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mercoledì 6 marzo 2019

Il Tempo Del Silenzio





C’è un tempo
C’è né uno
Non tanti
Non musicale
Non un 3/4 , non un  6/8 , non un mazurca o un tango
C’è un tempo per agire
Per fare
Per parlare anche troppo
Per dilaniarsi e combattere
Per ragionare e produrre
C’è un tempo per essere cosciente
Lucido
Più di un wafer di silicio
Pronto alla fotoincisione
Pronto agli acidi corrosivi
Pronto ai transistori e anche molto di più
C’è un tempo dove pazientare come un gatto
Che caccia un topo
C’è un tempo dove scattare come un felino
Per catturare la preda
La vita
La sopravvivenza
La tua e forse anche la sua
È un segreto
Come quel tempo che lo identifica
Che lo scandisce
Che ne conta i millisecondi
Non di una semina
Per un auspicato e insicuro raccolto
Ma peggio
Perché non dipende dal meteo
Di un solo necessario agire.

C’è un altro tempo
Che non so se viene prima o dopo
Ma arriva
Prima o poi
Che invoca alla tua saggezza
Per essere accettato
Vissuto
“Subìto”
Perché siamo tanto stupidi
A volte
Che “subire”, accettare e vivere sembra debolezza
Non virtù di certo
E non si sopporta facilmente e felicemente
Questo tempo nuovo
Che viene prima o dopo
Ma che arriva
Dove pare che sia necessario
Chinare il capo
Farsi piccoli
Scomparire
Stracciare le catene neuronali
Che uniscono e ti sferzano
E ti invocano e chiamano
Come il misterioso canto delle sirene per Ulisse

“Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutti sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice”.

Legati a questo tempo allora
Non all'albero maestro della nave
Né alla tua presunta forza
Dell’altro tempo
Quello dell’agire

Perché non so quando arriva
Se prima o dopo il tuo ardire
Ma arriva
E non servirà più il tuo ardire

Ma la tua misericordia

Perché arriva

Il tempo del silenzio

FranzK.


martedì 30 ottobre 2012

Risorse & Verginità.



















http://www.youtube.com/watch?v=i2NTuRqe4qM



Tempo fa, mi sembra passato un secolo, scrivevo a proposito dell’energia e della felicità.
Scrivevo dell’efficienza, provavo a scrivere, oltre che a dimostrare, di quanto essa non sia miseria ma il suo contrario.
Meno spreco = più consumo, consumo come fruizione di un bene, definendolo “valore” per produrre altro bene, più evoluto, altro valore più raffinato e congruo con la nostra strada obbligata.
Spreco come uso errato di una risorsa che come tale è un valore “finito”, non infinito.
Forse non riuscivo a trattenermi da un piccolo accento polemico, temo arrogante a volte.
Era solo un tema, non chiuso in se stesso, ma dati i tempi, un tema che ritenevo importante.
Non interessava a nessuno o forse disturbava troppi, non importa, è necessario essere “cool” e non è per tutti.

