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venerdì 7 dicembre 2012

Amare Paure d'Amore.


























https://www.youtube.com/watch?v=vdB-8eLEW8g




Fa paura amare.
Lo desideriamo con disperazione
Poi, con la stessa disperazione.
Fuggiamo.
Perché è un rischio,
Immenso.
Una responsabilità,
Pesante.
Assumere l’amore.
Prenderlo con se,
Come se stessi.
Perché alla fine,
Perde sempre.

Nel meglio,
Almeno la vita.
Come il miglior vino,
Al quale sfugge
Il suo contenitore.
Si scioglie.
Evapora.
Lasciandolo sparso
E in decomposizione.
Non più protetto,
Conservato.
E parlo dell’amore.
Dell’essenza della sua spremitura.

Non di quello tra un uomo e una donna.
Non solo.
Non di quello tra un genitore e un figlio.
Non quello di un vero amico
Non quello per un attitudine.
Neanche quello per la vita
Va oltre l’amore.
Molto oltre la vita
E fa paura,
Da morire.
Perché anche nel suo meglio
Finisce
O ne corre il rischio.

Nel suo peggio è più rassicurante
Come l’orzo al posto del caffè.
Può essere consuetudine,
Abitudine,
Un vino onesto insomma,
Nel peggio del suo meglio,
Che difficilmente ti può essere tolto.
Un vino da pasto,
Generoso,
Buono,
Genuino.
Forse il peggio è meglio
Del meglio del meglio
Perché è difficile perderlo.

Al più diviene utile aceto.

Dell’amore
Non puoi farne aceto.
Ma solo occasione unica,
Irripetibile,
Che pretende il meglio di te,
E da te.
Quel meglio dato,
Che può non essere riconosciuto
Il meglio,
Che può perdersi nel nulla.
Che dona,
Senza chiedere.
Solo un rischio,
Da paura.
Che offre tutto,
Nell'incerta transumanza

Di tutte le stagioni.



FranzK.


Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti.
(Bertrand Russell)

mercoledì 4 aprile 2012

I Greci, la Volontà, il Dolore.





Alcune cose vanno diffuse affinché ciò che abbiamo incontrato, in un vero, possa essere patrimonio e possibile utilità per tutti.

Mi pare esista una stretta correlazione, nella storia dell’uomo, che unisce, in modo quasi imprescindibile il “risultato” ( chiamalo successo, prestazione, affermazione), al “sacrificio”.


Personalmente credo che se, biblicamente o antropologicamente,  siamo stati condannati a qualcosa, ebbene questo è un atto di “volontà” e non di “sofferenza”.

La “sofferenza” è figlia di se stessa nel miglior pensare, nel peggiore, dell’ignoranza.

Essa confonde in se la “volontà”, confinandola con sommo sconforto e vilipendio a mezzo.

Non riesce quasi mai ad affidarle la virtuosa, illuminata, intelligente appartenenza di vero scopo e fine.

Così e ancor di più, stupisce quando la “fatica” ( figlia buona di una buona volontà) viene confusa con il “dolore” e la sua sopportazione.

L’essere umano è una strana creatura di origine progettuale o evolutiva,certamente speciale:
è “deformabile” e “adattabile”.

Forse proprio perché al confino in un ambiente probabilmente non suo.

La follia sta nel fatto che, a volte, per deformarsi e adattarsi, deve passare dal “doloreprima che questo diventi così tanto deformazione e adattamento da trasformarsi in abitudine e normalità.


Tempo fa.
Tanto tempo fa.
Pensavo e scrivevo.
Nelle lunghe notti.
Al lume di una semplice candela.
Della nostra natura.
Di tutto il difficile della felicità.
Di questo istinto.
Che non riesco a comprendere.
Alla sofferenza.
Alla sfida.
Al dolore.
Alla sua celebrazione.
Quotidiana.

Ho riletto.
Avevo molta rabbia.
Che non c’è più.
E sono felice.
Di averla perduta.
Era uguale al dolore che non capivo.
Dalle maratone greche.
A quelle decuobertiane.
Ho voglia di felicità.
Di intelligenza.
Che rende semplice e piacevole ogni cosa.
Che trova soluzioni.
Nella chiarezza.
Nella semplicità di un pensiero.
Che scopre.
Trova.
Comprende.
In un sorriso.

Nell’attesa.
Senza rabbia.
Del sorriso di tutti.


FranzK.

domenica 18 marzo 2012

Sembianze Umane.





Era tempo che l’aveva adocchiata.
Ronzandole intorno freneticamente.
Si era innamorato.
E amava di lei tutto.
Provando anche cocenti passioni …..
L’aveva seguita nei suoi viaggi.
Di nascosto a volte.
Era un timido.
Quanto un sentimentale e passionale vero.
Intrappolato dentro tutta quella sua timidezza.

La prima cosa che lo aveva colpito di lei, erano le sue labbra.
Quello superiore.
Così ben disegnato.
E quello inferiore, allungato e ripiegato con grazia a forma di doccia.
A raccogliere quelle meraviglie.
Quei sei stiletti lunghi e acuminati.
Brillanti come lame sotto i raggi del sole.
Era giovane e matura.
Ancora fresca e integra.
Nella sua verginità.

