mercoledì 6 marzo 2019

Il Tempo Del Silenzio





C’è un tempo
C’è né uno
Non tanti
Non musicale
Non un 3/4 , non un  6/8 , non un mazurca o un tango
C’è un tempo per agire
Per fare
Per parlare anche troppo
Per dilaniarsi e combattere
Per ragionare e produrre
C’è un tempo per essere cosciente
Lucido
Più di un wafer di silicio
Pronto alla fotoincisione
Pronto agli acidi corrosivi
Pronto ai transistori e anche molto di più
C’è un tempo dove pazientare come un gatto
Che caccia un topo
C’è un tempo dove scattare come un felino
Per catturare la preda
La vita
La sopravvivenza
La tua e forse anche la sua
È un segreto
Come quel tempo che lo identifica
Che lo scandisce
Che ne conta i millisecondi
Non di una semina
Per un auspicato e insicuro raccolto
Ma peggio
Perché non dipende dal meteo
Di un solo necessario agire.

C’è un altro tempo
Che non so se viene prima o dopo
Ma arriva
Prima o poi
Che invoca alla tua saggezza
Per essere accettato
Vissuto
“Subìto”
Perché siamo tanto stupidi
A volte
Che “subire”, accettare e vivere sembra debolezza
Non virtù di certo
E non si sopporta facilmente e felicemente
Questo tempo nuovo
Che viene prima o dopo
Ma che arriva
Dove pare che sia necessario
Chinare il capo
Farsi piccoli
Scomparire
Stracciare le catene neuronali
Che uniscono e ti sferzano
E ti invocano e chiamano
Come il misterioso canto delle sirene per Ulisse

“Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutti sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice”.

Legati a questo tempo allora
Non all'albero maestro della nave
Né alla tua presunta forza
Dell’altro tempo
Quello dell’agire

Perché non so quando arriva
Se prima o dopo il tuo ardire
Ma arriva
E non servirà più il tuo ardire

Ma la tua misericordia

Perché arriva

Il tempo del silenzio

FranzK.


lunedì 3 dicembre 2018

Il "Non Senso" Comune















https://www.youtube.com/watch?v=GXFSK0ogeg4



Ne hanno parlato e scritto in molti, da Manzoni, a Reid, a Hulme e, ancor prima di loro, Aristotele, Cicerone, Cartesio San Tommaso D'Acquino, Descartes, Giambattista Vico, Carlo Giusti e molti, molti altri filosofi, scienziati, antropologi, pensatori.

Tutti d’accordo (che comprende il disaccordo) che il “buon senso” e il “senso comune” (il "common sense" anglosassone) fossero comunque fiumi divisi e difficilmente condivisibili. Forse tutti abbastanza d’accordo che il “buonsenso” fosse virtù, o difetto, di una minoranza, assumendo invece come “senso comune” la percezione della realtà dei più. A prescindere da quale fosse, tra i due, il meglio da riconoscere e da seguire.

Inutile riportare i famosi aforismi di competenza che sono ben noti, anche se mai compresi, forse, fino in fondo. Né in un caso che nell'altro. E non sono certo io, in questo caso, a volermi addentrare in arcaiche introspettiche rivisitazioni a riguardo.

Penso sia invece interessante proiettare l’argomento nella nostra vita, nella nostra quotidiana “modernità”, per scoprire di quanto si sia spostata la prospettiva a riguardo.

Di quanto sia, ancor più che cambiata, direi lesa, snaturata, verso altri contenuti che non trovo possano rientrare nel pensiero degli antichi luminari. Di quanto, da una teorica contrapposizione di due membri più o meno ben distinti, una sorta di “matematica” binaria per interpretare e programmare il comune vivere, il “sistema” si sia trasformato quasi in una fase entropica di equilibrio monodirezionale a scambio energetico nullo. E, ancor più che “comune” direi virale. Meglio,……. globale.

Ho la decisa sensazione che il teorico “buon sentire” dei pochi quanto il secolarizzato “senso” dei più, si siano congiunti, se non fusi completamente nel “non senso” di tutti.

Ed è in questo “non senso”, spero di sola personale percezione, che purtroppo si sta realizzando, continuando per altro ad inflazionarsi senza fine, una sorta di totale infelicità diffusa, tremendamente mascherata e ben truccata dai “beni” che ci ha offerto l’evoluzione ed il progresso. Intesi non solo nella direzione più osannata del momento, ovvero quello “tecnologica”, ma anche e soprattutto, e viceversa, dall'involuzione non tanto di “ideali”, (forse a riguardo è meglio così) ma di “valori”.

E se la mia analisi mi porterà ad essere riconosciuto come vecchio “moralista” non ha importanza, perché è proprio l’uso delle etichette, e del contrasto per abitudine, una di queste tristissime, involute acquisizioni, in sostituzione, ad esempio, del “valore” di una leadership reale e naturale in quanto riconosciuta e mai imposta.

In questo modo, qualsiasi “senso” o meglio "buon senso", inteso come percezione della realtà, diviene sempre e comunque il “non senso” di una discussione, non tanto perché essa sia necessaria, ma perché pare sia essa stessa il fine. Questo non scalfisce il naturale dibattito, anche critico, di una vita comune, ma diviene “non senso” se il senso del vivere finisce per divenire solo questo.

Credo che possiamo ritrovare infiniti esempi all'interno della nostra (non confinata oltretutto) società. 
Che si vanta dell’evoluzione tecnologica della comunicazione istantanea e invasiva, come una conquista di “felicità” e “senso comune” per poi ritrovarsi negli stati più profondi di distanze e solitudine. 
Infelicità in una semplice parola.

Che può drogarsi legalmente “per uso proprio” senza aver in alcun modo la possibilità di curarsi dopo e soprattutto prima, dal momento che solo una carenza di felicità può portare a tanto. E non è neppure in grado di prevenirne l'importazione e la distribuzione soprattutto di tipo culturale oltre che meramente materiale.