Parlavo  dell’esempio dell’isola di Pasqua, “Rapa Nui”, della sua misera fine.
Aveva tutto quell’isola , proprio tutto.
Era un luogo dove si viveva felici con tutto il necessario .
Un luogo pieno di risorse insomma, di quelle “rinnovabili” oltremodo, se ne rispetti la natura, il tempo perché la fotosintesi clorofilliana possa rigenerarsi.
Sono riusciti a farne un deserto per ergere statue sempre più alte in onore di un “Dio”, quello degli sprechi.
È passato tanto tempo da allora, sono solo cambiati gli dei forse, non gli impulsi, le fregole umane …. e non sono un “verde”, sono solo un piccolo uomo con i suoi piccoli occhi.
Oggi ho letto una notizia che sembra non abbia nulla a che fare, ma non sono sicuro della sua estraneità.
Quanto meno per quello che ha suscitato in me.
Leggo di una donna, non l’unica, che ha messo all’asta la sua verginità, per una congrua cifra.
L’asta è stata vinta da un giapponese, che pagando profumatamente, potrà dire : “ sono stato il primo”.
E lei, dopo potrà viaggiare, fare provini cinematografici, studiare, vivere insomma e dati i tempi, direi bene, vista l’entità della cifra battuta.
So che qui nel web si è parlato molto dell’argomento, in tutti i sensi.
Io non voglio tentare l’originalità, che non mi appartiene di sicuro come qualità, ma solo fare qualche considerazione, neppure troppo lucida.
La notizia mi ha rimandato alla crisi economica, non so perché, una visione forse e basta.
O forse no.
Questa estate ho visitato la Russia, la Russia ho detto, attenzione, non l’ex Unione Sovietica.
Ho parlato con molte persone, ho guardato, ho girato un po', per il poco tempo della mia permanenza e quello a  disposizione per girare.
Ho visto cose che in un precedente viaggio in Bielorussia nel 1994, sono risultate inimmaginabili.
Ma appunto mi dicono che la Bielorussia non è la Russia, è solo una colonia, anche adesso.
Un po' come la Grecia e la Germania , oooppps, scusate, l’Europa …….
In una parola ho visto una infinita ricchezza.
Risorse che nell’uso sconsiderato e nello spreco senza riserve, sembrano proprio infinite.
Teleriscaldamento per migliaia (non cambierebbe fossero solo centinaia) di chilometri con tubi leggermente coibentati e avvolti in una sottile lamiera completamente schiacciata, aria irrespirabile, acqua imbevibile, ville da mille e una notte.
Acqua calda sempre aperta, lampadine mai spente.
Mi è stato detto che costa poco ……… qualche euro al mese ……. senza contatori …………
Il solito valore numerico del denaro, non quello del tempo, del finito e dell’infinito ……. uomini della finanza spiegatemi per favore.
Comunque ho pensato : fortunati loro, loro che abbiamo pensato come poveri per tanto tempo quando noi non abbiamo mai avuto proprio nulla e siamo diventati “ricchi” o abbiamo solo creduto per un po' di esserlo.
Non abbiamo nulla di risorse intendo, abbiamo solo grandi necessità ma nessuna risorsa o davvero poche.
Come avrebbero potuto essere coinvolti i miei interlocutori cirillici in un discorso di efficienza?
Hanno tutto, sono in pochi, gli sprechi insensati li abbiamo fatti anche noi che non avevamo nulla …… e in proporzione al territorio, proprio come i Giapponesi viviamo in un formicaio.
Tornando in Italia, forse per la prima volta, ho visto con altri occhi un paese davvero povero, un paese senza nulla.
Di risorse intendo, di quelle primarie, del petrolio, del gas, dei 108 elementi della tabella di Mendeleev ….. di quelle che nel mondo imperiale della finanza, e nel mondo in generale ti fanno ricco.
Tornando qui, dopo pochi giorni di opulenza e spreco di risorse, la domanda ricorrente è stata: ma cosa abbiamo noi?
Esigenze, necessità, nessuna risorsa che sgorga libera dalla madre terra almeno quella che è “nostra” di diritto.
Chissà se è per questo che con poco grano siamo diventati bravi a fare la pasta ……
Piuttosto che le altre cose ( poche forse) che siamo bravi a fare con le mani e con la testa perché abbiamo solo quelle.
L’unica risorsa.
E nel troppo poco (e ormai molto superato) di quelle volenterose mani e di quelle contaminate e quindi evolute teste abbiamo avuto la necessità di vendere anche altro.
Come molti altri che non hanno nulla,  e che quindi “dipendono” da chi possiede le vere ricchezze, quelle libere delle terra che calpesti e affermi come “tua”.
Ci siamo venduti sempre e con chiunque ci potesse pagare, e non è legge del libero mercato , della domanda e offerta … qui Adam Smith temo abbia poco a che fare …..
È solo necessità di chi non ha nulla o troppo poco.
 Così abbiamo inventato mille verginità , mille imeni: da portaerei del mediterraneo a improbabili unità per  protezione da eventuali invasioni islamiche e mille e mille altre cose, mille altre verginità.
“Ognuno dà quello che ha” scriveva D’Annunzio scaricando cioccolato e caramelle su Vienna dopo che gli Austriaci avevano scaricato il loro sterco su Milano ……..
Sfortunatamente gli austriaci sanno fare l’acciaio, i nostri cioccolatini li compriamo in Cina contraffatti ….
E forse è proprio solo così.
Ognuno ha la sua singolare verginità da vendere, sotto forma di gas in cambio di elicotteri personali gratuiti, ville in Sardegna e belle donnine disponibili, piuttosto che bei palazzi antichi e pieni d’arte, fino alle pizze e ai mandolini, a Celentano che recita Shakespeare e Al Bano che insegna italiano nell’ex cortina di ferro ……..
Non credo esistano problemi di etica o morale.
Solo e soltanto necessità.
E ognuno per compensarle, risolvere, vende ciò che ha, seguendo la necessità di altri disposti a pagare per risolvere le loro.
Verginità solo appena differenti e rinnovabili, oltretutto, secondo le tendenze del momento.
Può esser gas o intelligenza, dipende dalla contingenza storica …..
Imeni rigenerabili insomma, basta trovare il giapponese giusto, basta che ne esista almeno uno in quel momento che abbia la sua fregola, ti ripaga un'altra volta solo per poter dire “ sono stato il primo”. ( e non gli interessa poi molto che l’imene sia solo chirurgia plastica …).
Come per l’ultimo re di Rapa Nui che offriva al suo Dio la statua più alta, un altro imene rigenerato, e la fine di un paradiso e del suo popolo.
Chissà ……. pensavo …… (dai pensavo per modo di dire …… )
Chissà se le risorse avessero un copyright “creative commons”.
Patrimonio di tutti, patrimonio dell’umanità.
Chissà che non troveremmo prima la strada, non la via d’uscita.
Dalle crisi, da orizzonti scuri.
Tutti insieme perché siamo legati tutti insieme da un unico destino, sorte, compito.
Ma forse anche l’imene di tutte le donne dovrebbe avere gli stessi diritti, doveri.
E non sono affatto sicuro che potrà mai essere così.
Temo di no.
Anche per loro, proprio come per noi.


FranzK.



mercoledì 8 febbraio 2012

Il mio Castello.





