deviata dal destino.
Direzionata.
Ti stavo aspettando.
Mi stavi aspettando.
Come un bagliore diffuso.
Che potesse scaldare.
I nostri cuori.
Il loro buio.
Candida e dolce.
Come il tepore della primavera.
Calda  e passionale.
Come il luglio più caldo.
Chiara e tersa.
Come la luce dopo un temporale.
Dopo una giornata di vento.
Un raggio di luce.
Naturale.
Il per sempre delle sue frequenze.
Che non possono morire.
Anche dopo la morte.
Il mio raggio di luce.
Il tuo.
Appena curvato.
Per farci incontrare.
Da quale destino?
Quello dell’amore.
Della luce.
Vera.
Non un’illusione ottica.
Non una disonesta lampadina.
Ma un sincero impossibile.
Possibile.
Chiara.
Delicata.
Piena di passione.
Candida.
Oltre le distanze.
Oltre qualsiasi tempo.
Senza parole.
Che possano spiegare.
Quel candido, splendido, incredibile tepore.
O il caldo sincero di un amore vero.


FranzK.

mercoledì 29 febbraio 2012

Nella Borsa di una Donna.





C’è qualcosa di inquietante.
Nella borsa di una donna.
Almeno  per me.
Che non sono e non sono mai stato un gigolò.
C’è un mondo.
Una vita.
Un big-bang.
Una apocalisse biblica.
Uno tsunami imprevedibile.
Anche se ha una sua logica, un sistema di riferimento complesso ma logico.
A 12 assi minimo.
Forse più che Cartesiani , curvi secondo la deformata spazio-temporale.
Una vita con un suo proprio DNA.
Un metabolismo bio-illogico ma con una sua logica.
Nel confronto con un semplice portamonete di un uomo, mi venga concesso il perdono, solo bio-illogico.

Nella borsa di una donna  c’è una sorta di caos primordiale.
Anche se con un suo ordine ben preciso.
Secondo le leggi matematiche del caos.
Funzioni complesse, a variabili quasi infinite.
Da un telefono  dato per “perso” anche se sta suonando.
Drammaticamente introvabile. (e che, nell’ossessivo e compulsivo frugare, lo diventa sempre di più)
A  un astuccio di fard datato e secco.
Dall’ultima tinta di rossetto.
Mai usato.
Ad un anello di fidanzamento di dieci anni prima.
Piccole forbici.
Sistemi a spruzzo antiscippo scaduti.
Limetta per le unghie.
Ago e filo a volte.(!?)

Piccoli specchi.
Rotti a volte.
Ricordi dell’infanzia, ricordi del giorno prima.
Confezioni di tampax (questo lo capiamo anche noi uomini ….)
Piccoli flaconi di amuchina.
Acetone.
Smalto per unghie.
Antiemicranici.
Antidepressivi.
Antidolorifici.
Deodoranti.
La pillola del giorno dopo.
Caramelle dietetiche.
Dolcificanti senza zucchero.
Da maschio non gigolò e anti maschilista mi sia concesso.
Se mai un idraulico riuscisse ad infilare tutti gli attrezzi nella sua cassetta dei “ferri” secondo quella strana legge della borsa di una donna ……
Non farebbe, al minimo, pagare la chiamata.
E il contenuto non è nulla.
Rispetto alla “bambagia” nel quale è avvolto.
Almeno 8 pacchetti nuovi di fazzolettini di carta.
E almeno il contenuto di 23 usati per modo dire e teneramente accartocciati e infilati dentro.
Spille.
Forcine.
Collane di ricambio.
E poi il peggio.
Gli scontrini fiscali.
Gli scontrini fiscali di almeno un lustro precedente fino all’ultimo.
Quello relativo all’ultimo acquisto.
Di scarpe ovviamente.

