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lunedì 3 dicembre 2018

Il "Non Senso" Comune















https://www.youtube.com/watch?v=GXFSK0ogeg4



Ne hanno parlato e scritto in molti, da Manzoni, a Reid, a Hulme e, ancor prima di loro, Aristotele, Cicerone, Cartesio San Tommaso D'Acquino, Descartes, Giambattista Vico, Carlo Giusti e molti, molti altri filosofi, scienziati, antropologi, pensatori.

Tutti d’accordo (che comprende il disaccordo) che il “buon senso” e il “senso comune” (il "common sense" anglosassone) fossero comunque fiumi divisi e difficilmente condivisibili. Forse tutti abbastanza d’accordo che il “buonsenso” fosse virtù, o difetto, di una minoranza, assumendo invece come “senso comune” la percezione della realtà dei più. A prescindere da quale fosse, tra i due, il meglio da riconoscere e da seguire.

Inutile riportare i famosi aforismi di competenza che sono ben noti, anche se mai compresi, forse, fino in fondo. Né in un caso che nell'altro. E non sono certo io, in questo caso, a volermi addentrare in arcaiche introspettiche rivisitazioni a riguardo.

Penso sia invece interessante proiettare l’argomento nella nostra vita, nella nostra quotidiana “modernità”, per scoprire di quanto si sia spostata la prospettiva a riguardo.

Di quanto sia, ancor più che cambiata, direi lesa, snaturata, verso altri contenuti che non trovo possano rientrare nel pensiero degli antichi luminari. Di quanto, da una teorica contrapposizione di due membri più o meno ben distinti, una sorta di “matematica” binaria per interpretare e programmare il comune vivere, il “sistema” si sia trasformato quasi in una fase entropica di equilibrio monodirezionale a scambio energetico nullo. E, ancor più che “comune” direi virale. Meglio,……. globale.

Ho la decisa sensazione che il teorico “buon sentire” dei pochi quanto il secolarizzato “senso” dei più, si siano congiunti, se non fusi completamente nel “non senso” di tutti.

Ed è in questo “non senso”, spero di sola personale percezione, che purtroppo si sta realizzando, continuando per altro ad inflazionarsi senza fine, una sorta di totale infelicità diffusa, tremendamente mascherata e ben truccata dai “beni” che ci ha offerto l’evoluzione ed il progresso. Intesi non solo nella direzione più osannata del momento, ovvero quello “tecnologica”, ma anche e soprattutto, e viceversa, dall'involuzione non tanto di “ideali”, (forse a riguardo è meglio così) ma di “valori”.

E se la mia analisi mi porterà ad essere riconosciuto come vecchio “moralista” non ha importanza, perché è proprio l’uso delle etichette, e del contrasto per abitudine, una di queste tristissime, involute acquisizioni, in sostituzione, ad esempio, del “valore” di una leadership reale e naturale in quanto riconosciuta e mai imposta.

In questo modo, qualsiasi “senso” o meglio "buon senso", inteso come percezione della realtà, diviene sempre e comunque il “non senso” di una discussione, non tanto perché essa sia necessaria, ma perché pare sia essa stessa il fine. Questo non scalfisce il naturale dibattito, anche critico, di una vita comune, ma diviene “non senso” se il senso del vivere finisce per divenire solo questo.

Credo che possiamo ritrovare infiniti esempi all'interno della nostra (non confinata oltretutto) società. 
Che si vanta dell’evoluzione tecnologica della comunicazione istantanea e invasiva, come una conquista di “felicità” e “senso comune” per poi ritrovarsi negli stati più profondi di distanze e solitudine. 
Infelicità in una semplice parola.

Che può drogarsi legalmente “per uso proprio” senza aver in alcun modo la possibilità di curarsi dopo e soprattutto prima, dal momento che solo una carenza di felicità può portare a tanto. E non è neppure in grado di prevenirne l'importazione e la distribuzione soprattutto di tipo culturale oltre che meramente materiale.

Che vive nella frenetica fino all'isterica necessità dell’”apparire” per “essere”,  per “percepirsi”, solo unicamente a favore di un “non valore” come il denaro o della fama se non del semplice "vuoto interiore". Un tema che cercherò di approfondire se mi riuscirà, più avanti nel tempo. Al momento mi fermo a constatare l’ascolto “intubato” di qualche stimato vecchio amico che descrive come in futuro, non saranno più i cellulari il "business", ma infinite microscopiche telecamere (il business sta nella parola “infinite”), che potranno alleviarci da non si sa quali pene. Non riesco più, da vecchio “moralista” ancora ben saldo su certi “valori” a stimare “pecorai” di greggi raglianti e oltremodo inermi.