Che vive nella frenetica fino all'isterica necessità dell’”apparire” per “essere”,  per “percepirsi”, solo unicamente a favore di un “non valore” come il denaro o della fama se non del semplice "vuoto interiore". Un tema che cercherò di approfondire se mi riuscirà, più avanti nel tempo. Al momento mi fermo a constatare l’ascolto “intubato” di qualche stimato vecchio amico che descrive come in futuro, non saranno più i cellulari il "business", ma infinite microscopiche telecamere (il business sta nella parola “infinite”), che potranno alleviarci da non si sa quali pene. Non riesco più, da vecchio “moralista” ancora ben saldo su certi “valori” a stimare “pecorai” di greggi raglianti e oltremodo inermi.

Che permette di dimenticarsi quotidianamente delle tremende fatiche dei “padri” per costruire quel poco o tanto ereditato. Poco o tanto che, al momento, per non essere fuori dal “coro” deve obbligatoriamente essere condiviso con l’umanità intera senza che quest’ultima possa neppure comprendere il “rispetto” dovuto a quei sudori e a quelle fatiche. Senza neppure porsi il problema dei “figli” di quelle fatiche che non riescono quasi a sopravvivere. 

Che non si scandalizza più di nulla e più a nulla reagisce, ma si distingue come una società che è campionessa intergalattica per creare scandali a vantaggio o svantaggio di qualcuno. Che ha strumenti per poterlo fare, senza che neppure il “senso comune” possa recalcitrare, tanto è avvolto e coinvolto "felicemente infelice" nel suo "sistema".

Che pensa che, oltre a poter comunicare in modo bulimico possa anche essere informata in modo corretto, senza mai accorgersi, o, peggio, senza neppure averne consapevolezza, che tale “informazione” risulta, al minimo, “stomachevole” e disonesta. 

Che non legge libri ma giornali perché i libri, quelli veri e importanti, non si stampano neppure più. E, a fronte di tutto questo, si sente comunque “tuttologa” tanto, mi ripeto, da essersi trasformata da una società di “intenti” e di "azioni" in una di “discussioni” e di "talk-show".

Che spera ancora nel rifiorire di qualche boom economico, che inneggia alla ripresa dei consumi, senza comprenderne l’inutilità se essa è quantomeno rivolta a consumare sempre le stesse cose. Senza capire che, anche solo per “produrle” (non parliamo di immaginarle, pensarle, idearle...) è necessario faticare e non ho mai conosciuto un “disoccupato” che una volta “occupato” non abbia cominciato a lamentarsi appena dopo qualche mese di attività.

Che vuole indebitarsi senza mai prima comprendere, non tanto da dove proviene il debito monetario, (molti economisti lo sanno spiegare bene) ma da dove provengono gli sprechi dei non troppo antichi connubi: io ti do un voto – tu mi dai un lavoro= ci siamo garantiti il futuro tutti e due.( si chiama Mafia o Corruzione, vedete voi - è il seme più piccolo apparentemente, solo apparentemente..)

Che impegna, su imposizione altrui, il lavoro di quasi un anno dell’intero “governo” e relativi costi, per legiferare matrimoni LGBT per realizzarne 212… (e non ho nulla contro tranne chi ha qualcosa contro di me che sono etero - comunque sono circa, a tutt'oggi circa 700.000 euro/matrimonio di soli costi governativi), ma non trova il tempo e le risorse per dare sollievo a chi soffre davvero, ad esempio il sostegno alle famiglie con figli portatori di handicap e peggio ancora a quelli affetti da malattie psichiatriche (altro che società evoluta). 

Che vive infelice, ma vuole apparire felice a tutti i costi, insistendo su strumenti vuoti di “valori” quanto ricchi di insulse promesse e aspettative.

Che non costruisce, non si ingegna, non impara, non insegna, non rischia, non si slancia, che aspetta comandi perché non sa darsene uno, che aspetta e basta. Non innova, non pensa, non si parla, non si pone né si predispone. Che si inchina e si convince e si affida ai falsi informatori, ai sognatori ubriachi non distinguendoli da quelli sobri. Che, in una parola, si intrappola senza mai comprendere quanto spazio libero c’è ancora. E quanto questo spazio di libertà necessita della sua presenza e della sua azione, del suo lavoro.

Che si illude e insegue le “mode” senza avere la minima idea di come si fa ad imporne una. Che pensa che il sole e il vento ci daranno tutta l’energia per sempre e non comprende che è solo una possibilità, non una realtà. E si converte al dio SOLE e al dio VENTO, si dipinge di verde senza conoscerne le conseguenze reali. Senza mai provare a dedicarsi alle soluzioni piuttosto che inebriarsi di stolte provocazioni. Pensando che "tutto è possibile", senza capire che le soluzioni esistono ma per divenire vere, reali, necessitano di quei “valori” dimenticati, o irrimediabilmente perduti.

Che vive senza pudore e non se fa pena. E dal momento che non se ne fa pena è riuscita a farsi addirittura governare da chi, di pudore, non possedendone neppure il sentore e senza neppure essere stato prescelto dalla democrazia vigente, è diventato “capo” delle più dilanianti bugie. E persiste, pur in una leggera ombra, ancora adesso, sempre pronto a tornare in "voga" senza vergogna.

Forse, molti dei miei semplicistici esempi, sono solo "sentori", o, dal momento che è stata abolita la realtà, solo personali percezioni, ma non vedo valori e quei pochi, pochissimi che incontro, sono al lumicino, già contaminati dal “virus”, pronti a giustificare ogni, se pur piccola, appartenenza al “vuoto”.