Eravamo partiti.
Il giorno dell’Epifania.
Per quel lungo viaggio.
Oltreconfine.
Io dovevo solo farvi da Virgilio.
Niente di più.
Voi dovevate fare.
Tanto e in poco tempo.
Sudore e fatica.
Io no.
Al massimo assistervi.
Consigliarvi.
Così ho deciso di portare con me quel libro.
Di quel Franz vero.
Di quel castello irraggiungibile.
E poi si dice del raziocinio.
Ho aperto le tende della mia stanza.
E nella notte c’era un castello.
Proprio davanti a me.
Mentre leggevo Il Castello del grande Franz.
Un caso?
Probabilmente sì.
O forse no.
Chissà.
Ho finito il libro prima del vostro duro lavoro.
Mentre contemplavo quel castello.
Ogni notte.
Tanto da confonderlo.
Da sentirlo vero.
Come quello irraggiungibile.
Del libro.
Che strana la vita .
A volte.
Metafisica davvero.
Per ci crede almeno.
Un segno o casualità?
Un segno per me che ci credo.
Passavo le notti.
A leggere quel libro.
Con le tende aperte.
Su quel castello vero.
O solo immaginario.
Quello irraggiungibile del libro.
Quello dove volevo portarvi l’ultima sera.
Che sembrava vero.
Raggiungibile.
E comprendo la vostra incomprensione.
Alla fine del vostro sudore.
Fatica.
Del mio volere.
Alla fine del mio leggere.
Leggero.
Incantato.
L’avevo compresa.
La mia folle iniziativa.
Per voi.
Di portarvi a cena .
Al castello raggiungibile.
E non in una disco-dance.
Dovevo sfatare l’irraggiungibile.
Come avreste potuto comprendermi?
Ma mi avete seguito.
Annoiati.
Come l’ultimo vostro dovere.
L’ultimo sudore.

Le indicazioni erano chiare.
Avreste cambiato idea.
Alla sontuosa cena.
Che avremmo fatto.
Lassù.
Al castello possibile.
Ero sicuro.
E le indicazioni erano chiare.
Saremmo arrivati in pochi minuti.
Era sicuro.
Poi la disco dance.
Ma dopo.

Guidavo io.
Nessun problema.
Nessuna paura.
Io non avevo sudato.
Stavo bene.
Ero pronto per raggiungerlo.
Il castello possibile.
Ne avevo necessità.
Desiderio.
La notte era chiara.
E le sue luci luminose.
Le indicazioni chiare.
Solo pochi minuti.
Pochi istanti.
E saresti stati contenti anche voi.
Solo pochi istanti.

Ma perché?
Perché non ci sono riuscito?
Le indicazioni erano chiare.
La strada unica.
A raggiungerlo?
Proprio come nel libro.
Perche?
Era lì.
Luminoso.
Sopra quella montagna.
Con un'unica via.
Semplice.
Ben indicata.
Mi chiedo perché.
Non ci sono riuscito.
Anche io.
A raggiungere il mio sogno.
Il mio Castello.
Finendo nella disco dance.
Anche io.
Perché?
Dimmelo tu Franz perché.
Anche il mio castello.
È uguale al tuo.
Irraggiungibile.


FranzK.


P.S.
Una storia vera.

martedì 31 gennaio 2012

Im-potenza.



In silenzio, nel rispetto della morte dovuta all'ingiustizia, di tutti gli innocenti del mondo, grandi e piccoli.


Un’altra considerazione di qualche tempo fa che voglio riproporre, nel ricordo di notizie riguardo il Corno d’Africa e i suoi bambini morenti ….:

I chili di troppo inquinano”, lo dicono i ricercatori della London School of Hygiene Tropical Medicine, attraverso uno studio pubblicato sull'International Journal of Epidemiology. 
Bene. 
Ora che la notizia possiamo considerarla certa, data la fonte, credo sia interessante fare qualche considerazione. 

I chili di troppo, dato che non è specificato, penso si riferiscano all’eccesso di grassi conseguente ad una cattiva alimentazione e non , ad esempio, all’eccesso di massa rossa muscolare come conseguenza della trasformazione di un eccesso di grassi attraverso la frequentazione di palestre “ginniche” (J) o di consumo di steroidi e anabolizzanti …... 

Perché credo siano necessarie, rispetto alla Verità della morte, risposte certe a queste domande. 
Tra un uomo in eccesso di grasso di grassi o “grasso” di muscoli: 
  • quale pesa di meno? 
  • quale produce meno CO2
Poi: quale sta meglio? 
Cioè: uno dei due si può considerare in “salute”? 
oppure: quale spreca meno energia

Se qualcuno possiede risposte “ovvie”, prego si faccia avanti. 
In riferimento invece all’immagine del post i quesiti sono invece questi: 
  • l’uomo a sinistra raffigura una immagine significativa riguardo l’efficienza
  • l’alimentazione del gatto al centro può essere correlata con il possibile aumento del Pil
  • il bambino magrolino a destra è in linea con i principi dell'equità e del rigore?

Quale dei tre soggetti rappresentati vi sembra avere uno sguardo  “felice"?

……. fa lo stesso se non si vede bene quello del bambino a destra?

eh?
come?
la crisi, la finanza, la politica, le lobbie, le congregazioni, le caste, le aggregazioni, le polemiche?


……. fa lo stesso vero, se non si vede bene lo sguardo del bambino a destra?


FranzK.

domenica 22 gennaio 2012

Crisi di modelli.