Quando la osservava le passioni lo rapivano.
A volte fino a fermarsi.
A doversi appoggiare .
I suoi organi sensoriali erano assi più sviluppati.
I suoi in particolare.
E lo sfinimento a volte era così pronunciato da impedirgli anche il nutrimento.
L’assunzione di quei liquidi zuccherini necessari oltre che a sopravvivere, a compensare quel grande dispendio di energie passionali.
Quello zucchero indispensabile.
E , nel suo stato d’animo, ancora di più.

Le lunghe gambe affusolate.
Quel suo addome così filante e snello.
Quei dieci segmenti così ben delineati.
Quelle protrusioni soffici e velate.
Avrebbe desiderato appartenere ai suoi palpi.
Avrebbe desiderato brindare con lei con quel rosso rubino.
Che lei amava così tanto.
La sua vita.
Il suo zucchero necessario.
Che esplosione di fantasie contemplarla nel suo degustare quel rosso rubino.

Lui sapeva la verità.
Sapeva che non avrebbe mai potuto essere l’unico della vita.
Ma quanto desiderio per essere il primo, l’unico possibile per una nuova stirpe.
Non per la stirpe in se ma per la passione che gli bruciava dentro.
Puoi essere timido, riservato ma si sa, ad un certo punto la passione esplode.
E fai cose che non avresti mai pensato di esserne capace.
Gli ronzò intorno per un po', una sera.
E alla fine si propose, diretto, schietto freddo come il cuore che non aveva.
Ma affamato in proporzione al suo apparato digerente.
Alle insistenti pulsioni delle estremità dei suoi tubi malpighiani e della sua spermateca.

Purtroppo come in un racconto  di Shakespeare lei si ritrasse.
Nel tipico atteggiamento di difesa femminile, restituendo un “no”, secco, almeno al suo sistema percettivo.
Povero essere disperato e affranto , bastava conoscere le femmine.
Solo un poco di più di quanto la sua timidezza non gli avesse mai concesso.
Pazienza, autostima, un minimo di egocentrismo e ……… le femmine parlano al contrario, molte di loro lo fanno.
Per autodifesa, per loro natura, bastava aspettare, saper pazientare solo un po'.
Povero essere disperato e destrutturato, con l’addome colmo di tossine, di sofferenza.
Più rosso del rosso rubino del quale lei si nutriva.
Più deluso e disperato di un Romeo.
Più ferito che se fosse stato trafitto da cento stiletti, fuggì.

Fuggì senza meta, senza alcuna destinazione.
Con dentro solo quel dolore lancinante, insopportabile.
Le ombre della sera, le luci della notte, quel buio dentro.
Insopportabile, come un verme che ti mangia da dentro.
Come un acido corrosivo.
Senza antidoto.
Nella confusione di essere corroso da quel dolore, senza più aver controllo di dove e come.
Finì per sbaglio in un locale.
Fumoso e tetro, tavoli disordinati, pavimenti lerci.
E in tutto quel brutto, quel dolore percepì solo un profumo, …… rassicurante, …….. nuovo e antico insieme.

Lei, dopo poco, comprese e comprese non un errore, ma il suo animo, la sua debolezza.
E cominciò a cercarlo, disperata anche lei, non alla ricerca di rosso rubino.
Ma del primo amore perduto e disperato.
Lui, seguiva, ormai solo quel profumo di essenza zuccherine, confuso e frastornato.
E trovò un appoggio, con dentro la medicina, il rimedio.
Una bottiglia di spirito forte, con il collo aperto, lercio ma trasudato di quel liquido speciale.
Iniziò a lambirlo con una certa ripugnanza ma lo lambì.
Più quel liquido percorreva le sue interiora e più il dolore si sopiva, addormentando anche i suoi pensieri.
Non riusciva più a smettere, e la tristezza era divenuta una sorta di strana, confusa euforia.
Lei intanto, morsa dal senso di colpa, girando e girando alfine lo trovò, attaccato a quella propaggine cilindrica e lercia della bottiglia.

Non fece in tempo.
Come in un racconto di Shakespeare, era lì ormai vicina, ma il tempo non fu dalla loro.
Il tempo per vedere solo una rozza mano pelosa acchiappare la bottiglia e versarne il contenuto in un minuscolo bicchiere.
Il tempo di vedere che ormai quasi privo si sensi cadeva anche il suo lui dentro quel minuscolo bicchiere.
L’astante non tardò.
Aveva lo stesso problema.
Cercava consolazione anche lui, per lo stesso motivo, per la stessa sfortunata condizione.
Il tempo vide lei vedere solo il suo lui tracannato dentro la gola di un altro lui.
Con lo stesso dolore, con uguale disperazione.
Da sopire, dimenticare, medicare.

Non preoccupatevi, è solo la sfortunata storia d’amore di due moleste zanzare.
Con sembianze umane......

FranzK.

P.S. liberamente tratto e interpretato da:

martedì 13 marzo 2012

Il Cuore della Notte.