Chissà ….. forse quei pochissimi che mi leggeranno penseranno che sono pessimista, un'altra etichetta forse …….o forse, tra le righe del mio pessimo scrivere, scorgeranno strade differenti, che inneggiano ai “valori”. 
Quali? 
Il Rispetto, l’Onestà, la Libertà, la Conoscenza, l'Umiltà, il Pudore almeno intellettuale, la Giustizia, e poi …. 
Poi c’è nè uno che è la conseguenza degli altri ….. il più importante di tutti forse …..
Quella Felicità che non esclude problemi ma che ti fa venire una voglia matta di vivere per risolverli o comunque vivere per qualcosa di vero, tutti i giorni.


FranzK.

martedì 29 maggio 2018

Il Valico e il Colle












https://www.youtube.com/watch?v=CmK-uaYFBJc



Quante volte lo stavo a sentire incantato, durante la mia adolescenza e non solo, il mio vecchio padre.
In quel poco, pochissimo tempo che il duro lavoro gli concedeva come pausa “famigliare”, prima di un necessario e precoce riposo.

Quel riposo che contava i minuti poco prima o poco dopo, al massimo le 21e 30, imposto dai tempi di una sveglia molto più precoce, ben prima che sorgesse l’alba, verso le 4e30.

Senza mai sosta e senza mai un premio, che si discostasse di poco dalla sopravvivenza offerta a noi, e alla sua famiglia. Senza mai sosta per 52 lunghi anni……

L’unico premio in palio era qualche opportunità in più per noi, null’altro, o forse anche altro …..l’onestà….., la dignità….e sempre un sorriso, mai un peso né per noi né per nessuno…….. se ne è andato senza debiti né crediti al netto di un funerale, ma ha lasciato un segno , una traccia indelebile e non solo in noi ma in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di incontrarlo..

Che fatica, che gioia e che “struggle” direbbero gli anglosassoni, parlare di lui, ricordarlo….

Sono stato un figlio molto fortunato, non capita così spesso.

Povero e fortunato, qualcosa di difficile da comprendere ad oggi e forse non solo ad oggi.

E chissà quanti come lui, tra nonni e trisavoli, hanno costruito e costruito senza mai un lamento senza mai un rammarico o una rabbia.

Tutto o molto di quanto ci circonda è figlio delle loro davvero “Sante” fatiche, entusiasmi, valori.

Credo ce lo siamo dimenticato un po’ troppo, abbiamo troppo poco rispetto per le “formichine operaie” che hanno costruito il nostro presente. Tutte insieme, chi con le mani chi con la mente: altro non avevamo se non sassi dei fiumi e rocce delle montagne, un po’ di legno, qualche rigogliosa palude, qualche bestia più affamata di loro e davvero poco, pochissimo d’altro.

Ma ho perso la via e cerco di ritrovarla.

Lo ascoltavo moltissimo quando mi raccontava della “guerra”, già la guerra alla quale era stato controvoglia destinato: dalla sua “palude padana” che si ostinava a lavorare per sfruttarne la rigogliosità ad un'altra palude, lontana, molto lontana e molto più “malsana” della sua: l’Albania.

Prima linea, punto.

Lui che non aveva neppure visto il mare, attraversò, prima di conoscerlo, l’intera penisola in treno e non si era mai spostato più di quanto una malandata bicicletta potesse concedergli.
Credo fosse all'incirca il 1943 forse 44, mio padre aveva 30 anni e senza di lui quella piccola azienda (famiglia) agricola avrebbe avuto davvero grandi difficoltà.

Ma era necessario, per la “madre patria” andare a conquistare altri popoli, chissà mai perché, ma era necessario.

Dagli innesti di rose come passatempo festivo si ritrovò a montare e regolare le ottiche di cannoni come impiego “full time”.

Lui che faceva fatica a sacrificare un coniglio per il pranzo della Domenica.

Comprese presto, nella sua innocente intelligenza, che la patria non è mai madre ma “matrigna” ed ebbe modo di scriverlo ad un cugino invidioso della sua posizione avanguardista da “prima linea”. E lo scrisse con un “patriottismo” profondamente radicato.

Ne avrei molte da tramandare, troppe forse, ma una di queste “storie” non la dimenticherò mai, forse supererà anche la decadenza della memoria nel tempo della mia senilità.


Beh, lo sapete.
In Albania non si combattevano gli Albanesi ma gli Inglesi, lo scontro era tra l’esercito Italiano e quello Inglese.
Era uno dei tanti “fronti” e non credo ci fosse qualcuno dalle parte “giusta” della Storia, “noi” sicuramente no, almeno.

( E’ mio convincimento che sia necessario stare dalla parte “Giusta della Storia” , in ogni caso o quantomeno se vuoi “vincere” in modo che la “Storia” mai abbia a contestarlo).

Loro, gli Inglesi non lo so uguale, lo dirà la Storia più in là, al momento pare fossero quantomeno in una posizione meno sbagliata della nostra, tanto è, che poi ebbero la meglio.

Non importa il “come”, come ben insegna il Macchiavelli.

Non importa che le popolazioni locali, del tutto estranee a quegli avvenimenti e dedite assai più dei “nostri” alla sopravvivenza frutto in gran parte dell’attività di poveri pastori o poco più, fossero ubriacate e mandate contro le nostre linee schierate con le mitragliatrici ad altezza “fianchi”, Machiavelli avrebbe senz'altro approvato.
E fino a qui si sa: la guerra è guerra, non l’ha concepita De Coubertin di sicuro.

E’ di un altro “mezzo” che non posso dimenticare il racconto:
Il servizio di “intellingence” dell’esercito Italiano, aveva scoperto che il nucleo più importante dell’esercito Inglese sarebbe passato lungo uno stretto valico ai lati del quale sorgevano due colli, due tratti altimetricamente elevati rispetto al passaggio stesso, alla gola.
Il risultato era ancora in parità, la partita era aperta e quella “scoperta” si prefigurava come una “manita” calcistica.
L’esercito Italiano appostato sulle due prominenze avrebbe “insaccato” quello Inglese dall’alto con una facilità disarmante, in tutti i sensi. E avrebbe “vinto”.
Tremila di qua e tremila di là, uomini, fucili, cannoni e mitragliatrici su quel colle. Non sono Inglese (forse neanche Italiano) ma mi vengono i brividi.