Questo il “brodo” sospensivo.
Del tutto.
Al minimo.
Tranne quando, tacchi a spillo e tubino ……
Si impone ……. la “sola” pochette.
Un dramma.
Ecco perché.
Quando le invitiamo ad una cena romantica.
Sono irrequiete.
Si sentono deprivate del loro mondo.
Che non potrà mai infilarsi tutto in quella piccola, miserabile pochette.
Paghiamo noi, lo sanno.(almeno quelli della mia “epoca”).
Evitando di infilarci, in quella minuscola pochette il loro portamonete.
Che merita una dedica a parte, un’altra volta.
E voi, noi uomini, crediamo che il solito ritardo, la lunga consueta attesa, sia per il trucco.
Macchè!
È solo dovuto per scegliere quel “minimo” per la pochette.
Impieghiamo di più noi a prepararci!
Temiamo di più noi maschi i cattivi odori, le pelurie in eccesso, il giusto colore della camicia.
Loro hanno solo quell’unico problema.
Cosa ci starà, di quel rassicurante mondo della capiente borsa quotidiana, nella minuscola pochette?

È necessario comprendere e pazientare.
Nella borsa di una donna c’è tutta una vita, una sicurezza .
Sua.
Mai provato a chiederle di metterci le mani?
Di dare anche solo una semplice sbirciatina?
Finisci minimo come Muzio Scevola  al quadrato.
È il loro mondo.
Il loro modo.
Dentro in quella borsa c’è parte o molto della loro intimità.
Si comprende anche perché regalare una borsa ad una donna non differisce quasi, in investimento, a regalarle il “per sempre” di un diamante …….
I costruttori di borse lo sanno.
E non è speculazione la loro.
Ma accurata progettazione e scelta di materiali.
I carichi di progetto e le modalità d’uso lo impongono.
Costano care perché sono piccoli capolavori di ingegneria.(secondo me il design in questo caso è solo una scusa).
Devono contenere una vita complessa e abbondante.
Almeno per noi.
A noi basta il metacrilato di una carta di credito.(carica ….)
La patente.
La carta d’identità.
E la foto ricordo della mamma.
Poco altro.
Un portamonete da uomo è un prodotto da “cinesi”.
Come lo è la nostra (non posso dissociarmi, non sarei credibile qui) eccessiva  “semplicità” di intenti (!).

E, ad una donna, molte volte, di te, basta il rigido del metacrilato della carta di credito.
(è venuta per sbaglio, lo giuro ….)
Mentre se mai ti innamorassi davvero di lei.
Tu, da maschio innamorato.
Vorresti tuffarti nella sua borsa.
Diventarne non solo parte , ma principale contenuto.
Senza mai capire che non è possibile.
Divenirne il principale contenuto.
Ma, al meglio, parte del resto, del brodo primordiale avvolto nell’elegante e morbido contenitore.
Solo una piccola parte.
Accontentandoti, una tantum, con un sontuoso invito a cena, di contemplarla.
Finalmente.
Nello “smarrimento” e nella “nudità”.

Del suo stupendo semplice.
Di una piccola pochette.


FranzK.

p.s.
ovviamente non per tutte, tranne lo stupendo semplice.

venerdì 10 febbraio 2012

Questa notte.





È una treccia di vento.
Un semplice sorriso.
Stanco.
Felice.
Confuso.
Che attraversa il freddo.
È un sospiro di speranza.
Che brucia sotto l’asfalto.
Il ghiaccio secco.
Che prova a riposare.
Che prova a credere.
In un semplice polpastrello teso nel buio.
L’ignoto è sempre più vicino.
Nel tuo tormentato sonno.
Ogni istante, uno in meno.
Cos’è?
Forza.
Tanta.
Dentro.
Pulita come la neve che ci separa.
Candida uguale.

Questa notte.

Brilla un bagliore.
Struggente come un notturno di Chopin.
Deciso e forte come un imperatore.
Un cuore.
Pieno di cuore.
Morde la strada.
Nera.
Cupa.
Bianca.
Di neve gelida.
Calda.
Di sensazioni sicure.
Mentre si allontana la tua terra.
Strappa radici.
Profonde.
Strugge nel sonno.
Il sogno.
Il tuo.
Il mio.