C’è silenzio nella notte.
Dormono le anime.
C’è pace.
Nella mia notte.
Non sento nulla.
Se non me stesso.
Nessun rumore.
Di vita.
Sono libero.
Dalle vibrazioni della vita.
Dormono i cuori.
Liberando la mente.
Dalla stanchezza del giorno.
E c’è pace.
E silenzio.
Di vite.
Di vita.

Dormono le anime.
Dormono la notte.
Sono libero.
Nella sua pace.
Nel suo silenzio.
Come in una preghiera.
Penso.
Senza perturbazioni.
Senza il sentire.
Mentre dormono.
Le anime.
Nella notte.
Il cuore della mia.
Può pulsare.
Libero.
Dal rumore della disperazione.

È il mio destino.
Verrà una notte.
Una di queste.
Non lontano.
A prendere il mio cuore.
Lasciandomi libero.
Di trovare la Verità.


FranzK.

martedì 6 marzo 2012

La Femminilità.





Ho chiesto.
A molte donne.
Un esempio.
Una definizione.
Definita.
Di cosa potesse essere per loro.
L a femminilità.
Spiegata a un uomo.
Forse impossibile.
In poche.
O molte parole.

Ho un database.
In Access.
Con query.
E tutto il resto.
Ho provato ad interpolare.
Con un foglio di excel.
I dati a mia disposizione.
Parole.
Dilatazioni delle pupille.
Variazioni  feromoniche.
Deviazioni delle correnti superficiali della corteccia.

Non ne sono uscito.
Non ho soluzione.
Risposta.
Perché non è bellezza.
Troppo mutevole con le mode.
Non è maternità.
Necessità antropologica.
Non è corpo.
Carne.
Forma.
Semplice profumo o reggicalze in seta.

Forse in parte so cosa non è.
Per matematica statistica.
Matematica dei poveri.
Forse ho compreso.
La negazione.
Statistica.
Parziale.
Di cosa non è.
O parte di cosa non potrà mai essere.
Ma nonostante il metodo scientifico.
Non ho compreso cos’è.

E le discussioni al bar.
Di stanotte.
Ascoltate .
Mi hanno confuso ancor di più.
Riguardo la masturbazione.
Secondo quale antipode.
Se prima femmina o maschio.
Quale analogica o digitale.
Solo mentale ovviamente.
Narrata da una femmina molto femminile.
A maschi maschili.

Io lì nel mio angolo di ascoltatore.
Al solito.
A cercare di captare segnali.
Finalmente esaustivi.
Nulla.
Resta un segreto.
E sono arrivato ad una conclusione.
Meglio così.
Meglio “sentirla”.
Che cercarne le regole.
Le leggi.

Le migliori raccolte?
“un nido”
“una cosa tonda”.
“il meglio della sensibilità”
Le peggiori?
Meglio ometterle.
Le ho cancellate anche dal database.
E dai fogli di excel.
Meglio percepirla.
Quella rarità.
Che è l’unica cosa che completa.

L’altra metà dell’universo.
Alla quale appartengo.
In grado di “sentirla”.

Di gustarne la parte mancante.
Nella rarità del raro di quando, raramente, ci inciampiamo sopra.


FranzK.

giovedì 2 febbraio 2012

Alla fine di un Sogno.





Povero web delle persone.
Poveri noi.
Quel sogno di persone libere.
Libere davvero, di comunicare, di abbattere distanze.
Di scambiare esperienze.
Di amalgamare culture.
Era un bel sogno.
Come quello del “Yes we can”.
Un sogno sotto censura.
Non di giustizia.
Ma di libertà.
Qui si invocano liberalizzazioni.
E il web nazionalizza?
L’impero della libertà e del liberismo nazionalizza?
Nazionalizza l’ultimo sogno possibile di libertà.
Che non è furto.
Ma possibilità di impasto.
Di culture diverse.
Di differenti diritti.
Di leggi diverse.
Per cercarne di uguali.
Uguali diritti.
Uguale libertà.
Purtroppo la speculazione vive sul differente.
Su necessità diverse.
Vive e impera.
Come qualsiasi impero passato e futuro.
Sui non diritti.
Su diritti disuguali per tutti.
Dov’è finito quel sogno?
Tempo fa ho cercato risposte.
A domande semplici.
Di chi è Internet?
Adesso credo che le risposte vengano da sole.
Perché non ne avute, neppure dai guru.
E sono censure.
Solo censure.
Che propongono tempi freddi e scuri.
Il digitale medioevale.
E l’impero impera perché è suo il web.
Sul mantenere diversità.
Diversi diritti.
Ha imposto il globale e adesso nazionalizza.
Mi chiedevo ancora: liberismo o il peggio del bolscevico?
Le risposte vengono da sole.
Piano piano ma arrivano.
E non è una crisi di soldi.
Ma di freddo e di nuove distanze.
I soldi basta stamparli.
Per la speculazione e il suo impero basta fare quello.
Ad essa nulla importa delle persone.
Se non delle loro necessità.
Differenti, da non contaminare con uguaglianze.
Da non contaminare soprattutto.
Per poterle sfruttare senza alcun altro scopo che l’immediato.
Il web delle persone.
Un sogno morente.
Forse mai nato.
Chiuso nei “social network”.
Il più subdolo sistema di tracciamento che esista.
Tutto a norma di legge.
Tutto nella privacy di chi non ha il coraggio di essere univoco.
Cambiamogli nome, è un insulto intellettuale chiamarlo social, un abominio.
Il web delle persone sta morendo e forse non è mai nato.
Impera quello della censura del tracciamento dell’impero che lo possiede.
E non solo.
Di condizionamento, di imposizione.
Sottovalutiamo troppo le risorse di chi le ha.
Se mai avessimo studiato psicologia industriale.
Forse avremmo più risposte.
Sui poteri del condizionamento.
Sui suoi strumenti.
Raffinati.
Per intelligenze raffinate.
Tanto da poter condizionare quelle meno.
Senza neppure che se ne accorgano.
E così non è pirateria che si combatte.
Nel giusto, fosse quello.
La censura non la riguarda.
La censura non ha mai combattuto la pirateria, è storia.
Ma solo il pensiero differente.
Non è la pirateria, nel giusto.
Ma  la libertà, nella necessita di negarla, per soppravvivergli.
Solo la libertà.
E ci riuscirà forse solo per un motivo.
Perché il web delle persone libere forse è solo un sogno.
Perché sono le persone che non lo sono.
Libere, univoche, scoperte.
Diversamente sarebbe possibile.
Il “yes, we can”.
Della Libertà.