Non sarei qui a scriverlo, a raccontarlo, se a mio padre, chissà per quale strano caso, furono impartiti altri ordini con incarichi differenti. Uno dei pochi, pochissimi che la notte non si assopirono su quel doppio colle in attesa dell’alba e dei primi rumori di preludio dell’arrivo dell’esercito “nemico”.
Lui dormì in un altro posto quella notte, e io sono qui.

Dormì poco, pochissimo ma non era là insieme agli altri su quel doppio colle quella notte.
Dormì pochissimo perché molto prima dell’alba fu risvegliato dal crepitare del piombo.
Non durò neppur un granchè tutto quel frastuono.
Il superiore gli impartì un nuovo ordine, a lui e ai pochi rimasti.
E non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre nel raccontare, non posso dimenticare quegli occhi grigio chiari che ancora, dopo molti anni e molte ripetizioni di quel racconto, si inumidivamo. Ancora e ancora.

Giunsero al doppio colle alle primi luci della loro alba più triste credo, un alba che tentava di farsi largo in una nebbia di polvere da sparo: dalla sua parte il prato verde era rosso di sangue e contava 3000 “compatrioti” trafitti alle spalle, uno ad uno, con ancora in giro qualche poverissimo “sciacallo” Albanese che cercava sui loro corpi qualche croce o qualche anello d’oro.
Gli altri 3000 erano dall'altra parte, sull'altro versante del colle, morti uguale.

E’ questo “come” che non si capisce, non lo comprendono, nessuno può immaginare cosa possa essere successo, doveva essere un successo scontato, era finito in una carneficina di pallottole nella schiena.
Qualcuno potrebbe pensare che l’esercito Inglese avesse un “intelligence” tanto più brava da aver prevenuto l’imprevedibile.

E invece no.

La verità era da un'altra parte.

Purtroppo....
Il Generale comandante in capo delle forze militari Italiane in Albania aveva venduto per denaro l’informazione.

Aveva Tradito.

Almeno il popolo del suo esercito.
Al minimo quei 6000 uomini colpiti alle spalle.

Mio padre lo incontrò e gli parlò, sulla nave che, non si sa come, riuscì a riportare quei pochi in Italia, nel loro paese.
Il Generale parlava e parlava mentre attraversavano il mare.
Ma mai alzò lo sguardo per incontrare quello di mio padre.
E il Generale tornò e, se già non era ricco di suo, di certo morì ricco e lasciò ricchezze.

Ma chissà se mai riuscì nella sua vita a guardare ancora qualcuno negli occhi.
Chissà cosa ha lasciato alle sue generazioni.

Mio padre ne era al corrente.

Che mentre lui andava a dormire al massimo alle 21e 30 per potersi svegliare alle 4 e 30 per la nostra sopravvivenza e le nostre auspicate opportunità, in qualche luogo indefinito del suo “paese” c’era un vecchio Generale che proliferava nelle ricchezze acquisite quella notte.

Lo sapeva.
E non ha mai perso il sorriso con noi, mai l’ha perduto con la sua vita.
Ed è morto anche lui, dopo molto tempo ma credo un po’ anche quella notte.
E’ morto povero, da “formichina operaia”.
Ma onesto.
Senza tradimenti.
E ha lasciato valori, rispetto, dignità oltre al frutto del suo immenso lavoro.
E non solo a noi.
Sono valori che vivono ancora nell’aria di adesso.
Valori per tutti.

Chissà che non faccia una differenza.
La sola che qualunque forma di denaro o potere non potrà mai misurare.
Ma soprattutto comprare.


FranzK.

sabato 12 maggio 2018

Brigitte






Ti ricordi Alice?
L’avevi trovata a terra, per terra, sulla terra, decisamente “a terra” …...
Non era il suo mondo, non la sua condizione, sicuramente l’avevi trovata nella terna cartesiana opposta a quella relativa alla sua natura.
Per terra, “a terra” che più di così non si può. .
Il suo mondo era l’aria, il cielo come diremmo noi “terrestri”.
Noi che usiamo “il cielo” per indicare ancora adesso, nonostante l’aeronautica, un sogno, un Dio.
Beh, non c’èra allora, e non c’è dubbio neppure ora, che il suo mondo fosse il cielo.
Senza Dei, senza tutta la nostra “poesia”.
Era semplicemente il suo “mondo”, la sua triade cartesiana.
Dieri anche di più, nel tuo sentire di allora.
Il suo spazio temporale curvo.
La sua natura.
Il suo possibile ed unico “esistere”, “essere”.
Tu lo avevi compreso.
E comprendere è molto più in là di “conoscere” o “sapere”.
Io ero pessimista, avevo tanta paura, non volevo che potessi averne una delusione.
Una rondine, un piccolo di rondine caduto dal suo nido, la sua casa….
Come avrebbe mai potuto…?
Sopravvivere….
Vivere….
Mio padre mi aveva insegnato molte cose sulla natura.
Ed era saggio.
Uno dei rari saggi rimasti.
Ed io temevo l’illusione, la delusione per una vita che, secondo il grande saggio, non aveva alcuna speranza.
Non volevo che tu potessi vivere un “sogno” che sarebbe divenuto delusione se non incubo.

Brigitte.
Punto.