Domani sembra lontano.
Ma scava solchi.
Dentro.
Nel tempo.
Nel  tempo divorato istante per istante.
Dai cavalli rossi di fuoco.
Inarrestabili.
Così infuocati.
Da sciogliere ogni freddo.
Ogni dubbio.
Oltre il buio illuminato dalla neve.
È già qui domani.
A chiederne un altro.
In una terra diversa.
Altre radici.
Altri germogli.
Nuovi, differenti.
Innesti evoluti.
Di tutta quella diversità.

Questa notte.

Ha un sole dentro.
Che sappiamo solo noi.
Balenerà il tempo in un infinitesimo.
E sarà giorno.
Domani.
Per sciogliere o legare.
Per poco o per sempre.
Per intrecciare nuove radici.
O scioglierne i legami.
Per nuovi succosi frutti.
O semplici arbusti di ricordi.
Lo sappiamo solo noi.
Lo sapremo tra un piccolo infinito istante.
Lungo tutto una notte.
Prima che il sole.
Di domani.
Decida il bagliore delle nostre pupille.
In stupore.
O ammirazione.

Questa notte.

Prima del sole di domani.
Ha il sole della vita.
Che sappiamo solo noi, solo tu.

FranzK.

mercoledì 18 gennaio 2012

Mi manchi.




Per sentirlo:




Mi manchi.
E non so se passerà.
Mi manchi davvero.
Mi manca la tua voce.
Parlarti.
Ascoltarti.
Per ore e ore.
Giorni e giorni.
Mi mancano i tuoi occhi.
Le tue mani.
Il profumo dei tuoi capelli.
Mi manca stare sveglio.
A guardarti.
Stupito.
Di quanto fossi bella per me.
Notti e notti.
Sveglio.
A tenderti la mano.
Che stringevi forte nel tuo sonno.
Mi manca il tuo rincantucciarti in me.
Verso mattina.
Cercare il contatto.
Di noi.
Mi manchi.
E non temo sapermelo dire.
Mi manca mangiare insieme.
Far spesa insieme.
Discutere anche quando non eravamo d’accordo.
Leggere insieme.
Studiare insieme.
Mi mancano le tue parole.
Il tuo strano accento.
Mi manca il tuo viso.
Allegro.
Triste.
Sofferto.
Arrabbiato.
Mi manca darti l’olio.
Ogni sera.
Mi manca addormentarmi sereno.
Senza mai finire un film.
Perché ero sereno.
Mi mancano i tuoi capricci.
Mi mancano le tue gioie.
Mi manca tenerti stretta.
Senza neppure poter applaudire.
Ad un concerto.
Guai a staccare la mia stretta.
Da te.
Mi mancano le tue partenze.
Rimandate.
Ripensate.
Mi manca il tuo profilo.
Da una parte e dall’altra.
Differente ma uguale.
Mi mancano le tue labbra.
Le tue raccomandazioni.
Continue, insistenti.
Mi manca la pulizia del viso.
Che dolore!
Mi manchi davvero.
Le nostre serate.
A cercare animali selvaggi.
Di notte.
Per le buie strade strette delle montagne.
Mi manca il tempo.
Che si fermava.
Nei momenti più belli.
Il tempo che perdeva senso.
I minuti in ore.
Mi manca tenerti per mano.
A portare pane ad animali infreddoliti.
Affamati.
Mi manca rotolarti nella neve.
Fotografarti di nascosto.
Mi manca fare il tuo albero.
Al quale di aggrappavi.
Mi manca il tuo “solo per me”.
Tutto solo per me.
Mi manca aspettarti fuori da scuola.
Nell’attesa di un tuo successo.
Di un tuo sorriso.
Abbraccio.


Mi manca tutto, e non posso evitarlo.
Proprio tutto.
Di te.

Francesco.


sabato 7 gennaio 2012

Perchè scrivo.