FranzK.

giovedì 12 gennaio 2012

Il peso di un pensiero.





La febbre non cede ancora del tutto, ma ci provo.
Anche se stasera l’argomento è un po' complesso.
Appena intricato.
Mi chiedevo l’altro giorno del peso di un pensiero.
Nel senso “fisico”, non filosofico.
Mi sono posto alcune semplicissime domande.
Forse troppo semplici, ma questi sono i miei limiti, la mia essenza, quella di un semplice fanciullo.

E la questione, almeno fino alla fine dei miei pensieri, è semplice.
Noi possediamo, “avvertiamo”, “percepiamo” e “misuriamo” un peso grazie a sue fattori sconosciuti:
Massa e Gravità.
Nella logica fin qui acquisita e dimostrata che la seconda conferisce alla prima un “peso”.
Ci sono altre teorie che conosco poco ma approfondirò, come quella del vuoto quantico.
Che affermerebbe, dal poco che ho letto, che la gravità, ovvero la sua accelerazione, agisce in modo proporzionale alla quantità di “vuoto” della materia.
In breve, gli elementi che posseggono meno “atomi” quindi più pieni di “vuoto”, sarebbero soggetti ad un accelerazione “gravitazionale” più elevata rispetto a quelli più “pieni” di “pieno”.
L’idrogeno con un solo protone e elettrone se lasciato cadere, subirebbe un’accelerazione più elevata dell’uranio arricchito.
Approfondirò.

Il tema delle mie infantili riflessioni è assai più semplice e comprensibile a tutti credo.
Mi piacerebbe capire se l’attività cerebrale, formando pensieri, quattro al secondo più o meno, è un attività richiusa su se stessa oppure no.
Mi spiego meglio.
Supponiamo di sdraiarci su un giaciglio-pesa.
Potremmo misurare il nostro “peso”, in differenti situazioni.
Per esempio potremmo constatare che il nostro peso non cambia se, ad esempio, contraessimo i muscoli, pur in condizione di riposo.
Quindi l’energia trasformata per ottenere quel lavoro risulta richiusa in sé.
Non rende differente la nostra massa.
Quanto non la rende differente il nostro essere vivi o morti, il nostro pensare o no.
Un cadavere pesa uguale a quando non lo era.

E un cadavere non si contrae ne pensa più.
Ma non cambia la sua massa.
Però …….
Se una contrazione muscolare è in grado di generare un movimento, un pensiero cosa è in grado di generare?
Cos’è?
So che è un argomento di frontiera.
Ma mi chiedevo se al pari di una contrazione muscolare può essere solo energia trasformata richiusa su stessa o può anch’esso creare stati motori ………. differenze di potenziale, movimenti di altro tipo.
Nel camminare pesiamo di più, subendo accelerazioni istantanee dovute agli impatti a terra.
Chissà se pensare, in un certo modo non finisce per produrre qualcosa di simile.
Non sia solo una variazione delle correnti superficiali della corteccia cerebrale con la quale far scrivere parole a un pc.
Sapete quanto costa energeticamente l’attività cerebrale a riposo?
Circa il venti per cento dell’energia metabolica basale, circa 14-15 watt/ora, una lampadina a bassissimo consumo.
Per quattro pensieri al secondo.
Se penso a un pc (circa 200 Watt/ora) mi viene da ridere.
Perché tra quei quattro pensieri, ogni secondo, può essercene uno, per ciascuno di noi, che cambia il mondo.