Che permette di dimenticarsi quotidianamente delle tremende fatiche dei “padri” per costruire quel poco o tanto ereditato. Poco o tanto che, al momento, per non essere fuori dal “coro” deve obbligatoriamente essere condiviso con l’umanità intera senza che quest’ultima possa neppure comprendere il “rispetto” dovuto a quei sudori e a quelle fatiche. Senza neppure porsi il problema dei “figli” di quelle fatiche che non riescono quasi a sopravvivere. 

Che non si scandalizza più di nulla e più a nulla reagisce, ma si distingue come una società che è campionessa intergalattica per creare scandali a vantaggio o svantaggio di qualcuno. Che ha strumenti per poterlo fare, senza che neppure il “senso comune” possa recalcitrare, tanto è avvolto e coinvolto "felicemente infelice" nel suo "sistema".

Che pensa che, oltre a poter comunicare in modo bulimico possa anche essere informata in modo corretto, senza mai accorgersi, o, peggio, senza neppure averne consapevolezza, che tale “informazione” risulta, al minimo, “stomachevole” e disonesta. 

Che non legge libri ma giornali perché i libri, quelli veri e importanti, non si stampano neppure più. E, a fronte di tutto questo, si sente comunque “tuttologa” tanto, mi ripeto, da essersi trasformata da una società di “intenti” e di "azioni" in una di “discussioni” e di "talk-show".

Che spera ancora nel rifiorire di qualche boom economico, che inneggia alla ripresa dei consumi, senza comprenderne l’inutilità se essa è quantomeno rivolta a consumare sempre le stesse cose. Senza capire che, anche solo per “produrle” (non parliamo di immaginarle, pensarle, idearle...) è necessario faticare e non ho mai conosciuto un “disoccupato” che una volta “occupato” non abbia cominciato a lamentarsi appena dopo qualche mese di attività.

Che vuole indebitarsi senza mai prima comprendere, non tanto da dove proviene il debito monetario, (molti economisti lo sanno spiegare bene) ma da dove provengono gli sprechi dei non troppo antichi connubi: io ti do un voto – tu mi dai un lavoro= ci siamo garantiti il futuro tutti e due.( si chiama Mafia o Corruzione, vedete voi - è il seme più piccolo apparentemente, solo apparentemente..)

Che impegna, su imposizione altrui, il lavoro di quasi un anno dell’intero “governo” e relativi costi, per legiferare matrimoni LGBT per realizzarne 212… (e non ho nulla contro tranne chi ha qualcosa contro di me che sono etero - comunque sono circa, a tutt'oggi circa 700.000 euro/matrimonio di soli costi governativi), ma non trova il tempo e le risorse per dare sollievo a chi soffre davvero, ad esempio il sostegno alle famiglie con figli portatori di handicap e peggio ancora a quelli affetti da malattie psichiatriche (altro che società evoluta). 

Che vive infelice, ma vuole apparire felice a tutti i costi, insistendo su strumenti vuoti di “valori” quanto ricchi di insulse promesse e aspettative.

Che non costruisce, non si ingegna, non impara, non insegna, non rischia, non si slancia, che aspetta comandi perché non sa darsene uno, che aspetta e basta. Non innova, non pensa, non si parla, non si pone né si predispone. Che si inchina e si convince e si affida ai falsi informatori, ai sognatori ubriachi non distinguendoli da quelli sobri. Che, in una parola, si intrappola senza mai comprendere quanto spazio libero c’è ancora. E quanto questo spazio di libertà necessita della sua presenza e della sua azione, del suo lavoro.

Che si illude e insegue le “mode” senza avere la minima idea di come si fa ad imporne una. Che pensa che il sole e il vento ci daranno tutta l’energia per sempre e non comprende che è solo una possibilità, non una realtà. E si converte al dio SOLE e al dio VENTO, si dipinge di verde senza conoscerne le conseguenze reali. Senza mai provare a dedicarsi alle soluzioni piuttosto che inebriarsi di stolte provocazioni. Pensando che "tutto è possibile", senza capire che le soluzioni esistono ma per divenire vere, reali, necessitano di quei “valori” dimenticati, o irrimediabilmente perduti.

Che vive senza pudore e non se fa pena. E dal momento che non se ne fa pena è riuscita a farsi addirittura governare da chi, di pudore, non possedendone neppure il sentore e senza neppure essere stato prescelto dalla democrazia vigente, è diventato “capo” delle più dilanianti bugie. E persiste, pur in una leggera ombra, ancora adesso, sempre pronto a tornare in "voga" senza vergogna.