Già, perché scrivo?
Perché da un paio d’anni comparendo e scomparendo ho scritto qui, in questo luogo?
Per quale motivo?
Due anni.
L’anniversario di questo luogo.
Il titolo del primo scritto è: Un bivio.
Mai spiegato, mai esposto chiaramente, ma pronto adesso per essere svelato.
Un bivio che ha cambiato profondamente la mia vita.
Per sempre.
Anche se un giorno si fermeranno i pensieri, e la tastiera smetterà di scrivere, la mia vita non sarà mai più quella di prima.

Un semplice bivio.

Era tempo che la mia vita stava cercando e trovando un equilibrio.
Fuori dalla mia professione, che della mia vita fino a quel punto aveva rappresentato tutto.
Fuori da un rapporto matrimoniale che, nell’onestà, aveva trovato la sua fine, da tempo.
Fuori da amicizie stereotipate e dal conformismo mai mio.
Mi ero fatto crescere i capelli, ero partito da lì.
Lunghissimi.
Quello che non avevo mai avuto il coraggio di fare a suo tempo.
Riconoscere il mio essere un po’ differente, un po' particolare, un po' “out of box”.
Vivere serenamente le mie piccole rivoluzioni, differenti da quelli altrui.
Finalmente ci ero riuscito.
Nella tranquillità di una solitudine serena.
Dello star bene con me stesso finalmente, pieno di tristezze, ma in pace.

E non è rimozione freudiana, ma solo “perché scrivo”.

Ho dedicato l’intera vita a tecnica e tecnologia, matematica e leggi fisiche, ma la scrittura mi è sempre piaciuta.
Una passione che non aveva mai trovato né tempo, né luogo ma soprattutto un “motivo” per poterla vivere.
A mio modo, con i miei pochi mezzi, ma viverla.

Poi quel bivio.
Non avevo necessità di nulla, non cercavo nulla, ero triste ma finalmente sereno.
Solo, ma nella chiarezza verso tutto e tutti.

Poi quel bivio.
Su un ripido sentiero che era oltremodo fuori dai miei piani, dai miei programmi.
Forse è il normale della vita, che ti offre tutto quando non chiedi, quanto tutto nega quando ne hai necessità.
Quel giorno, su quei ripidissimi pendii cercavo solo una libertà ancora più grande, un bene più grande e basta.
….. e l’ho trovato, anche se non era quello che andavo cercando …….
La vita per quel giorno ha funzionato al contrario.

La salita era finita, ma stavo così bene che ho deciso di proseguire oltre, cercando un panorama, oltre ogni curva, ogni tornante, ma nulla, sembrava una strada che non conduceva a nulla.
Era il sei di novembre del 2009.
Una bella giornata di sole, ma si sa, non più tanto lunga come quelle estive, meglio tornare.
Fino al bivio.
Quello della mia vita, e forse non solo della mia.
La vetta che avevo raggiunto e superato aveva due strade alternative per raggiungerla e un bivio di congiunzione.
Avevo ancora sete di prove e benefici e ho deciso di scendere sull’altro versante, per poi risalirne gli ultimi chilometri, ancora una volta, dimenticando di nuovo il tempo e l’ormai imminente tramonto.
Così ho svoltato.
Era molto bello il bosco da quel lato, molto di più che dalla parte che avevo risalito per arrivare in cima.
Quella svolta stava per cambiare la mia vita per sempre e io, ignaro, scendevo come un fulmine per risalire ancora una volta.

E in quella folle discesa ho incrociato la vita:

Tu.

Una giovane donna con un piccolo cane che stava passeggiando in direzione opposta alla mia.
È sfuggito nell’incrocio un sorriso di circostanza ma per me anche uno strano brivido, mai provato.
Sono sceso ancora un po' e poi di nuovo in salita, e di nuovo quell’incrocio di sguardi, in direzione opposta questa volta: adesso io salivo e tu scendevi.
Ancora quello splendido sorriso, quello splendido viso e poi ……. non so, splendido tutto e basta.
Sono arrivato in cima e poi giù di nuovo, un po' agitato, con dentro una strana sensazione, speranza forse.
Di incontrarti ancora, fosse solo per uno sguardo ancora, anche solo una volta.