Una sera, sono rimasto colpito da una frase.
Non ricordo sfortunatamente il nome delle persona che l’ha enunciata.
Diceva pressappoco così:
“siamo passati dalla necessità di riuscire a produrre per poter consumare a quella di dover consumare per poter produrre”.
Sintetica, quanto forse ben centrata, lucida.
Non so neppure se ha necessità di un commento, di una spiegazione.
Mi viene in mente Ford, quello delle automobili.
Della sua semplice formula: un automobile per ogni americano, per la sua libertà, in una terra fatta di immense distanze.
Nel 1917 tre milioni di Ford-T , tutte uguali per un uguale libertà per tutti.
Indusse nel sua azione un modello, dove la “necessità” di tutti passava per la possibilità per tutti di poterla acquisire.
Grazie proprio al “lavoro” diretto e indotto da quell’azione, da quell’idea.
L’automobile esisteva già.
Ma attraverso un pensiero divenne economia, crescita, fruizione di un bene.
Per tutti, nella redistribuzione di risorse estratte, rispetto ad un modello di sviluppo con una finalità condivisa.
Credo che Ford, dopo Smith, creò il modello economico-sociale nel quale viviamo ancora adesso.

Dietro c’era tanta conoscenza, tanta scienza dopo il “buio” medioevale.
Ma non ancora un modello “economico”, pratico per sfruttarne le potenzialità.
Un modello che faceva dei “poveri” il motore principale, della loro necessità di “avere” in cambio del “dare”.
Che ne giustificava i debiti, perché c’era la possibilità di pagarli.
Bastava darsi da fare, e da fare ce n’era per tutti bastava averne “voglia”, volontà.
Avrebbero anche loro, lavorando, potuto comprarsi la Ford-T, la libertà di muoversi e attraverso questa di interscambi are ancora di più, più opportunità, più idee, più condivisione.
Un modello su larga scala, forse ancora più grande, almeno per economia, a quello delle armi, degli armamenti.
Se penso all’indotto dell’industria automobilistica, alle tecnologie che ha generato, al loro continuo miglioramento, non ho dubbi sull’economia che ha giustificato e prodotto.
A tutte le azioni imprenditoriali e a tutte le battaglie per i diritti dei “lavoratori”.
Lavoratori e clienti allo stesso tempo.
Un cerchio ben chiuso.
Un modello privo di falle.
Un modello che ha dato origine al sistema bancario della finanza.
Al sistema di prestito di denaro di chi possedeva le risorse molto prima di chi possedeva la Ford.
Le ricchezze delle risorse primarie che attraverso la Ford trovavano il modo di essere maggiormente valorizzate.

Attraverso l’azione diretta di prestare a Ford il denaro per le sue “imprese” e ai suoi dipendenti quello di acquistare un “automobile”.
E nessuno da nulla per nulla, quindi oltre al maggior valore delle risorse possedute, anche quello derivato dagli interessi da incassare sui prestiti concessi.
A tutti, dai Ford ai suoi dipendenti.
Gli anni della Cina americana, di nuovo per un eccesso produttivo, un offerta che superava la domanda finirono nella crisi del ventinove.
Ma bastava correggere il modello, spostare le necessità altrove per risolverlo, senza assolutamente cambiarlo.
Dall’automobile, alla casa, ai servizi, a tutti gli indotti, non da ultimo una guerra.
Il modello non è mai cambiato, è sempre quello.
Si è ripreso, si è riseduto a cicli continui.
Crisi e riprese, nel succedersi l’una all’altra senza mai cambiare quell’anello ben chiuso, sicuro.
Un modello che ha dato molto, tanto quanto ha trasformato irreversibilmente tantissime risorse, ricchezze.
Un modello che ci permette di essere qui a parlarne.
Diversamente da quello che, nel “comunismo reale”, non ha prodotto che il tentativo di un affermazione ideologica senza produrre una redistribuzione vera di ricchezza per tutti.
E in quella “non produzione”, alla fine, produrre solo la sua fine.

Non esiste un modello buono e uno cattivo.
Forse solo uno furbo e uno meno.
O uno che funziona e uno no.
Nessuno di noi sarebbe disposto a rinunciare ai beni acquisiti dal primo.
Nessuno di noi sarebbe terrorizzato dalla parola “recessione” se fosse così.
Parola che non riguarda solo noi, il nostro paese, ma proprio tutti.
Perché potrebbe essere che il modello a cerchio ben chiuso che prevede solo crescita per vivere sia lui stesso in crisi.
Sia lui la vera crisi.
Di nuovo per eccesso produttivo, per crescita che non sa più da che parte crescere.
E forse non basta correggerlo questa volta, non è sufficiente spostare obiettivi, necessità.
La domanda è semplice, e riprendo da dove sono partito.
Se è vera l’affermazione:
“siamo passati dalla necessità di riuscire a produrre per poter consumare a quella di dover consumare per poter produrre”.
Quanto di più e cosa di più dobbiamo consumare per poter giustificare il produrre e le sue leggi che ne governano la redistribuzione delle ricchezze?
E ne sostengono in tal modo le sue virtù.
E forse ancora più del quanto è il cosa che mi preoccupa.
E per cosa.