Forse, molti dei miei semplicistici esempi, sono solo "sentori", o, dal momento che è stata abolita la realtà, solo personali percezioni, ma non vedo valori e quei pochi, pochissimi che incontro, sono al lumicino, già contaminati dal “virus”, pronti a giustificare ogni, se pur piccola, appartenenza al “vuoto”.

Chissà ….. forse quei pochissimi che mi leggeranno penseranno che sono pessimista, un'altra etichetta forse …….o forse, tra le righe del mio pessimo scrivere, scorgeranno strade differenti, che inneggiano ai “valori”. 
Quali? 
Il Rispetto, l’Onestà, la Libertà, la Conoscenza, l'Umiltà, il Pudore almeno intellettuale, la Giustizia, e poi …. 
Poi c’è nè uno che è la conseguenza degli altri ….. il più importante di tutti forse …..
Quella Felicità che non esclude problemi ma che ti fa venire una voglia matta di vivere per risolverli o comunque vivere per qualcosa di vero, tutti i giorni.


FranzK.

martedì 3 gennaio 2012

Pensa se ....





Pensa se fosse già tutto scritto.
Se dipendesse solo da noi.
Se conoscessimo il futuro.
Tutto scritto.
Pianificato, deciso, immutabile.
Secondo solo noi.
Secondo le nostre uniche volontà.
Le nostre logiche.
Le nostre aspettative.
I nostri desideri.
I nostri sogni.
Pensa se fosse tutto rosa senza mai un differente azzurro.
Un imprevisto.
Un differente azzurro, non nero.
Un imprevisto buono, non cattivo.

Pensa se bastasse un social per comunicare.
Se non servisse un contatto.
Imprevisto.
Imprevedibile.
Pensa se non avessi mai sfidato la gravità.
Non mi fossi mai arrampicato sulle montagne.
Se fossi stato sensato.
Non avessi seguito i profumi del bosco.
Seguendo solo la mia logica.
La fretta dell’imbrunire ormai imminente.
Tutto scritto.
Pianificato.
Quotidiano e certo.
Immutabile.
Già deciso.

Pensa se bastasse un Facebook per incontrarsi.
Per conoscerci.
Se bastasse un dating online per un amore.
Facebook per promuovere un prodotto.
Se bastasse una foto.
Per sapere chi sei.
O uno scritto.
Una voce.
Per sapere di te.
Tutto come tutti.
Pensa se bastasse sentirsi uguali.
A tutti.
Senza mai che un po' di azzurro entrasse nel tuo verde, nel colore che sognavi.

Che credevi tuo.
La tua tavolozza predefinita.
Pensa se non cambiasse mai nulla.
Sempre tutto uguale.
Sempre lo stesso verde.
Pensa se piovesse sempre.
O ci fosse sempre il sole.
Pensa se potessi decidere il tempo che fa.
Se potessi essere ricco o povero.
Felice o infelice.
Se dipendesse solo da te.
Se potessi decidere quanto vivere.
O quanto o quando morire.
Se potesse bastare un codice.
Uguale per tutti.
Per decriptarci.
Se mai ci accadesse di non capirci più nulla.

Pensa se fosse solo tutto una previsione.
Statistica, certa.
Definibile.
Con certezza matematica.
Senza margini di errore.
Pensaci.
Senza errori, senza inciampi, senza cambiamenti.
Solo una previsione, prevista solo da te.
Pensa se fosse solo certezza.
Dall’inizio alla fine.
Tutti i giorni programmati.
Uguali.
Definiti.
Senza mai che possa essere differente.
Un po' di azzurro nel tuo verde.

Pensa se non esistessero i sentimenti.
Quelli che decidono sopra ogni ragione.
E cambiano tutto.
Miscelando colori programmati, e programmi.
Gli unici che cambiano tutto.
Che possono farlo davvero.
In meglio.
Il meglio è differente, pensa, differente da tutti.
I sentimenti non hanno prezzo, nessuna quotazione in borsa, non si comprano, non si vendono.
Gli unici che possono cambiare proprio tutto.
Sconvolgendo la nostra tavolozza prestabilita.
Il nostro verde, il nostro azzurro, in un'altro colore, nuovo.
Migliore.  