Hai deciso di darle un nome e con esso, una speranza, una illusione…...
Avevo paura.
Troppa che potessi soffrire, ma ho accettato.
Brigitte.
La tua decisione, la tua scelta.
Io ho accettato.
La tua decisione.
Chissà che i “piccoli” conoscano più dei “saggi”…..
Chissà….
L’hai nutrita, l’hai curata e credo gli hai dato tu la vita che non aveva più…., almeno secondo la “storia” e le sue “logiche” possibilità, almeno secondo la legge dei “saggi”….
Io ti ho solo seguita, accondiscesa, aiutata.
Tu l’hai salvata.
L’hai salvata con tutto il tuo coraggio e la tua determinazione.
Non sono stati i “vermi” comprati al negozio di pesca, e neppure la dieta consigliata dalla Lipu.
L’hai salvata tu.
Con tutto quell'immenso amore….
Ti ricordi quando, tornato dal lavoro, ci mettevamo sul divano e Brigitte ci faceva festa, volando in tondo nello spazio cartesiano, ma curvo, della nostra piccola sala?
E poi si posava sulle nostre spalle a guardare la TV…?
Non sono mai riuscito a crederci, nemmeno  adesso ci riesco troppo, mi sembra davvero una favola.
Che tutto questo possa essere successo davvero.
Brigitte, la piccola rondine caduta dal suo nido che svolazzava libera nel “ristretto” della nostra umile abitazione e condivideva le nostre abitudini.
Eppure è vero, è successo.
Ha imparato a volare in una ristretta umile sala.
Ed è solo merito tuo.
Con tutto quel tuo immenso amore……
So che hai pianto il giorno che ho alzato le zanzariere.
Ho pianto anche io, seppur di nascosto.
Era arrivato il suo tempo.
Il tempo della libertà, ma forse, e ancor di più, della sua natura.
Era ormai tre sere che la sua “razza” veniva a chiamarla, a sollecitarne il “vieni con noi”.
Giravano in tondo quasi fino a sfiorarla, e garrivano e chiamavano.
Lei ci ha messo tre sere per comprendere.
Alla quarta è volata via.
Con le sue compagne e i suoi compagni.
Nel cielo.
Senza il nostro Dio, solo con il suo, che forse è poi lo stesso…
Aveva imparato a volare in ristretto umile spazio.
Era stato il suo destino, ma adesso poteva volare nell'immenso del cielo, era a casa adesso, l'aveva ritrovata.
E l’hai salvata tu.
Con tutto quel tuo immenso amore.
E basta.
E prego e spero.
Che molto presto o molto tardi.
Nel suo giusto tempo.
Qualcuno possa alzare altre zanzariere, per lasciare ad un'altra “Brigitte” la sua opportunità, il suo Dio, la sua vita.
Sapendola pronta di poter volare.
Attraverso quello spazio curvo, pieno di pericoli.
Ma pieno anche di libertà.
Quella libertà che dobbiamo assicurare a noi stessi.
Imparando a volare,
Prima di “prendere il volo” con tutti i suoi rischi.

Carissima, infinitamente dolce, infinitamente figlia,  immensamente piena d'amore, “Brigitte”

FranzK.

A mia figlia Alice e basta.

mercoledì 8 febbraio 2017

Ambra Perduta






http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2017/02/08/foto/estrazione_illegale_ambra_ucraina-3412938/1/#media





Stasera mi ritrovo a scrivere ancora, dopo moltissimo tempo.
Così un pò al volo.....
E di nuovo vedo solo risorse perdute, si vede che il mio compito è relegato a messaggero di tristezza.
Qui non c’entra la guerra, qui i punti cardinali sono tutti uguali.

Ambra.

Potrebbe essere carbone se non lo avessero esaurito da tempo nell'ovest di questo triste paese.
Potrebbe ...., se non lo avessero finito.....
Proprio dalla parte che si ritiene "ricca" ed "Europea".....Aihmè....

Potrebbe essere lavoro.

Ma no che dico.
Il lavoro dipende dalle risorse, quanto dipendono da loro speculazione, povertà o ricchezze.
Dipende se arrivi primo o ultimo.
Solo e soltanto da questo.
Il solito “colpo di fortuna” che non posso dire sia solo “patriottico”…..almeno di questi tempi.

Si spara.

Si spara comunque, filo americani o filo russi, si spara e basta....

Per un pò d'Ambra....un pò tanta....

Noi non spariamo più.
Lo abbiamo già fatto.
Abbiamo già diviso la torta a disposizioni e deciso a chi le briciole.

Le nocciole alla Ferrero e il "lavoro" alla Fiat.
(Avevamo ben poco d'altro.....neppure l'Ambra...)

L’errore permane uguale.
Dalla natura puoi aspettarti solo una vendetta.
Neppure decisa da lei ma decisa da quante provocazioni le hai mai potuto fare.

Provocazioni.

Sembra una moda all'ultimo “grido”, come la minigonna degli anni '70.......
Purtroppo il termine è corretto.

"Grido" intendo.

A sfogliare le pagine di questo articolo vengono i brividi.
E’ una piccola cosa a rappresentarne molte altre grandi.
Vado oltre alle foto….
E’ ancora peggio.
E la guerra non c’entra.
Quella che imperversa ad est intendo.
Di questo tristissimo paese, in ogni senso, che si illude che quelli ad "ovest" siano "diversi"...
.
Ad est la guerra non ha comunque altro motivo.
Risorse anche lì, altro che politica di “bianco”  ( o "arancione" o "rosso")vestita.
Lì è il carbone a farla da padrone.

Carbone e basta.

Là il carbone mancante.
Qui l’Ambra speculativa.

E la guerra appartiene ai poveri.
Ci è appartenuta per lungo tempo….e forse sta tornando....

Alla faccia del "prezzo del petrolio"......

Con uguali morti e uguali vivi.
Ma forse con valori appena diversi.

Prima che la “finanza” riducesse tutto a semplice business.
Semplicissima speculazione.
Senza mai accorgersi di semplici verità.

Che puoi “fare denaro” dal finito delle risorse.

Ma non potrai mai restituire quello che selvaggiamente hai tolto alla Terra.
Nessun denaro potrà mai restituirlo.
Mai.


E in questo "mai", nessuna pace o presunta prosperità.


MAI.


FranzK

sabato 29 ottobre 2016

Vivere








Жить  -Vivere-

Come è possibile uccidere una vita?
Come è possibile spegnare le luci?
Come è possibile strappare la madre dal suo bambino?
…di 5 anni…

No… no… no….
No, no, no!!