Leggevo che dopo la costruzione dei grattacieli più alti segue sempre una crisi economica.
Chissà perché.
Forse è solo perché nel costruirli abbiamo fatto un’opera solo speculativa, ma non utile.
Senza quindi aver generato nessuna continuità, nessun futuro.
Quanto lo abbiamo generato per tante necessità vere, indiscutibili.
Al di là della loro sostenibilità, al di là di qualsiasi risorsa irrimediabilmente trasformata.
Che il cerchio si stia incrinando?
Che quell’anello non sia più ben saldo e saldato su se stesso?
C’è stato un rinascimento intellettuale prima del modello.
La chimica che da “magia” è divenuta scienza.
La matematica e la fisica che hanno spiegato misteri.
E poi un’esplosione di intelletto, non di bombe.
E temo che altre bombe come quelle del ’45 non ritroverebbero risorse sufficienti per una ricostruzione, un’altra “crescita”.
Temo che il “fare e disfare è sempre lavorare” non basti più.
E nel caso non trovassimo più un valido “per cosa”, valido in quanto necessario, potrebbe essere la fine anche di questo modello.
Come un automobile più che senza benzina, senza ruota di scorta e con quattro coperture forate.


E non è terrore quello che deve attraversarci le vene.
Ma la voglia di cominciare il nuovo, anche se differente.
Di guardare altrove, di confrontarci, di non cedere all’abbruttimento, alla non speranza.
Di non cedere alla tentazione di credere che non esistano soluzioni, speranze vere.
È la forza, non la paura che deve attraversarci le vene.
E un desiderio che è forse l’unica necessità senza fine, anche se è difficile, difficilissimo.

La capacità e il coraggio di ricrederci se è necessario, di crederci che è coraggio ancora più grande.
Di rinascere, differenti.

FranzK.

mercoledì 28 dicembre 2011

BOT di capodanno.






È davvero illogico.
Che io mi debba occupare di queste faccende.
Ma ci provo, sperando di non andare fuori tema.
Cosa sono i Bot, i buoni ordinari del tesoro e a cosa servono?
Probabilmente lo sanno tutti, o almeno tantissimi ma qualcuno, da quello che sento, proprio no.
Sono delle specie di cambiali emesse dalla stato per finanziare nel breve periodo il suo debito.
Cambiali sulle quali è necessario come ovvio, riconoscere un interesse.
Nessuno da niente per niente.
Proviamo a pensare a una famiglia che guadagna 10 e spende 12.
Tutti i mesi, tutti gli anni.
È in difetto di un -2 che dovrà necessariamente procurarsi per mantenere il suo status.
Tutti i mesi, tutti gli anni.
Proviamo a pensare alle nostre famiglie, alla nostra personale.
In una situazione di questo tipo.
Andremmo da un amico “ricco” a chiedere un prestito.
Lui lo concederebbe chiedendo in cambio la sua restituzione con un piccolo interesse.
Tutti i mesi, tutti gli anni.
Ma siamo proprio sicuri che faremmo in questo modo, nel caso della nostra famiglia?
Sicuri, sicuri?
Perché appare scontato che vivendo già nel “debito” gli interessi sul prestito perenne non farebbe che aggravarlo ancora di più.
Proviamo a pensare alla nostra famiglia.
Concentriamoci.
Io sono certo che non faremmo così.
Non facciamo così.
Ne sono sicuro.
Quanto sono sicuro che chiederemmo un prestito per sostituire la lavatrice rotta o per far proseguire gli studi a uno dei nostri figli.
Sapendo che dovremo fare dei piccoli sacrifici per pagarne le rate.
Tutti i mesi, tutti gli anni.
Due situazioni completamente differenti.
Opposte.
Nel primo caso, in quella famiglia, vista da dentro o da fuori, c’è sicuramente qualcosa che non funziona.
Un famiglia di matti, per dirla con simpatia.
Che sicuramente al suo interno ha qualcosa che non va a livello strutturale.
Nella secondo caso è proprio l’opposto.
E sono certo che è la nostra famiglia personale.
Che, al minimo,ha necessità di una lavatrice nuova per mantenere uno status “logico” acquisito, piuttosto che fornire, ad esempio ad un figlio, una opportunità di vita migliore.
Vale anche per un impresa, non solo per una famiglia.
In fondo un impresa, un’azienda, non ha una struttura tanto differente da una famiglia.
In breve, nel primo caso il prestito richiesto e concesso, è fuor di dubbio che mantiene uno stato di cose insostenibili alimentandone nella continua crescita del difetto solo l’insostenibilità e prestandosi facilmente a una forma di speculazione selvaggia e senza regole.
Provate a mettervi nei panni dell’amico “ricco” che tutti i mesi, tutti gli anni concede quel prestito.
Provate a pensarci seriamente.
Insomma ……..
Nel secondo caso, a differenza dal primo, il debito si chiamo investimento.
Ossia la forma di finanziamento che permette, al minimo di mantenere e, nella sua massima virtù, migliorare.
Finanziamento che nel non poter essere pagato subito viene dilazionato nel tempo a fronte di piccoli sacrifici quotidiani.
In parole semplici la nostra famiglia virtuosa che guadagna 10 e al massimo spende 10, dovrà in quella spesa al peggio alla pari, detrarre una piccola cifra per ripagare le rate dell’investimento.
Dovrà togliersi qualcosa per avere qualcosa.
E l’investimento in questo caso produce non un debito ma una crescita.
Fosse solo per il figlio che può frequentare l’università, a fronte dei genitori con la sola terza media.
Ma sbaglio o le nostre famiglie, più o meno le gestiamo in questo modo?
Le hanno gestite così i nostri padri, i nostri nonni credo.
Tutti i mesi, tutti gli anni della loro vita.