FranzK.

domenica 25 dicembre 2011

Feisbuk






L’altra sera su invito di un vero amico ho seguito un evento.
In diretta laiv, in striming.
Ebbene parlava di un argomento molto di moda quanto importante : i socialnetuork
E’ stato davvero bello e incredibilmente istruttivo.
I personaggi davvero all’altezza di spiegazioni finalmente chiare e semplici.
Uno spettacolo, in poche parole.
L’argomento appunto i socialmidia, che da quanto ho compreso riguardano lo stare insieme delle persone.
Rimanere in contatto.
Promuoversi piuttosto che promuovere prodotti, dal bisness del “me” a quello di un prodotto aziendale  per intenderci.
I temi e le riflessioni sono stati talmente chiari da crearmi un senso di inquietudine.
In particolare si sono concentrati su feisbuk, il socialnetuork più diffuso al mondo con i suoi settecento milioni di iscritti.
Rassicurando da un lato i suoi utenti riguardo la sua validità ma introducendo temi sospetti.
Se guardate il filmato che vi propongo qui sono certo che sarete d’accordo con me.


la proprietà dei dati ad esempio, il loro becap, gli innumerevoli arzigogoli che devi affrontare per poterti in qualche modo proteggerti.
Con condizioni di utilizzo che sembrano scritte un po' come una legge italiana: cavilli, funzioni nascoste, postille.
Davvero difficile da usare quanto facile da farsi usare.
Tempo fa, quando anch’io partecipavo alla sua torre di babele, avevo avuto strane sensazioni.
Sensazioni e basta non essendo io un esperto.
E seguendo il mio istinto me ne sono andato.
E quando me ne sono andato mi hanno scritto che non avrei mai più tornarci, cancellato per sempre.
Alla faccia della socialità mi sono detto, quando esco dal bar di Iki, non mi vieta nessuno di rientrarci il giorno dopo, ritrovando le persone e i servizi che offre.
Anche dopo un mese.
Ma esisterà il uebduepuntozero?
Il ueb delle persone per intenderci.
E dire che tra pochi giorni la piattaforma di Zucherberg verrà quotato in borsa.
Feisbuk  si dice,è un luogo dove si cucca, dove si prendono fregature a volte, dove se sei troppo triste o troppo politico vieni isolato dalla piazza.
Il socialnetuork per eccellenza, che si appropria dei tuoi dati, delle cose serie o meno che scrivi e che in cambio ti offre una sorta di allegra virtuale compagnia continua, al minimo.
Tipo un deitingonlain comprensivo di ciat  e da un po anche di taimlain dove anche gli uomini maschi non hanno necessità di pagare per trovare femmine, dove le aziende possono fare pubblicità gratis.
Gratis. ( non capisco perché invece una meiling list la devi pagare …….)
Ma se è tutto gratis come può essere quotato in borsa?
Dagli introiti della pubblicità dite?
O dal valore dell’advertaising? Informazioni in altre parole (roba seria l’informazione, attenzione).
Avevo dei sospetti, e quel filmato me li ha decisamente rafforzati.
Avevo delle domande, si sono moltiplicate.
Ricordo una frase dell’intervento che dice che Internet non è feisbuk e feisbuk non è Internet.
E la non reciprocità vale anche per gli altri, per gugol o gagol, plus o non, per tuitter, linkedin, maispeis e chi più ne ha più ne metta.
Prima domanda:
di chi è Internet?
Esiste qualcuno che cortesemente me lo può dire?
Qualche guru del settore,  qualche gik.
Ha un proprietario?
Chi è?
Dove ha la residenza?
Come si chiama?

Seconda domanda:
la correlazione tra le parole social e praivasi.
Non vi pare siano contrari e non sinonimi?
Sono io che proprio non capisco?
Tempo fa (anni fa)smanettavo un po’sui personal compiuter e avevo realizzato un sistema molto semplice per poterli usare social o praivasi davvero in qualsiasi momento, con garanzia centodiecipercento.
Perché mi pareva scontato che entrando in rete equivalesse ad uscire in mutande o anche senza in una piazza pubblica.
Scontato e certo, dimostrato anche da un amico molto bravo che lanciando un semplice programmino mi faceva vedere tutto di quello che facevano tutti.
E certe cose preferivo farle a casa mia, non in piazza.
Insomma il uebduepuntozero è una roba che nel caso si realizzi sarà social o praivasi?
O alla faccia della praivasi  decidiamo per un claudcompiuting su scala planetaria?