Ad una persona non è dato di sapere
Quanto tempo vivrà
Ma ci è stata data una scelta
Rispetto al modo di vivere il nostro tempo…

Vivere… vivere, vivere, vivere…
Vivere, vivere, vivere!
Vivere, vivere, vivere!!
Vivere, vivere, vivere!!!

Come si può imparare a vivere in pace…
Essere in grado di Amare, Perdonare e dare tutto di noi stessi fino alla fine…
…..e dare tutto di noi stessi fino alla fine!!!

Vivere, vivere, vivere!!!!

Come si può imparare semplicemente a vivere??

Stare insieme alle persone
Sognare insieme
Amare insieme
Apprezzarne ogni momento

Come è possibile perdonare il nemico?
Come è possibile non oltrepassare la linea?
Come trattenere le lacrime dentro al tuo petto?
E vedere un alba davanti a te?

Sperare, credere….

Perché il giorno che è passato non torna
E questo è il senso del futuro

Donare, salvare, perdonare!!!
Perché i nostri figli vivranno ancora qui….

Vivere, vivere, vivere…
Vivere, vivere, vivere
Vivere, vivere, vivere!
Vivere, vivere, vivere!!!!   ….. noi, con voi, vivremo ancora qui…..

Vorticare felice in cielo
E arriverà ancora l’alba
Ed essa si abbraccerà con la terra!
Ed essa si abbraccerà con la terra!!!

Vivere, vivere, vivere!!!!

Come puoi imparare a vivere nel mondo?
Tra le braccia dell’alba nella mattina…
Solo Amare…
Solo Sognare….
E con il cuore scaldarlo..

(RAP)
Mi ricordo a diciotto anni…
La musica, lo sport, l’aspirazione del mio cambiamento….
In questo tempo nessuno credeva nel mio successo
Ma contro ogni previsione, io ce l’ho fatta...

Mi ricordo come tutti mi hanno gridato: “ ma sei fuori??”
E io studiavo, lavoravo ma tutto era insopportabile
Io, l’unico figlio, l’unica possibilità per loro
Il diploma all'università di Mosca
L’unico obiettivo per loro...

Nella mia storia è tutto differente
Sono stato espulso dal corso
E i miei non l’hanno accettato
Poi una persona mi ha detto: “la persona più ricca del paese era un orfano”….

Ho sentito la diagnosi, sono stato in ospedale
Ho guardato negli occhi gli ammalati
Li ho guardati in faccia
Nessuno sconforto, nessuno scoramento
Solo il desiderio di vivere
“….mi bastano solo un paio d’anni…..”
“….me ne bastano una trentina…..”
Solo? Minimo trenta??
NO!

Minimo cento!!
Nessun se, nessun ma!

Lo sconforto ti tiene sul fondo come un àncora
Invece adesso è il tempo di cambiare tutto
Questa è la decisione, è già deciso.

Io ce l’ho fatta e tu pensi di essere peggio??
Puoi vivere anche così ma non sei peggio
Afferra tutte le possibilità con le tue mani
Cambia la tua vita insieme a noi

 Vivere, vivere, vivere!!!!

Come si fa a imparare semplicemente a vivere?
Non Combattere, non Uccidere…
Diventare semplicemente una Persona…..!
Diventare semplicemente una Persona…..!!!

Vivere
Semplicemente.

Cambia la tua vita insieme a noi.



Liberamente tradotto con l'aiuto di Evgeniya.

P.S." ...credevano ad un altro diverso da me e non mi hanno fatto del male...".ricordate?
La Pace non ha confini come la guerra, non importa dove i progetti prendono forma per lei ma, in questo caso, conta molto.....


FranzK

sabato 8 ottobre 2016

Dialoghi alla finestra










"Ho appena visto,
dalla finestra mentre fumavo,
la scena di un uomo 
che parcheggiava un grosso mezzo
e sua figlia di circa cinque sei anni
che lo aiutava a prendere le misure
per non imbeccare in una grossa quercia.

Ella si sbracciava, diceva:
"ecco ora il parcheggio è perfetto!"
mentre lui dalla cabina
le parlava in modo accondiscendente:
"si, si, fammi arrivare fino alla radice".

Boh.... mi sei mancato".



"Anche tu manchi a me.

Un giorno mi hai regalato un pendente,
un timone d'oro.
Avrei voluto usarlo o meglio esserlo.

L'ho portato sempre dentro me,
senza mai indossarlo.
E non sai quanto mi ha aiutato,

a non imbeccare troppe querce."


FranzK.