Nella prima famiglia c’è davvero qualcosa che non va, che non funziona.
Qualcosa di “strutturale”.
Qualcosa di “simpaticamente” o drammaticamente folle.
Tipo un figlio tossicodipendente al quale i genitori non hanno il coraggio di tagliare il vizio, di affrontare il problema.
O che per mestiere, …………  fanno i narcotrafficanti.

Spariamo BOT questo capodanno?

FranzK.

lunedì 19 dicembre 2011

Mercati scoperti.





Che cosa sono i “mercati”?
Gli uomini neri che ci tormentano con crisi e relative conseguenze?
Ne ho lette e ascoltate di tutti i colori, quanto voi, e credo quanto voi non sono riuscito a capirci un bel nulla.
Finanza, banche, titoli di stato, tasse e ancora tasse, decrescita, crescita, pil, debito, rating, indici di borsa ……
Ma la domanda che credo sia comune non ha mai una risposta vera, reale, semplice.
Che cosa sono i “mercati”?
Mi chiedo perché nessuno li vuole spiegare, in modo comprensibile, quanto in modo comprensibile saremmo in grado di spiegare a tutti la relatività.
Come,  prima di scrivere formule e formulati, l’ha osservata e “intuita” Einstein, mentre fotocopiava insulse pratiche burocratiche all’ufficio brevetti di Ginevra e studiava Fisica seguendo corsi serali ……….
Privo completamente di LHC, solo con una semplice intuizione, almeno all’inizio.
La velocità di un treno, la sua percezione, cambia con la distanza dell’osservatore.

Che cosa sono i “mercati”?
Partiamo da qui, con lo stesso semplicismo, sperando sia solo semplicità.
Immaginiamo una piramide al cui vertice c’è una risorsa, immensa: l’energia.
Un mare di petrolio, carbone e metano in altre parole.
Appena sotto l’intelligenza cognitiva, che sfregati due legnetti insieme produce una scintilla e di conseguenza a quell’energia fa prender fuoco.
Sotto ancora, di un livello l’intelligenza emotiva, il Q.E. che sommata alla prima riesce a trasformare quel calore in movimento, in navi, ponti, automobili, computer, lavastoviglie, mobili, case ……..
Sotto di un altro livello è necessaria la buona volontà, la “mano d’opera”.
Per realizzare tutto questo.
Energia + intelligenza + buona volontà = finanza.
Ossia il denaro che smette di misurare scambi, stagioni fortunate o meno e diviene solo la crescita del “sempre di più”.

Per tutti.
Nelle dovute proporzioni ma per tutti.
In modo social tanto per intenderci.

I mercati sono energia prima di tutto.
Per essa si fanno guerre, è la punta della piramide.
Per l’intelligenza non servono guerre, si può comprarla, con semplici transazioni di maggiori benefit.
Essa permette di trasformare l’energia in bene, su larga o piccola scala, di avviare il processo della sua valorizzazione.
Per il terzo livello, la buona volontà, di guerre ne servono ancora meno.
Tanti poveri, tante necessità per le quali tutti, da poveri siamo disposti a tutto.
I mercati non sono una cosa cattiva, né fatta di uomini neri, nell’assoluto intendo.
Nel relativo dobbiamo solo comprenderli.
L’energia la posseggono in pochi.
L’intelligenza la possedevano in pochi.
La buona volontà, ossia la necessità della povertà, non ha mai fine.

Le leggi dei mercati hanno dato la possibilità a tutti di vivere meglio.
In proporzione alle sue leggi ma meglio.
Ma i mercati sono fatti di conti, di cifre, di valore.
Quindi l’intelligenza che possedevano in pochi, ora la posseggono in molti.
Diversamente dall’energia, che saranno sempre in pochi a possederla.
E la buona volontà delle necessità della povertà basta cercarla dove la si ritrova in maggior misura.
Non diamo giudizi.
Per un momento esentiamoci dall’indignazione.
È un analisi semplice, come osservare un treno che corre da vicino o lontano.
I mercati sono la competitività offerta, più è elevata più fornisce guadagni.
Ma pensate proprio che noi ragioniamo in modo differente?

Se fossimo noi i proprietari della punta della piramide, metteremmo l’etica sociale o il nostro personale guadagno come obiettivo primario?
Ragioniamo tanto diversamente nella nostra vita privata?

I mercati sono produrre di più, a meno prezzo e con maggior guadagno.
Non è neanche importante l’eventuale vera utilità del prodotto.
L’importante è che sia vendibile, in qualche modo ad un numero elevatissimo di persone, a tutti se è possibile.
Questo è il modello.
La sfida è questa.
Che piaccia o no è solo questa.
Sapete cosa vendono i vari Google, Facebook, Yahoo e quella che viene chiamata ultimamente “tecnologia”?
Informazioni.
Non pubblicità.
Informazioni attraverso le quali produrre ciò che saremmo disposti a comprare.
Informazioni e tendenze, ecco perché valgono così tanto, nei mercati.