Terza domanda:
come si fa a prendersela con il pirtupir quando su tutto il ueb è concesso di avere un identità falsa, non certificata, autocertificata almeno,metà nascosta e metà no?
È come se uno uscisse in strada mettendosi i baffi finti.
È quella la praivasi?
Ho compreso bene?
Lo faccio ma non lo dico o lo dico fino a un certo punto?
Mentre tutti sanno tutto di te?
Anche se ti chiudi in casa con spenta la luce, il telefono, il gas, la tv e tutto il resto.
Anche se quando vai a votare nella gabina ( è anglosassone sono sicuro)elettorale da sempre esiste una semplice tecnologia per sapere per chi hai votato segretamente. ( Quale è? Ma dai siete guru e gik …………. non è il caso che ve la dica io che sono un semplice rimbecillito che non si capisce se vuole fare il poeta, il contadino, il tecnico o il salvatore del mondo).

Potrei proseguire ben oltre con tante altre domande.
Ma mi basterebbe avere risposte riguardo anche solo alla prima.
Mi basta quella.
Non chiedo molto, vi pare?

In attesa vado avanti a scrivere “poesie” sul mio blogh che ha un nome e un cognome, un indirizzo e un numero di telefono, una via e un cap.
Nulla da nascondere, nulla di cui mi possa vantare o vergognare, nulla da guadagnare.
Cosa ha di differente da un profilo di feisbuk  il mio blogh?
Non lo so, il giorno che saprò di chi è Internet ve lo dirò.
Ma so di per certo che i dati sono miei, che non mi tartassano di pubblicità, che a norma di legge (almeno quella) tutti possono sapere di me ma io non degli altri, che mi sembra la vera libertà, non il suo contrario:
nessuno può sapere di me e io tutto degli altri.
Senza dire che se voglio sapere in perfetto anonimato (che non è praivasi ma spionaggio) di qualcuno o di qualcosa su feisbuk  o su qualsiasi alto socialnetuork, basta che mi faccio prestare un accesso da un amico e so tutto lo stesso.
Un bel uebduepuntozero.
Se deve essere il ueb delle persone,meglio migliorare loro prima, al pari di non prendersela troppo con i nostri politici, che, dispiace dirlo, ci rappresentano perfettamente: loro sono noi e viceversa, dagli Scillipoti ( è anglosassone anche questo ve lo garantisco) in giù e in su.
Speriamo di non dover commissariare anche il ueb.

Sapete perché ho scritto tutte le parole anglosassoni in pronuncia italiana?
Vi ricordate Martin Lutero?
Tradusse la bibbia in tedesco e i tedeschi scoprirono di non essere cattolici.
Divennero protestanti, indipendenti, decidendo loro il padrone del loro Internet, (allora la religione lo era) con le loro leggi e le loro regole.
Comprendendo finalmente di chi era quello precedente, le sue leggi, le sue regole.

Finisco con una mia convinzione, sui socialnetuork, sul loro immenso valore anche economico:
la più potente televisione globalizzata e controllata del mondo con i più potenti strumenti di condizionamento e cancellazione del pensiero (e, al pari della televisione, della cancellazione del tempo e dei veri contatti umani: la base indispensabile per pensare – e si sa che pensare è male per certuni, meglio ridere e divertirsi come cantava qualcuno …… e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam ……. Ma soprattutto se pensiam).

Sono solo un povero rimbecillito, non fateci caso.
Ma ditemi solo una cosa, l’unica:

di chi è Internet?

FranzK.

lunedì 19 dicembre 2011

Mercati scoperti.





Che cosa sono i “mercati”?
Gli uomini neri che ci tormentano con crisi e relative conseguenze?
Ne ho lette e ascoltate di tutti i colori, quanto voi, e credo quanto voi non sono riuscito a capirci un bel nulla.
Finanza, banche, titoli di stato, tasse e ancora tasse, decrescita, crescita, pil, debito, rating, indici di borsa ……
Ma la domanda che credo sia comune non ha mai una risposta vera, reale, semplice.
Che cosa sono i “mercati”?
Mi chiedo perché nessuno li vuole spiegare, in modo comprensibile, quanto in modo comprensibile saremmo in grado di spiegare a tutti la relatività.
Come,  prima di scrivere formule e formulati, l’ha osservata e “intuita” Einstein, mentre fotocopiava insulse pratiche burocratiche all’ufficio brevetti di Ginevra e studiava Fisica seguendo corsi serali ……….
Privo completamente di LHC, solo con una semplice intuizione, almeno all’inizio.
La velocità di un treno, la sua percezione, cambia con la distanza dell’osservatore.