Ma sono fuori tema.
Provo a rientrarci.
Avrà una “massa” il pensiero?
Se non fosse così della gravità se ne farebbe un baffo.
E allora ……….
Mi viene in mente un esperimento che ho letto su un bellissimo libro, anni fa.
Purtroppo non ricordo più il titolo (forse è questo),un libro di una delle grandi menti del ‘900: Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965.
Allora lavorava ai laboratori di Los Alamos (per l’atomica purtroppo- progetto Manhattan- sigh) ma era un tipo davvero speciale.
La curiosità è degli intelligenti e lui lo era oltremodo, curioso e intelligente, sempre pieno di domande, provocazioni, tanto da divenire consulente per i costruttori di serrature di sicurezza che regolarmente “crakkava” fino a vincere come miglior suonatori di bonghi un carnevale di Rio.
Un giorno si è posto una semplice domanda, l’ennesima domanda infantile: se riuscissi a isolare un uomo dai suoi cinque sensi cosa potrebbe accadere?

Costruì, a tempo perso una vasca, il Non Sensitive Tank, e decise come si conviene per un uomo di vera scienza di essere lui a sperimentarne il funzionamento.
Mi spiace ma su Internet non sono riuscito a trovare nulla a proposito, (chissà perché) vi rimando al libro se è quello giusto.
Brevemente, il guscio apribile, gli permetteva di depositarsi, nudo, al suo interno, immerso in un liquido di densità e temperatura uguale a quella del suo corpo, prima di essere chiuso tagliando l’ingresso a luce, suoni e profumi.
Dopo qualche tempo racconta che riusciva a gironzolare nella stanza accanto e identificarne gli oggetti.
Chiese e ottenne, per il suo “gioco”, la collaborazione dei suoi amici scienziati, i Bohr, Fermi, Carter, Oppenheimer…… e quella di un notaio.
Gli amici ogni volta avrebbero disposto nella stanza accanto una serie di oggetti sempre diversi e in numero crescente, descrivendone accuratamente i dettagli su un documento sigillato dal notaio.
Lui, Richard, alla fine del suo “viaggio”, doveva fare lo stesso su un altro foglio, poi si aprivano le buste.
Dopo circa tre mesi gli oggetti “scoperti” divennero decine e decine, con perfetta precisione su quantità, natura e disposizione.

Magia?
O bugia?
O semplice pensiero, magari privo di massa ……..
Senza peso, senza gravità.
E allora ………
Chissà che con una semplice reinterpretazione dell' NST, si possa scoprire la verità.
È  solo il pensiero di uno che ha le febbre.

O forse no.
E' solo il pensiero di uno che ha molte speranze.

FranzK.

giovedì 22 dicembre 2011

Spiegazione introvabile.





Quando penso alle persone, alla loro vita, le vedo come una piccolissima nuvola di formichine.
Ma proprio piccola.
Provate a pensare ad un gigantesco Woodstock, un mega concerto, quello di tutti i tempi.
Dove decidiamo di ritrovarci tutti.
Ma proprio tutti, e ad ognuno un metro quadro di spazio.
Non è poco un metro per metro, per ognuno.
Se ci si mette d’accordo almeno in due, potremmo anche dormire.
Sdraiati e comodi.
Senza rubarci troppo l’ossigeno.
La matrice, la griglia di tutti le persone sarebbe comoda e davvero piccola.
Perché è semplice immaginarla, calcolarla.
La radice quadrata di sette miliardi divisa poi per mille.

Un piccolo quasi invisibile quadratino se proiettato su un mappamondo.
Di circa, per eccesso, ottantacinque chilometri di lato.
Quasi difficile, se il mappamondo è piccolo lasciarne sopra l’impronta con una penna a sfera.
Provateci, è curioso, davvero un bel momento di riflessione.
Provateci anche solo per gioco.
Siamo tutti lì e neanche tanto malmessi.
Un piccolo formicaio nel nostro giardino lo vediamo grande come l’Alaska a volte.
Noi siamo molti, molti meno.
Con un immenso problema rispetto alle formiche.
Le nostre necessità.
Loro nascono vestite, noi no.
Nascono con uno schema prestabilito, noi no.

Devono solo procurasi cibo e costruirsi una piccola, ristretta tana.
Tutte insieme, vicine il più possibile.
E conoscono regole per le quali si muovono, vivono e muoiono.
Le stesse continue regole.
Di generazione in generazione.
Come una stringa compilata in C++ che non cambia mai.
Un loop sempre uguale, ordinato, immutabile.
Le persone no.
Proprio tutto il contrario.
E temo che nella Woodstock cosmica, le contaminazioni manderebbero a monte anche i presupposti antropologici.
Le persone sono poche, pochissime quanto le loro necessità illimitate.
Non è il bello della loro vita?

Non è il vero bello di quella che noi persone chiamiamo vita?

Tutto quel trambusto che dobbiamo fare.
Dal vestirci, al nutrirci, da stare al caldo quando è freddo e viceversa.
Ma poi non basta.
Non basta proprio mai.
E le leggi e le regole della vita delle persone sono stupende proprio perché imprevedibili.
Senza regole.
A volte senza senso, ma solo per alcuni, per altri il contrario.
La teoria del caos non è sufficiente a sapere della vita delle persone.
Non intravedo schemi che possano confinarla.
E non mi riferisco alle leggi Darwiniane dell’evoluzione.
Ma a quelle più strette e intrinseche della nostra natura.
Per le persone, per la loro vita, non credo sia possibile scrivere un algoritmo.
Per fortuna, secondo me.