Danno loro le indicazioni sul da farsi, non sull’utilità del da farsi, ma sul da farsi dei nostri desideri.
Quelli per i quali siamo disposti ancora a far debiti.
Legando a doppia corda le nostre mani al nostro futuro.
Desideri globalizzati, in modo da produrre con più efficienza.
Questo è il modello.
Che piaccia o no.
I mercati hanno necessità di sapere cosa vogliamo per poterlo progettare, produrre e vendere al minor prezzo e con il più elevato guadagno.
Poche regole, molto ben chiare.
Che in sistemi con troppe regole non vanno tanto d’accordo.
Scappano in altri, con meno regole e più disponibilità.

Adattando eventualmente i primi ai secondi, mai viceversa.

Il modello è questo.
E se vogliamo sopravvivere questa è la sfida.
Ci pensate se qualcuno avesse un intuizione?
Tipo Einstein.
Per cambiare l’apice delle piramide?
Cosa potrebbe o dovrebbe fare?
Il modello cambierebbe, inesorabilmente.
Ma in quale modo, quante croci dovrebbe contare?
Meglio solo la sua.
Nel silenzio.
Possibilmente contemplata in una morte naturale.

FranzK.


venerdì 16 dicembre 2011

Debito eterno





Non riesco a capire.
E il non capire mi procura frustrazione.
Insanabile.
Tormento senza fine.

Sento persone che urlano.
Sempre di più.
Che espongono stipendi striminziti.
Pensioni che rasentano la povertà.

E non riesco a capire il loro ululare.
Quando ti espongono i conti.
Del come farò mai a far quadrare i conti del fine mese.
Come mai potrò a vivere con ancor meno.

Quello che non riesco a capire è una cosa molto semplice.
E non è la sola, ma parto da qui.
Nei motivi urlati e scanditi da tutte le voci dell’impossibile vivere.
C’è sempre e irrimediabilmente un mutuo.

Un debito.

Ma come è possibile?
Con quale aspettativa l’hai contratto?
Su quale illusoria sicurezza?
Con quale sensata speranza?

Se eri povero perché hai comprato una casa?
Perché quella folle necessità di sentirti uguale solo a quella condizione?
E l’hanno fatto tutti, poveri e ricchi.(case,barche,suv, e chi più ne ha più ne metta ….).
In proporzione, ma non in diversità.

Fino ad accumularne uno insanabile.
Eterno.
Comune.
In proporzione ma non in diversità.

La mia era una povera famiglia contadina.
Che ha pagato sempre tutto, se aveva da pagare, solo a quella condizione.
Andandosene senza lasciare nulla, nessuna ricchezza ma neppure i debiti per un funerale.
Nulla, neanche un debito, se ne sono andati in pareggio.( molto prima del 2013, sfortunatamente ....)

Erano persone oneste e laboriose.
E in quanto tali non sono state premiate dal modello.
Che nel debito ha alimentato la sua crescita eterna.
Basata oltre che sull’energia fossile anche su un’altra forma di energia ancora più grande: la povertà.

Eterna anche quest’ultima, quanto finita la prima.

Siamo stati cinesi e indiani anche noi.
Non prendiamocela con loro.
Avremmo dovuto evolverci.
Non far loro concorrenza.

I dazi dovremmo lasciarli applicare solo a loro.
E anche i debiti.
Se mai fossimo stati in grado di evolverci davvero.
Con l’energia più grande ed eterna di tutte, anche rispetto la povertà: l’intelligenza.

Siamo rimasti troppo cinesi, debito eterno.

Con le abitudine e le movenze da texani.
Senza capire il perché della concessione.
I miei genitori hanno lasciato la ricchezza di un insegnamento: l’onestà.
Troppi altri quella dei texani: lo spreco.

Debito eterno.
Insanabile.

Mi concedo, nel mio tormento e frustrazione, una piccola comprensione.
Rispetto ai texani finti.(molti degli urlatori di prima - non tutti, non tutti .......).
Le infinite “Las Vegas” dei nostri bar e non solo bar, zeppi di slot machines.
Le infinite code alle ricevitorie del lotto e delle scommesse.(ma non è vietato il gioco d’azzardo da noi?)

Nell’inutile e ancora persistente illusione texana di tornare a tasche gonfie.
Lasciando molti altri a tasche vuote.
Tutti tranne uno:
lo Stato che così avrà almeno ancora qualche pensione da pagare.

Debito eterno, eterna povertà.

Almeno un “per sempre” esiste.

FranzK. 


giovedì 21 gennaio 2010

La miniera della Felicità.2-3




 [http://www.youtube.com/watch?v=YspaFgAV7D4]

 [http://www.youtube.com/watch?v=i-0VKYai49g]

Erano anni ormai che tracciava in continuazione le compressioni della crosta terrestre.
E analizzava campioni di roccia provenienti da incredibili profondità.
Fino quasi al magma.
Anni che trascorreva le notti senza sonno al tenue lume di un led di ultima generazione per cercare di capire dove posare la trivella.
Definitivamente.
L’ultima unica possibilità.
Gli errori non sarebbero assolutamente stati più sostenibili.
La fragilità del manto superiore, in alcuni punti, era ormai tale, da non essere sicuro anche per il solo passaggio dei mezzi sottomarini di trasporto.