lunedì 1 febbraio 2016

Il Vendicatore solitario dei Navigli






Sembra strano stasera.
Siamo qui a pensare di poter dimenticare, nonostante i bicchieri siano ancora sulla tavola, nonostante il mio desiderato stato di sobrietà mi porti a negare l’assaggio degli ultimi pregiati distillati.
E con essi ed il loro consumo, qualsiasi possibilità di omissione, sepoltura, oblio.
Del conscio e dell’inconscio.
Non posso dimenticare, non appartiene sfortunatamente alla mia, considerata dai più, bizzarra natura.
(Personalmente la sento solo una natura del tutto normale, per quanto valgano le autodiagnosi.)
Avrei voluto comunque poterlo fare, il dimenticare, in più di mille occasioni, circostanze, contingenze e situazioni.
Belle o brutte.
Non posso e basta e, in fondo, mi rende solo uno stato di serena allegria, il ricordare.
Decisamente in contrasto con la tristezza che mi arreca la memoria corta ed eccessivamente lobotomizzata del tempo corrente e delle sue troppo in fretta dimenticate, disgraziate novelle quotidiane.
La storia che tratto qui, mal si adatta allo sfuggevole di una semplice gazzetta e dei suoi conseguenti commenti già affetti da amnesia il giorno dopo se non il giorno prima.
Perché questa non è una semplice storia dell'ultima guerra o dell’ultima sconvolgente quanto sfuggevole alla memoria, notizia noir.
All'apparenza può sembrare anche tale ma non lo è affatto.
E forse è proprio questa la sua principale prerogativa, essenza.
Di come un qualsiasi potenziale “nero”, “buio” e “pericoloso” possa divenire, non solo un “chiaro positivo” ma addirittura un sentimento: il più puro forse tra tutti.
Mi sembra strano anche oggi, che provo a narrarla con la mia scarsa, quanto anche molto arrugginita e per molto tempo abbandonata, tecnica scrittoria.
Strano quanto sia allegro anche questo.
Perché per un istante non confonde i miei pensieri rispetto a quanto leggo quasi tutti i giorni sugli “organi ufficiali” dell’informazione.
Alla medicina somministrata quotidianamente.
Inquietante “rimedio” per dar vita a stereotipate conversazioni che aiutano a “passare il tempo”, quasi ne avessimo una impellente, inderogabile necessità.
E non parlo di informazione condizionata, sarebbe necessario averne le prove per dichiararlo, ma solo molto superficiale, mai contagiata da un “umano”.
Contagiata e afflitta purtroppo solo da una ben celata astrazione, da un immediato sfuggevole stupore, se non, addirittura, una sorta di rapido consumo isterico al quale può seguire solo il limbo cerebrale.
So di aver espresso tre volte lo stesso concetto e forse male in ogni caso ma  non è più tempo di perdere la strada, quindi procediamo.

A questo punto come interviene un titolo così audace?
Il vendicatore solitario dei Navigli: chi è?
Cosa mai è accaduto, quale è la storia?
Ebbene essa è semplice e priva di stupore, almeno di quello descritto in precedenza, e con quel che resta di tanta ruggine provo a scriverla.
Qui, nel bianco digitale, pubblico quanto privo di qualsiasi secondo fine, legato semplicemente al valore personale di “esistere”, della sua libertà di poterlo fare e di poterlo fare magari "a modo mio".
Senza scopo direbbe qualcuno, con l’unico vero scopo direbbero pochi, ed è sempre a questi ultimi che mi rivolgo, è a loro in cui credo.
Ed è per loro che lo faccio, senza prezzo e senza scuse, quanto senza alcuna necessità di dominio di una scena, né tanto meno di sete di fama o successo.
E solo loro, quei pochi, ne intuiscono, probabilmente, il senso compiuto.


Un fine inverno di qualche tempo fa, non molto lontano da quello odierno.
Un fine inverno che ancora non apriva le porte ad un convincente inizio della primavera.
La locazione geografica della città è semplice da intuire, quanto non lo è la situazione.

Un uomo corpulento, di statura non indifferente e dalla forza fisica proporzionata alla sua anatomia.
Un uomo con tanti grattacapi.

Una rosa, in un vaso.
Una rosa di fine inverno.
Rossa.
In un semplice vaso.
In mezzo ad altri vasi e a piante sempreverdi della penisola di circoscrizione dei tavoli esterni di un locale.

Quanti pensieri per quella strana figura d’uomo, quella notte.
Quante stranissime preoccupazioni.
Almeno senza senso quanto il mio scrivere.

Non si può dire che l’avesse incontrata.
Ma semplicemente raccolta.

Non si sarebbe potuto fare in altro modo.
Che raccoglierla.
E non era da lui.
Aveva già troppi problemi con se stesso.
Troppi grattacapi.
Anche se ad essi aveva trovato quantomeno un rimedio.
Magari non proprio ortodosso.
Ma funzionale almeno.
E non avrebbe potuto che raccoglierla.
In quelle misere sporche vesti.
E poi?
Cosa ne avrebbe fatto di lei?
Con tutti i grattacapi che già aveva ed annessi strani rimedi.
Si ritrovò spiazzato, come un bimbo davanti ad un algoritmo troppo complesso.
Devi affidarti al cuore, all'intuizione, alle emozioni pensò.
E non era da lui pensare in questo modo.
Con tutto il pericolo che possono produrre poi le emozioni.
Un pericolo incalcolabile.
Ma ci pensò con le emozioni.
E la raccolse.
Ne accettò senza alcuna logica le conseguenze.
Erano semplici le conseguenze.
Quanto destrutturanti.
Si poteva solo raccoglierla, lì per lì …
Ma quel "lì per lì" non sarebbe mai bastato, lo sapeva in fondo, non sarebbe mai stato sufficiente.
Era necessario prendersene cura.
Molto, molto di più che semplicemente raccoglierla.
Era necessario ospitarla, rivestirla, lavarla, sfamarla …
Prendersene cura in tutti gli aspetti che questa azione determina.
Ospitarla le apparve come la cosa più necessaria, quanto più difficile.
Perché avrebbe dovuto convivere, anche lei, con i suoi grattacapi e con gli strani rimedi.
Ma ormai era fatta.
L’azione del raccoglierla, senza un sensato motivo che non fosse quella tremenda emozione, non poteva più escludere la reazione a catena di tutti gli altri doveri correlati.
E, come si sa,le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il  "poco sensato" di averle accolte.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.
E, per un istante …
Perché non dura più di un istante …
In quella dimensione sei fin contento di esserci finito.
Ed è la fine.
O l’inizio.
Dipende.
In quel caso, nel suo caso, cominciò qualcosa.
E anche per chi non ha grattacapi e stranissimi rimedi.
Se mai ha provato, sono certo che può comprende.
La raccolse e la accolse, la rivestì, la sfamò, la lavò, le offrì tutto ciò che aveva.
E, nonostante questo, mancava ancora qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa.
Da quel punto in poi almeno.
Da quel "lì per lì" in poi.

Era notte, una strana notte di fine inverno che ancora non apriva con decisione le porte ad un primavera.
Lei dormiva.
Finalmente in un letto.
Profumato di lenzuola pulite.
Caldo, finalmente.
Sicuro e rassicurante.
Ma per lui non era sufficiente.
Non bastava, mancava qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa oramai.
Una certezza che, per quanto ossessiva, lo aveva cambiato.
E quel cambiamento era travolgente.