Che cosa sono i “mercati”?
Partiamo da qui, con lo stesso semplicismo, sperando sia solo semplicità.
Immaginiamo una piramide al cui vertice c’è una risorsa, immensa: l’energia.
Un mare di petrolio, carbone e metano in altre parole.
Appena sotto l’intelligenza cognitiva, che sfregati due legnetti insieme produce una scintilla e di conseguenza a quell’energia fa prender fuoco.
Sotto ancora, di un livello l’intelligenza emotiva, il Q.E. che sommata alla prima riesce a trasformare quel calore in movimento, in navi, ponti, automobili, computer, lavastoviglie, mobili, case ……..
Sotto di un altro livello è necessaria la buona volontà, la “mano d’opera”.
Per realizzare tutto questo.
Energia + intelligenza + buona volontà = finanza.
Ossia il denaro che smette di misurare scambi, stagioni fortunate o meno e diviene solo la crescita del “sempre di più”.

Per tutti.
Nelle dovute proporzioni ma per tutti.
In modo social tanto per intenderci.

I mercati sono energia prima di tutto.
Per essa si fanno guerre, è la punta della piramide.
Per l’intelligenza non servono guerre, si può comprarla, con semplici transazioni di maggiori benefit.
Essa permette di trasformare l’energia in bene, su larga o piccola scala, di avviare il processo della sua valorizzazione.
Per il terzo livello, la buona volontà, di guerre ne servono ancora meno.
Tanti poveri, tante necessità per le quali tutti, da poveri siamo disposti a tutto.
I mercati non sono una cosa cattiva, né fatta di uomini neri, nell’assoluto intendo.
Nel relativo dobbiamo solo comprenderli.
L’energia la posseggono in pochi.
L’intelligenza la possedevano in pochi.
La buona volontà, ossia la necessità della povertà, non ha mai fine.

Le leggi dei mercati hanno dato la possibilità a tutti di vivere meglio.
In proporzione alle sue leggi ma meglio.
Ma i mercati sono fatti di conti, di cifre, di valore.
Quindi l’intelligenza che possedevano in pochi, ora la posseggono in molti.
Diversamente dall’energia, che saranno sempre in pochi a possederla.
E la buona volontà delle necessità della povertà basta cercarla dove la si ritrova in maggior misura.
Non diamo giudizi.
Per un momento esentiamoci dall’indignazione.
È un analisi semplice, come osservare un treno che corre da vicino o lontano.
I mercati sono la competitività offerta, più è elevata più fornisce guadagni.
Ma pensate proprio che noi ragioniamo in modo differente?

Se fossimo noi i proprietari della punta della piramide, metteremmo l’etica sociale o il nostro personale guadagno come obiettivo primario?
Ragioniamo tanto diversamente nella nostra vita privata?

I mercati sono produrre di più, a meno prezzo e con maggior guadagno.
Non è neanche importante l’eventuale vera utilità del prodotto.
L’importante è che sia vendibile, in qualche modo ad un numero elevatissimo di persone, a tutti se è possibile.
Questo è il modello.
La sfida è questa.
Che piaccia o no è solo questa.
Sapete cosa vendono i vari Google, Facebook, Yahoo e quella che viene chiamata ultimamente “tecnologia”?
Informazioni.
Non pubblicità.
Informazioni attraverso le quali produrre ciò che saremmo disposti a comprare.
Informazioni e tendenze, ecco perché valgono così tanto, nei mercati.

Danno loro le indicazioni sul da farsi, non sull’utilità del da farsi, ma sul da farsi dei nostri desideri.
Quelli per i quali siamo disposti ancora a far debiti.
Legando a doppia corda le nostre mani al nostro futuro.
Desideri globalizzati, in modo da produrre con più efficienza.
Questo è il modello.
Che piaccia o no.
I mercati hanno necessità di sapere cosa vogliamo per poterlo progettare, produrre e vendere al minor prezzo e con il più elevato guadagno.
Poche regole, molto ben chiare.
Che in sistemi con troppe regole non vanno tanto d’accordo.
Scappano in altri, con meno regole e più disponibilità.

Adattando eventualmente i primi ai secondi, mai viceversa.

Il modello è questo.
E se vogliamo sopravvivere questa è la sfida.
Ci pensate se qualcuno avesse un intuizione?
Tipo Einstein.
Per cambiare l’apice delle piramide?
Cosa potrebbe o dovrebbe fare?
Il modello cambierebbe, inesorabilmente.
Ma in quale modo, quante croci dovrebbe contare?
Meglio solo la sua.
Nel silenzio.
Possibilmente contemplata in una morte naturale.

FranzK.


domenica 18 dicembre 2011

Il valore delle persone





Non è denaro
Il  valore delle persone.
E neppure tempo.
E’ il loro pensiero.