E dire che ad un certo punto tutti avevano temuto il peggio per la questione dell’energia.
Quella profonda crisi che, nei primi decenni del secolo, aveva rischiato il conflitto.
E non secondo le storiche e logiche preveggenze.
Non una guerra interplanetaria dunque ma una alquanto più pericolosa.
Tra vicini di casa.
La guerra vera insomma.
Poi si era risolto tutto, per fortuna.
Con quella completa trasformazione della materia ……
E adesso si era al peggio.
E toccava a lui.

Tutti avevano stupidamente sottovalutato, dopo la conquista della trasformazione della materia in energia, che sembrava assicurare l’infinito, il problema della Felicità.
Gli umani, passata la paura dell’estinzione delle risorse e della conseguente autodistruzione, avevano trovato nell’infinita energia disponibile,  non uno stimolo per nuovi orizzonti, ma uno di aberrazione e miseria imprevisto e imprevedibile.
Nonostante tutte le teorie socio antropologiche, che prevedevano ed affidavano alla soluzione di quel problema tutti i motivi di un risorgimento culturale, che li avrebbe finalmente spinti oltre i confini dell’universo conosciuto.
Un poco si era esagerato con queste considerazioni ma nessuno avrebbe potuto prevedere il baratro di quel reale presente.

Con la piena soddisfazione delle necessità di quarto ordine gli umani avevano completamento cessato di avere aspettative di qualsiasi genere.
E con esse erano finite tutte le possibili successive motivazioni alle pulsioni vitali, come, almeno,  fino a quel momento, erano state interpretate.
Il completo stato di abbandono di tutto, aveva generato un aberrante marcescenza che progrediva dai rifiuti putrefatti per le strade, al sonno privo di sogni delle infinite notti di quelle penose anime, prive ormai di espressione e aura.

Era la Felicità che si era rapidamente esaurita, non l’energia.
E nessuno lo aveva previsto.
Sarebbe d’altra parte risultato troppo difficile.
Le necessità erano da sempre state elette dal medio sentire come la sua incarnazione, il suo più intimo e profondo significato.
Ma al superamento di quelle di quarto ordine la verità era comparsa con tutto il suo dramma.
La Felicità era tutt’altro.
E la scoperta teorica della sua miniera sottomarina, vicino all’isola di Pasqua, era l’unica speranza di salvezza.

E toccava a lui la decisione.
Rimasto uno dei pochi al quale la “malattia” era ancora combattuta da anticorpi abbastanza robusti.
Una sola possibilità.
Poi tutto sarebbe sprofondato chissà in quale baratro del nulla.
L’estinzione avrebbe davvero finito con il compiersi pienamente.

Dove posare la trivella.
Dove e quando far partire la spedizione.
Quando cominciare il countdown.
Una domanda la cui risposta e la successiva decisione giocavano a rincorrersi con il gelido uguale ma differente della fine.

E la luce del led non era più sufficiente a far chiaro dentro i suoi dubbi.
E al suo convincimento della rinascita.
Al suo credere in qualcosa che sarebbe comunque cambiato.
Che avrebbe cambiato anche lui.

Ad un tratto il pensiero corse altrove.
Pensò al suo ultimogenito
Ai suoi occhi senza pupille
Al nero vuoto del suo sguardo.
Alla sordità del contatto fisico del suo sistema nervoso.

Alzò il cyberphone .
Compose il numero vocale.
“Codice cifrato” rispose una voce metallica al di là della connessione.
Lo scandì con calma, poi premendo il tasto “cancelletto” sussurrò:

Cominciate.

Franz.K

lunedì 11 gennaio 2010

Un possibile impossibile




  [http://www.youtube.com/watch?v=u1HmcvXFgaY]

Molti si chiedono dei misfatti del potere.
Dei suoi segreti nel cassetto.
Dei suoi condizionamenti.
Delle sue menti.
Dei suoi programmi.
Della sua programmazione.
Delle sue infinite possibilità.

Altri si chiedono dei fatti degli umani.
Della loro precarietà.
Dei loro desideri.
Delle loro necessità.
Delle loro debolezze.
Delle loro deboli forze.
Delle loro brevi vite.

Ora supponiamo che …….

Supponiamo che l’impossibile divenga possibile.

Cioè cosa?
Quale sogno?
Quali i cambiamenti?
In quale direzione?
Con quale stupore?

E’ di più che ci aspettiamo?

Più cose, più vacanze, più lavoro, più velocità, più ……..

O è “meglio” quello che vediamo come impossibile?

Perché “di più” e “meglio” hanno anche loro un punto di scontro che genera direzioni differenti.
Profondissime incompatibilità direzionali.
Il  meglio è in realtà “di più” mentre “di più” non è nell’assoluto“meglio”.

Astrazioni dite?
Giochi di parole?
Scritte così tanto per dire che scrivo su un blog?

Sarebbe davvero interessante sapere cos’è “l’impossibile sogno medio” degli uomini.
Vorrei tanto almeno contemplarlo se non comprenderlo.

Nel tempo di altre possibilità e di altre domande soprattutto.

Quali?

Una per tutte:

Se un giorno di questi capitasse che divenisse impossibile il possibile?

Franz.K