Proprio io, che non cercavo né mai avevo cercato nulla.

Ma scendevamo tutti e due, questa volta, gli sguardi non avrebbero potuto più incrociarsi, e poi che importanza aveva, era stato bello così, io non stavo cercando proprio nulla, e avevo solo fretta di scendere, quella sera mi sarei portato a casa anche quella bellissima sensazione, mai provata, quel meraviglioso sfuggente incontro, mai avuto.
Ci ha pensato il piccolo cagnolino a farci conoscere, deviando il suo incedere in mezzo alla strada e obbligandomi a fermarmi.

Ecco perché scrivo.
Perché quel giorno ho incontrato te, l’anello mancante della mia vita, il mio amore vero.
Non un innamoramento, ma l’anello mancante, l’appartenenza, è diverso, tanto diverso.
Un anello davvero difficile da unire, un amore unico e vero quanto tormentato, con solo motivi per annientarlo, non viverlo, motivi che solo noi possiamo sapere.
Vent’anni di differenza, io comunque ancora sposato, tu in procinto di farlo e potrei andare avanti almeno per un libro, tu per due forse.
E mi sono chiesto con che diritto, con quale senso, per te, si potesse mai vivere quel dono.
Quello di cui avrei potuto privarti, quello che avresti perso, la presunta solitudine nella quale, per logica, ti avrei alfine lasciata.
L’analisi logica di tutto, prima di te forse.

Potrei narrare di felicità insperate e di imperdonabili errori, nella decisione di crederci e provarci, come potresti farlo tu, ma non è questo il tema.
Il tema è semplice , è solo un perché.
Il perché scrivo, ho scritto.

È  per te.

Solo e unicamente per te.
Cercando in questo scrivere il meglio di me, quello che mi hai fatto scoprire possibile, che hai provato ad insegnarmi.
Con il tuo bene.
Quello a cui non avevo mai creduto.
Quello che non sapevo di poter avere né dare.

Scrivo per tutte le montagne che hai scalato tu, per tutte le sofferenze che hai patito.
Per quel sentimento che ci ha avvolto, travolgendoci.
Per lo scandalo che ha rappresentato, per le inquietudini che ti ha fatto vivere.
Più per te che per me.
Avevo un energia immensa allora, in grado di superare tutto.
Qualsiasi montagna l’avremmo appianata.
Avremmo colmato tutte le buche, le distanze, le difficoltà.
Mi sono sentito umano finalmente.
Senza più “vergogne” per esserlo.
Senza più paure.
Non più “genio”, ma solo umano.
Con una energia infinita, senza fine.

Scrivo per questo.
Per te.
Il meglio che esiste.
Per me.

Quale vergogna può esserci?
Quale disagio?
Nel sentirsi umano.
Nella fortuna di provare quello che a pochi, pochissimi è stato dato?

È un onore, non una vergogna, un dono, non una maledizione.
E quello che scrivo è per te, per il meglio che il tuo bene ha scatenato in me, dandogli finalmente il giusto “motivo” per poterlo fare.
Scovandolo da tane silenziose tanto quanto tranquille e rassicuranti.
Mi hai fatto tagliare i capelli, te ne sono grato.

Le vere rivoluzioni le portiamo dentro.
Nel provare a cambiarci davvero.
Nel non temere di essere solo umani.
Nell’onore e non nella vergogna di un sentimento vero.

Che ci rende deboli.
Senza protezione.
Che non sconta nulla.
Che non puoi distruggere con un pensiero logico.

Ecco perché, finalmente, ho scritto e scrivo.

Per te.

Nel poco ma umano e vero di me.

Solo per te, il mio sentimento vero.
Sperando di esserne sempre all'altezza.
Di tutte e due.


FranzK.

...... ed è solo un'invenzione :)