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giovedì 14 marzo 2013

Francesco, il Primo.

























http://www.youtube.com/watch?v=ZN2aKIawmzs



Spero che tu possa.
Che tu abbia l’oro,
E la croce che avevi ne aveva  davvero,
Perché non brillava di quello a 24 carati.
Spero che tu ne abbia la forza,
La serenità,
La giusta luce,
Per segnare una strada,
Che serve.
Per disegnarla,
E costruirla,
Sulle tracce del Primo,
Di colui che porti il nome,
Di quel semplice uomo,
Più umano di un umano,
Passato per folle,
E visionario.
Lui che era un “ricco”
Che poteva avere tutto,
Tutto quello che è contemplato,
Nel successo secolarizzato,
Che quasi sempre,
Non lascia mai tracce ……
Ma disastri.
Io te lo auguro,
Perché ne ha necessità,
Tutto quello che è contenuto,
Nella troposfera.
Spero che tu sia umano,
Non divino,
Umano più di umano,
Perché è degli umani,
Che ti devi occupare.
Delle loro preoccupazioni,
Del loro pianto,
Delle loro disperazioni,
Delle loro false aspirazioni,
Illusioni, sogni , speranze.
Anche tu,
Devi occuparti di loro,
Come umano fra gli umani,
Nel nome che hai scelto,
Nello stile che traspare,
Ma deve apparire.
E nessuno può invidiarti,
Perché molti non sanno,
Ma pochi si,
Di quel compito,
Arduo,
Che ti aspetta.
Io te lo auguro,
Io, umano
Telo auguro con tutto il cuore,
Non per me,
Ma per quelli che hanno necessità.
Per la loro solitudine,
Per il loro nebbioso futuro,
Per i piccoli,
I poveri,
I ricchi che non sanno di essere poveri,
I poveri che non sanno delle loro ricchezze.
Per uno spirito di semplicità,
Che non è miseria,
O rigore,
Ma il suo contrario.
Un sorriso,
Non solo per un conforto,
Ma per un energia,
Della quale,
Tutti,
Hanno necessità.
Un sorriso luminoso,
Nel tempo di uno strano buio,
Che confonde,
Inquieta,
Destruttura.
Io te lo auguro,
E spero tu possa essere,
Vero oro,
Senza oro prezioso,
Sulla strada di Francesco, il Primo.
Te lo auguro,
Francesco I.

  
FranzK.

sabato 27 ottobre 2012

Un Bambino Curioso.






















per ascoltarlo clicca qui:

Audio recording >>



http://www.youtube.com/watch?v=ultUCC1-7Y0&feature=fvwrel


“Non smettiamo mai.
Di osservare, come bambini incuriositi
Il mistero che ci circonda.
Chi non prova stupore
Chi non prova sorpresa
È morto.
I suoi occhi sono spenti”. ( Albert Einstein).

Caro Albert.
Netwon è morto con delle certezze.
Morendo davvero.
Tu con tanti dubbi.
E con gli “occhi” aperti.
Accesi di dubbi.
Non morti di certezze.
E vivi ancora.
E come chi ha fatto di un Cristo uno stato.
Altri hanno fatto della tua conoscenza
Una arrogante certezza razionale.
Un altro altare, un altro stato.
Dimenticando
Che era solo la certezza del dubbio.
Che ha acceso i tuoi “occhi”.
Che mille sono le verità
Che solo fuori da uno schema
Consueto
Solo nello stupore
E nell’umiltà dell’osservazione
Si può incontrare
Parte del tutto.
E mai il tutto.
Perché abbiamo 5 sensi sviluppati
E infiniti che non conosciamo.
5 periferiche digitali
E mille e mille percezioni certe.
Senza ancora il coraggio.
Per crederci.
Per  accettarne la natura.
Perché non basta vedere o toccare.
Per credere.
Forse è necessario sentire.
Prima che capire.
Con gli “occhi” di un bambino
Non di un professore
Occhi arrossati di lacrime.
Di asili senza ospitalità
Liberati dal pianto
Del buio del raziocinio
Da un semplice gesto.
Stupefacente.
Atteso ma non sperato.
Ma finalmente compiuto.

Di vero amore.