Sorvolando in aereo parte del mondo possiamo contemplare il formicaio delle non formiche.
Tutto quello che le loro vite hanno fatto, costruito, almeno quella parte che è rimasta.
E sembra di essere in tanti.
Sembra non si potesse fare così tanto in così pochi.
E in quell’immenso formicaio si muovono irrequiete alla ricerca di qualcosa d’altro, le piccole persone.
Mai dome, sempre perennemente insoddisfatte.
Sempre alla ricerca.
Di qualcosa di nuovo, di un “fare” sensato o no, ma di un fare.
È davvero stupenda nella sua incomprensione la vita.
Ancora di più se la penso relativa, finita, non eterna.
Ragionamenti, passioni, sentimenti, conoscenza, emozioni.
Mente, cuore e corpo.
Una trasformazione senza fine.
Con necessità senza fine.

Da chiedersi per cosa a volte.

Della felicità dite?
Della sopravvivenza?
Della normalità?
Del fine ultimo filosofico del “chi sono, da dove vengo e dove vado”?
Algoritmo improponibile.
Forse la vita delle persone è stupenda proprio perché non ha una matematica dietro.
E forse neppure una filosofia indiscutibile.
Un noto psichiatra del secolo scorso si propose una risposta semplice.
Relativa alla vita degli uomini, relativa alla loro felicità quantomeno.
Immaginate un segmento definito da due punti estremi.
In uno di essi ponete le necessità primarie: caldo, freddo, cibo, minima struttura sociale, riproduzione della specie.
Nell’altro, opposto al primo, la necessità della conoscenza della Verità assoluta.
Le persone legate al primo punto difficilmente potrebbero non soddisfare la loro felicità.
Quanto per le seconde il contrario.
Da un punto all’altro, in un mix discontinuo la vita di un po' tutti, quindi un po' felice e un po' no.

Eppure sono convinto che la vita delle persone,
quel meraviglioso evento transitorio che chiamiamo vita è un'altra cosa ancora.
Priva di spiegazione.
Anche psicologica.
Priva di matematica.
Di senso e buonsenso.
Di logica e di epistemologia.
Di codici scritti in assembler.
Di futuri prevedibili e imprevedibili.
Di presenti certi e garantiti, tristi o allegri.
Di troppo ordine e di troppo caos.
Non ha nessuna spiegazione razionale e comprensibile.
Nessun ordine definito e definitivo.
Solo un continuo sorprendersi.
Sentirsi.
Stupirsi.
Per tutto quello che, certo fino a ieri, diviene certo nel suo contrario da domani.
Nessuna spiegazione, nessuna formula.
Per quell’evento singolare, relativo, finito, piccolo, grande e meraviglioso che è la nostra vita.


FranzK.

martedì 20 dicembre 2011

Azzurro turchino





In una parola.
Eri bella.
Per me eri proprio bella.
Dalla testa ai piedi.
Bella da emozionarmi sempre, quando ti vedevo.
I tuoi occhi.
Azzurro turchino.
I capelli sempre ben raccolti, ordinati.
La tua sobria ma indiscutibile eleganza.
Il tuo sorriso.
I tuoi lineamenti dolci quanto ben definiti.
Il tuo portamento aggraziato.
Gentile.
La tua pacatezza.
La tua femminilità.
Era sempre una forte emozione.
E ammetto che nella mia precoce scoperta della sensualità, eri proprio bella in tutto.
Mi perdevo tra lo sguardo dei tuoi occhi e il tono della tua voce carezzevole.
Dall’osservare le dita affusolate delle tue mani.
Alla perfetta scolpitura delle tue gambe.
Dentro a caviglie snelle raccolte e perfettamente raccordate con i tacchi delle tue calzature.

Ero piccolo.
E tu la mia maestra delle elementari.

Cinque classi in una, in quel piccolo borgo medioevale.
Tra piccoli geni e genetiche alterate.
Ma quanto eri bella, per me.
Ero innamorato e lo capisco solo adesso.
Sei stata il primo amore.
Il primo batticuore, la prima vera emozione.
Sarà che eri diversa da tutte quelle donne vestite di nero.
Curve e cupe, tristi e mascoline.
Sarà che in te la mia sensibilità trovava la sua casa.
La sua strada per la femminilità.
Il suo femminile ideale.
Ideologico.
Sentito e provato.
Emozionato e vissuto.
Eri la donna che sognavo di avere al fianco.
Una volta divenuto grande.
Dolce, intelligente, femminile, bella e affidabile.
Eri la moglie del medico condotto del paese.
Una razza a parte rispetto a noi villani.
Ma io ero innamorato di te.