Il valore delle persone
È la vera via di uscita da ogni crisi
Da ogni speranza perduta.
E’ la loro capacità di dare molto prima di ricevere.

Ma sopra a tutto
È la loro capacità di aver fiducia.
Nelle altre persone.
In se, senza arroganza, negli altri, senza pregiudizi.

Perché tanta tristezza nell’aria?
Perché nessuna fiducia?
Perché sempre pensieri negativi?
Pregiudizi insormontabili?

Non è da qui che è necessario ripartire?
Se vogliamo recuperare credibilità, in noi, prima che negli altri.
Non è la fiducia e la fedeltà?
Il pensiero positivo.

Che vede e crea speranze.
Non pregiudizi.
Fuori da qualsiasi ideologia, schema.
La fiducia contro il pregiudizio.

Dare prima di avere.
Con allegria.
Senza sentirsi per forza oggetto di speculazione.
Ma dove ci hanno portato?

Non sappiamo salutarci per strada.
Non ci fidiamo più di nessuno.
Non sappiamo parlarci.
Scambiare pensieri, condividere progetti.

Il valore delle persone .
Non può essere egoismo.
Chiusura.
Casta, lobbie,congregazione, interesse  sempre e solo privato.

Come mai potremmo partire per un viaggio?
Insieme, con allegria, positività.
Senza condividerne i rischi, le fatiche, le aspettative?
Nella singolarità del noi, nella condivisione dell’”insieme”.

Ma dove mai ci hanno condotto?
Verso quale solitudine?
Verso quale interesse “di parte”’?
Verso quale delegittimazione di tutto e tutti, nell’ognuno solo per sé?

Nell’illusione di tenerci “in contatto” attraverso la tecnologia.
Che, in realtà vende e quota solo controllo.
Senza che sia la tecnologia del nostro valore.
A poter creare vera libertà.

La vera privacy è non averne una.
Come la vera libertà di un voto è la sua identità, l’onore della sua identificazione univoca.
Non il suo segreto.
Poiché il segreto, da sempre, è solo un’illusione, un altro tipo di controllo certo.

Credo che il valore delle persone sia la fiducia.
Sopra ogni altro valore.
Motivata, certo, non malriposta.
Ma data in prova prima di riceverla in cambio.

Fuori da ogni egoismo da ogni pregiudizio.
Da ogni privilegio.
Per crearne uno vero per tutti.
Il più grande di tutti:

La Libertà.

FranzK

martedì 23 marzo 2010

Uovo di Colombo.




 [http://www.youtube.com/watch?v=a_vwxSZzVQs&feature=related]


Ho deciso.
Ieri.
Un po' all’improvviso.
Senza alcun sensato motivo.
E sono entrato come ultimo clandestino in un social network.

Persone che si cercano.
È affascinante.
Persone che non si conoscono proprio.
E si cercano.
Ci deve essere un motivo.

E continuo a pensare che l’energia sia Tempo.
Continuo a studiare e progredire modelli.
A dimostrarli.
In significati che divengono ogni giorno meno astratti.
Il Tempo come contenuto e non come contenitore.

E nei social network c’è tempo.
Tanto tempo.
Quindi anche tanta energia.
L’energia degli uomini.
Della loro intelligenza.

Ne sono convinto.
Al di là di qualsiasi speculazione.
Secondo il mio particolare punto di vista.
Dentro a quella necessità di comunicazione, di contatto, di scambio c’è la ricerca di un necessario nuovo.
La tecnologia del pensiero forse.

È da tempo che ne ho le prove.
E la tecnologia non è complicazione.
Non è valore aggiunto di spreco.
Non è conservazione della passata infelicità.
La tecnologia è il risultato semplice di intelligenze non semplicistiche, intelligenze multitasking.

La tecnologia non studia fenomeni ma soluzioni.
I fenomeni sono relativi alla Fisica.
Agli alfabeti matematici.
Alle certezze scientifiche.
Anche se fornendo soluzioni cambia i fenomeni.

Ho una strana sensazione.
Una buona sensazione.
Anche se è un processo agli inizi, quindi ancora un po' confuso.
Ancora all’affannosa ricerca dei meccanismi più efficaci ed efficienti per divenire chiaro.
La sensazione che le future necessità degli uomini passeranno sempre meno da oggetti.

Da cose.
Da complicazioni.
Da meccanismi.
Da imponenti trasformazioni energetiche.
Da colossal e mistificazioni.