Indossò il pesante soprabito e il cappello a larghe falde.
La notte era fredda fuori.
E i grattacapi non erano di certo passati.
Sopiti magari.
Ma non passati, non sarebbero mai passati.
Le stradine in selciato della città erano lucide e bagnate di nebbia.
Abbastanza deserte a quell'ora.
Deserte a sufficienza per riuscire a passare un po’ inosservato.
Nel suo procedere un po’ piegato in due.
Per sopportare meglio il freddo umido e i grattacapi.

E c'era una rosa che lo aspettava.
Rossa.
In un vaso tra molti sempreverdi.
Una rosa d’inverno che aveva già aperto le porte alla primavera.
Come lui.
Uguale.
Aveva ceduto anche lei all'emozione.
Senza senso alcuno.
Di una fioritura anticipata.
E a volte le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il già poco sensato di averle accolte.
Vissute.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.

E anche la rosa aveva ceduto ad un emozione quanto lui.
Anche se lei aveva un proprietario.
Anche delle sue emozioni senza senso.

L’uomo con i grattacapi lo sapeva ma in quel momento voleva ignorarlo.
In quel momento aveva semplicemente trovato quello che gli mancava.
Almeno in quel momento.
Si intrufolò tra i sempreverdi.
Maldestramente.
Come maldestro era il suo solito fare.
Creando disordine, rumore e danno.

Il locale, a quell'ora, era chiuso.
Ma non vuoto.
All'interno consumavano la cena due amanti.
Una cena intima.
La cena del proprietario del locale, un uomo con il tastevin
Un uomo che conosceva il tastevin
Del quale ne era davvero degno.
Con quel che ne consegue.
Con tutto l’umano che ne consegue.
Con tutta la cultura e l’intelligenza che ne deriva.
Che fermenta quando conosci appieno un fermentare miracoloso della natura.
E conoscere è cultura e rispetto, è rispetto e tolleranza.
Un uomo con il tastevin, se lo porta perché ne è degno, ne ha da vendere di questa rarissima merce.
Una cena di un uomo con il tastevin insieme con il suo amore.
Che aveva finito il suo lavoro e lo aveva raggiunto.
Come sempre.
Nelle tarde ore con il locale chiuso e finalmente a disposizione solo per loro.

Il rumore prodotto dall'uomo con i grattacapi non poteva non essere udito.
E si sa che la città, quella città, di notte ha i suoi rischi.
Normalmente si chiamano le forze dell’ordine.
Lo avrebbe fatto chiunque.
Ma non l’uomo con il tastevin.
Forse non era semplicemente nella sua natura.
Sicuramente non nella sua cultura.
Uscì.
E vide questa figura scura, nello scuro della notte.
Una figura corpulenta, alta e scura.
Con il vaso contenete la rosa in mano.
Pronto ad andarsene.

“Buonasera” “come va”?
“Piacere, mi chiamo …… “disse l’uomo con il tastevin, mentre allungava la mano per presentarsi.
“E ….perdoni, cosa fa con la mia rosa d’inverno in mano”? .... sorridendo.
I grattacapi dell’uomo che si era appropriato della rosa d’inverno peggiorarono all'istante.
Porse la mano per poi ritrarla d’improvviso.
Posò a terra il vaso.
Si levò il cappello.
Chiuse forte in un pugno le dita della mano destra.
La alzò al cielo e si percosse con il pugno, e con molta violenza, quattro volte in testa.
“Io sono il vendicatore solitario dei Navigli!” gridò.
“Piacere di conoscerla” rispose l’uomo con il tastevin.
“Può farmi la cortesia di rimettere la rosa al suo posto e sistemare il disastro che ha fatto”?
“La rosa è per la mia signora” rispose l’uomo con i grattacapi, l’ho appena raccolta dalla strada e accolta nella mia casa.
E mancava qualcosa.
Questa.
Una rosa rossa d’inverno.
Che aveva già aperto le porte alla primavera.
E adesso è notte ma mi mancava, perché mancherà sempre qualcosa.
Le chiedo scusa, comprendo quanto mi chiede, ma mi mancava e spero che anche lei comprenda”.

L’uomo con il tastevin sorrise ancora e rientrò dalla sua amata per finire la cena.

L’uomo con i grattacapi si mise al lavoro per risistemare tutto e ridare alla rosa il suo posto.
E se ne andò.
Per le stradine in selciato lucide e bagnate di nebbia.
Ormai completamente deserte.
Arrivò a casa.
E si sentì stranamente sereno.
Qualcosa era cambiato.
Per sempre.
Poteva contemplare la sua emozione.
La contemplò, vegliandone il sonno tutta la notte.
In fondo sarebbe in ogni caso mancato qualcosa sempre.
Da lì in poi.
Sempre.
E l’uomo con i grattacapi sorrise anche lui, dopo tanto, tantissimo tempo.

L’indomani, nel locale dell’uomo con il tastevin, giunse un corriere.
“C’è un pacco per lei, una firma per favore”.
Conteneva un bellissimo dono.
Il mittente era l’uomo con i grattacapi.
Un dono e un biglietto di scuse.

Se passate da li.
Qualche volta.
Entrate nel locale.
Ne vale la pena.
Li trovate quasi sempre.
Una coppia di magnifici amanti composta da un uomo con i grattacapi e una bellissima donna.
L’uomo con un po’ meno di grattacapi e la donna senza più alcuna necessità di essere accolta.
A godere, insieme e con sobrietà, di pregiati distillati.
Serviti con cura, classe e affetto dall'uomo con il tastevin.


FranzK.  

Tratto liberamente da una storia vera.

mercoledì 31 dicembre 2014

Terra che Dorme





A mia moglie Evgeniya e a tutti gli abitanti della Siberia.