Allora spogliavo le mie coetanee.
Ma gli sguardi sotto la scrivania, a contemplare le tue bellissime gambe erano ben altra emozione.
Beata innocenza.
Perché lo era.
Semplice innocenza.
L’innocenza di un batticuore naturale e inspiegabile.
L’innocenza che non poteva che ammirare e contemplare.
Eri la mia donna ideale.
Quella che alla fine non ho mai incontrato.
E io, …….. anche io ero qualcosa di speciale per te.
Un alunno anomalo, per quel luogo.
Per quella cultura, per quel luogo.
Eri tanto affezionata a me.
Ma sempre equa nel giudizio.
Ma l’affetto l’ho sentito.
Tutto.
Quanto ho sentito la tua stima.
L’orgoglio che un educatore prova quando l’allievo va ben oltre la normale “prestazione”.
Che strani pensieri vero?
Eppure era così.
Forse un poco innamorati tutti e due, l’uno dell’altra, lasciamelo credere.

Di sentimenti veri.
Innocenti quanto davvero sentiti.

Eri una maestra speciale.
E non solo per me.
Non ho mai capito perché insieme a tuo marito avevate fatto quella scelta.
Di vivere in quel borgo medioevale.
Un borgo contadino.
Povero di tutto.
Per voi colti, di cultura sopra a tutto.
Quattro chilometri di impercorribile sterrato per raggiungerlo.
Chissà perché.
E tu eri una maestra speciale oltre che una splendida donna.
Una volta alla settimana, in ogni stagione, ci portavi fuori.
Fuori in mezzo alla natura, spiegandocela dal vivo.
Insegnandoci ad impararla.
Non bastava per futuri contadini saper far di conto o leggere.
Era necessario conoscere le stagioni, le fioriture, il colore della terra.
Lo sbocciare delle viole e le tane invernali delle ranocchie.
Saper leggere i segnali del cielo.
Le sue nuvole, il vento, il nitido e l’opaco dell’orizzonte.
Mi hai insegnato ad imparare.
Prima di qualsiasi altro.
Ed ero innamorato di te.

Ero piccolo.
E un giorno un’automobile mi ha portato via per sempre, verso la città.

Verso il mio destino.
Dove tu non c’eri più.
Al tuo posto un piccolo nano idiota.
Che menava le mani.
Che distingueva non capacità o nobiltà d’animo ma solo ricchezza e povertà.
Che valutava in basa a caste, a lobbie, a personali interessi, non a naturali intelligenze.
Cara maestra, me la sono cavata lo stesso.
Sono sopravvissuto al contrario della tua missione, del tuo insegnamento.
Sono sopravvissuto al disimparare ad imparare.
Quante volte lo sguardo volava fuori dalle finestre.
A cercarti.
Mentre il piccolo nano urlava come un forsennato le nostre incapacità.
Rosso in faccia di collera come il collo di un tacchino sgozzato.
Me la sono cavata lo stesso.
Non ho dimenticato i tuoi insegnamenti.
Anche se ero piccolo.
E ho dovuto sopravvivere alla stupidità istituzionalizzata di una scuola della diversità.
La scuola della rabbia e dell’impotenza.
Dei favoritismi e delle ingiustizie.
Dell’arroganza e dell’odio.
Della discriminazione e del pregiudizio.

Fino a diventare grande.
E a sopravvivere anche nella vita, a una scuola diversa dalla tua quanto identica a quella successiva.

Sono tornato poche volte al borgo.
Veramente poche.
Sono tornato a seppellire i miei genitori e a visitarne le steli ogni tanto.
Non ho fatto il contadino, mi è toccato di peggio.
E il vecchio borgo non l’ho più sentito la mia casa.
Mi sono sempre sentito un estraneo le poche volte che sono passato di lì.
Tranne una volta, non moltissimo tempo fa, forse solo l’anno passato.
C’era una festa e una messa, e io ero davanti al sagrato della chiesa.
A guardarmi intorno ricordando i tanti giochi fatti in quei luoghi con i miei piccoli amici di un tempo.
Aspettavo una persona per tornare a casa.
Finalmente.
La messa era finita e ho cominciato a cercarla con lo sguardo tra la folla che usciva dall’abbazia.
Fino a che ho scorto una figura.
Minuta.
Con un portamento aggraziato che con decisione mi si faceva incontro.
Eri tu.
Eri proprio tu, la mia maestra, il mio primo amore.
“Francesco!”
Mi hai abbracciato, teneramente, carezzandomi il viso.
“Sono felice di poterti rivedere ancora una volta, l’ultima, perché tra poco me ne andrò”.
“Sono felice davvero”.

Con qualche goccia di rugiada, come quelle che mi avevi insegnato ad osservare sui petali dei fiori.
Nei  tuoi uguali occhi azzurro turchino.


FranzK.

venerdì 16 dicembre 2011

Debito eterno





Non riesco a capire.
E il non capire mi procura frustrazione.
Insanabile.
Tormento senza fine.

Sento persone che urlano.
Sempre di più.
Che espongono stipendi striminziti.
Pensioni che rasentano la povertà.

E non riesco a capire il loro ululare.
Quando ti espongono i conti.
Del come farò mai a far quadrare i conti del fine mese.
Come mai potrò a vivere con ancor meno.

Quello che non riesco a capire è una cosa molto semplice.
E non è la sola, ma parto da qui.
Nei motivi urlati e scanditi da tutte le voci dell’impossibile vivere.
C’è sempre e irrimediabilmente un mutuo.