E passeranno sempre di più da intelligenza capace di semplicità.
Capace di comprendere “per cosa”  prima che “quanto”.
E l’impresa è davvero storica.
Forse è per questo che ci stiamo cercando.
Per unire le forze del nostro tempo e del nostro pensiero.

Motori neurali.

Per vere tecnologie avanzate.

Quelle dell’indispensabile  semplicità e stupore “dell’uovo di Colombo”.

Franz.K

mercoledì 10 marzo 2010

Web 10.0.




 [http://www.youtube.com/watch?v=fBLErilyiKM]


Sapete cosa dicono di noi in Australia?
Gli aborigeni Australiani?
Di noi popoli con l’auto, il frigo e la doccia calda?
Dicono che siamo dei “mutanti”.
Esseri che si sono allontanati dalla verità della natura.
Dalle sue leggi.
Dal suo “sentire”.
È tempo che cerco nell’arcano alcune verità.
Alcuni spunti.
Perché temo che sia caduto qualcosa per la strada.
Temo possiamo averlo perduto.
O almeno non troppo considerato.

Gli aborigeni Australiani sono convinti di una cosa assurda.
Che si possa comunicare senza parlarsi e vedersi.
Da lontano.
Sono convinti che gli uomini sono parte di una rete.
Come i telefoni di qualche sera fa.
Sono convinti che anche soli, non possono non interagire e dipendere dall’insieme di tutti.
Credenze arcaiche, molto simili alle più avanzate teorie delle leggi e della matematica del caos però ......
Però ...
Uomini parte di una rete …… uomini che costituiscono una rete.
Affascinante.
Uomini che possono comunicare con il pensiero, ovvero con la vera origine e destinazione del comunicare.

Ne parlavo con una persona l’altro giorno.
Credo mi abbia preso per matto più del solito.
Anche se io devo capire.
Perché un popolo così primitivo sente la necessità della comunicazione?
Non è una caratteristica di noi mutanti questa necessità?
Non siamo noi che abbiamo faticosamente inventato il telefono, scoperto le radiofrequenze, messo in piedi la più grande rete di comunicazione senza limiti con il web?
Non è la nostra tecnologia che ha permesso tutto questo?
Questa arsura di comunicazione non può essere loro.
Che poi dicono sia possibile senza neppure un chippino.
Senza un codice assembler e un adsl veloce.
Senza cavi, né onde elettromagnetiche.

Però sul fatto che abbiamo la necessità di comunicare hanno ragione.
Mi sembra di essermi accorto di una cosa ultimamente.
Che lo status sociale sta passando dall’automobile con il muso lungo (attente donne agli uomini con auto dal muso lungo ….) alla quantità di amicizie collezionate su Facebook.
Sembra che la ricchezza e lo smalto sociale stiano per subire una rapida svolta.
Dal ricco di ricchezze, al ricco di considerazione.
Di credibilità.
Di successo sociale nel senso stretto della socialità.
Decisi in piena libertà.
Perché nei social network puoi dire che manchi tutto ma non libertà.
Puoi dire che la media è bassa e quindi non partecipare.
Ma non puoi dire che tu sei fuori da quella media.
Puoi dire che temi di affrontarla.

Puoi dire di evitarla per evitare confronti.
E quindi eventuali delusioni.
Perché a volte crediamo di essere molto di più di quanto poi in realtà siamo.
Fino al confronto possiamo essere convinti di essere i più belli e i più bravi.
Dopo non lo so.
Io credo sia un passo avanti eccezionale.
Il fatto che il muso lungo di un ammasso di rottami conti meno del rapporto con delle persone.
Persone.
Non cavi, come dice da anni un mio illuminatissimo caro amico.
Persone.
Pensieri, desideri, tendenze, opinioni.
Persone con un nome e un cognome.

Con desiderio e necessità di comunicare.
Di cosa è il comunicare.
Quale il modo per farlo.
Per mettersi in contatto.
Per scambiarsi parole, musica, immagini, appuntamenti, appartenenze.
Per scambiarsi emozioni in piena libertà.
Per cercare faticosamente di capire cosa è questa necessità di stare "cablati".
Non cavi, non chip.
Persone, emozioni e il “sentire” di un “contatto”.

Meglio che mi fermo.
Temo una cosa.
Che il futurismo di un web 10.0 sia tanto vicino alle persone quanto lontano da cavi e chip.
Sempre di più.
Sempre più facilmente.
Con sempre meno tecnologia.
Con sempre meno economia fossile.

Forse è il caso di fare un viaggetto.

Nell'emisfero australe.

Franz.K