FranzK.

giovedì 19 gennaio 2012

L'Umiltà.





Ho avuto due maestri.
Di uno, donna, ho già raccontato.
L’altro era un uomo.
Uomo, non scimmia come i tanti altri che credo di non aver avuto solo io.
Tanto uomo da assicurare a tutti i suoi alunni una certezza.
Che non ci sarebbero stati bocciati.
Scatenando tifo da stadio.
Quando ci spiegò il perché cadde il silenzio.
Per la prima volta, in quella classe “pericolosa”.
Famosa per mandare professori in casa di cura.
Psichiatrica.
E quella classe cambiò, per sempre.
Divenne silenziosa e attenta.
Ecco il perché che cambiò le nostre vite:
“sono il professore più pagato di questo istituto e il motivo è perché sono il più bravo”.
“sono così bravo che basterà una sola lezione perché ognuno di voi impari a conoscere “.
“anche solo una presenza, per poter essere preparati per l’esame dell’anno successivo”.
“ecco perché non ci saranno bocciature, ecco perché sono il più pagato”.
“una sola lezione, vi basterà ad affrontare la prova, come sicuramente preparati”.

E fu così.
Non è una favola, è la verità.
L’anno successivo, l’anno della “maturità”, portammo tutti la sua materia.
Anche quelli che avevo seguito una sola lezione.
Tutti promossi a pieni voti.
A voti più tondi e ricchi di chi aveva obbligato altri a tormenti e immani sacrifici.
Lo portiamo tutti nel cuore.
Nel suo trapasso, era già molto vecchio allora.
Di anni si intende, mai conosciuto un vero giovane come lui.
E non lo portiamo solo nel cuore.
Ma nella nostra vita.
Nel nostro essere al suo posto adesso.
Nella speranza, ognuno nel suo, di esserne degni.
Di aver imparato così tanto, in così poco.
Degni di una verità che sconfina oltre  professioni e professori.
Nozioni e memoria.
Nell’aver compreso come si fa a comprendere.
Qualsiasi cosa ti si proponga davanti.
Qualsiasi incomprensione, prima di qualsiasi formula.

E un giorno ci interrogò riguardo una semplice domanda.
Riguardava l’”umiltà”.
Cos’è l’umiltà?
Me lo ricordo come fosse adesso.
Il suo sorriso tranquillo mentre ognuno di noi sparava la sua.
Tutte diverse tutte uguali, le nostre risposte.
Secondo lo stereotipo acquisito, trasversale a dottrine, educazioni, stati economici.
Dai figli dei borghesi piccoli o grandi, a quelli della plebe.
Il suo sorriso tranquillo e sapiente.
Di uno che non avrebbe mai abbandonato la nave, non l’avrebbe mai portato contro uno scoglio.
Aspettò con pazienza tutte le nostre risposte.
Tutte differenti, tutte uguali.
Tutti i nostri esempi, le nostre tesi.
Aspettò prestando attenzione, ascoltandoci davvero.

Alla fine, con calma, parlò lui.
Spiegandoci davvero cosa mai fosse l’umiltà.
E ci cambiò per sempre.
Tutti credo.
Per sempre credo.
Ebbene, ci spiegò l’umiltà anche con un esempio.
Semplice.
Che se sai guidare una nave devi “pretendere” di farlo.
Non proporti ma affermarti.
E se cade un bimbo nel fiume e tu sei campione di nuoto.
Devi “pretendere” di essere tu a provare a salvarlo.
Oltre a “pretendere”, importi sulla sola temerarietà degli altri, o solo umano desiderio di utilità.
Impedendo a loro di provarci.
Pretendere di impedire loro, anche solo per “umanità”, di divenire vittime, tentati eroi.
A costo di legarli a un palo.
Così ci insegnò l’umiltà.
Quella vera credo, quella giusta.
Quella della “pretesa” di un passo avanti se sei certo di te, se conosci davvero.
Senza alcuna necessità di celebrazione, riconoscimento, ma solo un sincero e cosciente atto di responsabilità.
Molto, molto di più di un timido passo indietro.

O di uno avanti, quando non sai.
  
FranzK.

P.S.
Ai morti contro uno scoglio, e non solo.