Un debito.

Ma come è possibile?
Con quale aspettativa l’hai contratto?
Su quale illusoria sicurezza?
Con quale sensata speranza?

Se eri povero perché hai comprato una casa?
Perché quella folle necessità di sentirti uguale solo a quella condizione?
E l’hanno fatto tutti, poveri e ricchi.(case,barche,suv, e chi più ne ha più ne metta ….).
In proporzione, ma non in diversità.

Fino ad accumularne uno insanabile.
Eterno.
Comune.
In proporzione ma non in diversità.

La mia era una povera famiglia contadina.
Che ha pagato sempre tutto, se aveva da pagare, solo a quella condizione.
Andandosene senza lasciare nulla, nessuna ricchezza ma neppure i debiti per un funerale.
Nulla, neanche un debito, se ne sono andati in pareggio.( molto prima del 2013, sfortunatamente ....)

Erano persone oneste e laboriose.
E in quanto tali non sono state premiate dal modello.
Che nel debito ha alimentato la sua crescita eterna.
Basata oltre che sull’energia fossile anche su un’altra forma di energia ancora più grande: la povertà.

Eterna anche quest’ultima, quanto finita la prima.

Siamo stati cinesi e indiani anche noi.
Non prendiamocela con loro.
Avremmo dovuto evolverci.
Non far loro concorrenza.

I dazi dovremmo lasciarli applicare solo a loro.
E anche i debiti.
Se mai fossimo stati in grado di evolverci davvero.
Con l’energia più grande ed eterna di tutte, anche rispetto la povertà: l’intelligenza.

Siamo rimasti troppo cinesi, debito eterno.

Con le abitudine e le movenze da texani.
Senza capire il perché della concessione.
I miei genitori hanno lasciato la ricchezza di un insegnamento: l’onestà.
Troppi altri quella dei texani: lo spreco.

Debito eterno.
Insanabile.

Mi concedo, nel mio tormento e frustrazione, una piccola comprensione.
Rispetto ai texani finti.(molti degli urlatori di prima - non tutti, non tutti .......).
Le infinite “Las Vegas” dei nostri bar e non solo bar, zeppi di slot machines.
Le infinite code alle ricevitorie del lotto e delle scommesse.(ma non è vietato il gioco d’azzardo da noi?)

Nell’inutile e ancora persistente illusione texana di tornare a tasche gonfie.
Lasciando molti altri a tasche vuote.
Tutti tranne uno:
lo Stato che così avrà almeno ancora qualche pensione da pagare.

Debito eterno, eterna povertà.

Almeno un “per sempre” esiste.

FranzK. 


martedì 26 gennaio 2010

Non la solita musica.




 [http://www.youtube.com/watch?v=a_vwxSZzVQs&feature=related]

Quanto tempo è servito a costruire quel pentagramma.

Quanto per comprendere gli intervalli matematici delle note.

In modo che esse potessero risultare gradevoli.

In modo che producessero suoni, non rumori.

Adesso il problema è che si guadagna molto meno con la musica.

Ma pensate a quanto non la si conosce ancora adesso.

Perché il vecchio Archimede aveva tutti quei dubbi?

Gli intervalli numerici delle lunghezze delle corde vibranti assonate.

Cioè piacere, contro fastidio.

2,4,8 ……..i rapporti delle loro lunghezze.

Non 3,4,7,18.

Non a caso.

Il vecchio Archimede guardava le stelle incantate di notte.

Cercava di comprenderne i segreti.

E scoprì che alcune distanze fra di esse seguivano la stessa psicosi numerica delle note.

La musica delle stelle.

E si fermò lì, sfortunatamente al posto di cercare di comprendere il perché del piacere e del fastidio.

Si fermò ad un passo dall’ingresso principale di tutti i segreti: la mente e quello che viene dopo di lei.

Lo stesso posto dove siamo ancora fermi noi.

Sfortunatamente.

Avremmo dovuto provare a comprendere di più.

Ma per noi non c’erano le stelle a distogliere lo sguardo dal vero problema ma le possibili speculazioni.

Comprendere il perché di quel piacere o, fuori dalle incomprensibili“regole”, del fastidio.

Perché il piacere?

Cosa può essere?

Come può un suono dentro a quelle regole matematiche scatenare gioie e dolori?

Come può cantarle?

Tanto che niente altro forse può di più?

E poi crediamo di sapere cos’è la felicità e la fisica degli elementi.

Ma nulla sappiamo della musica.

E del gradevole o del fastidioso che scava in fondo a materia grigia incompresa.

A volte sono preoccupato di tutto questo.
Della sensazione di onnipotenza che affidiamo ad un numero e del suo vuoto di conoscenza vera.

Non si crederà di conoscere per capacità di misura?
Sarebbe drammatico esserne convinti.
Si potrebbe correre un grosso rischio.
Un rischio davvero inaugurabile.

Cercare energia senza conoscere il senso della Felicità.
Quello vero.

Quello che non si può misurare.

Ma solo cantare e  suonare.

Franz.K