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martedì 29 maggio 2018

Il Valico e il Colle












https://www.youtube.com/watch?v=CmK-uaYFBJc



Quante volte lo stavo a sentire incantato, durante la mia adolescenza e non solo, il mio vecchio padre.
In quel poco, pochissimo tempo che il duro lavoro gli concedeva come pausa “famigliare”, prima di un necessario e precoce riposo.

Quel riposo che contava i minuti poco prima o poco dopo, al massimo le 21e 30, imposto dai tempi di una sveglia molto più precoce, ben prima che sorgesse l’alba, verso le 4e30.

Senza mai sosta e senza mai un premio, che si discostasse di poco dalla sopravvivenza offerta a noi, e alla sua famiglia. Senza mai sosta per 52 lunghi anni……

L’unico premio in palio era qualche opportunità in più per noi, null’altro, o forse anche altro …..l’onestà….., la dignità….e sempre un sorriso, mai un peso né per noi né per nessuno…….. se ne è andato senza debiti né crediti al netto di un funerale, ma ha lasciato un segno , una traccia indelebile e non solo in noi ma in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di incontrarlo..

Che fatica, che gioia e che “struggle” direbbero gli anglosassoni, parlare di lui, ricordarlo….

Sono stato un figlio molto fortunato, non capita così spesso.

Povero e fortunato, qualcosa di difficile da comprendere ad oggi e forse non solo ad oggi.

E chissà quanti come lui, tra nonni e trisavoli, hanno costruito e costruito senza mai un lamento senza mai un rammarico o una rabbia.

Tutto o molto di quanto ci circonda è figlio delle loro davvero “Sante” fatiche, entusiasmi, valori.

Credo ce lo siamo dimenticato un po’ troppo, abbiamo troppo poco rispetto per le “formichine operaie” che hanno costruito il nostro presente. Tutte insieme, chi con le mani chi con la mente: altro non avevamo se non sassi dei fiumi e rocce delle montagne, un po’ di legno, qualche rigogliosa palude, qualche bestia più affamata di loro e davvero poco, pochissimo d’altro.

Ma ho perso la via e cerco di ritrovarla.

Lo ascoltavo moltissimo quando mi raccontava della “guerra”, già la guerra alla quale era stato controvoglia destinato: dalla sua “palude padana” che si ostinava a lavorare per sfruttarne la rigogliosità ad un'altra palude, lontana, molto lontana e molto più “malsana” della sua: l’Albania.

Prima linea, punto.

Lui che non aveva neppure visto il mare, attraversò, prima di conoscerlo, l’intera penisola in treno e non si era mai spostato più di quanto una malandata bicicletta potesse concedergli.
Credo fosse all'incirca il 1943 forse 44, mio padre aveva 30 anni e senza di lui quella piccola azienda (famiglia) agricola avrebbe avuto davvero grandi difficoltà.

Ma era necessario, per la “madre patria” andare a conquistare altri popoli, chissà mai perché, ma era necessario.

Dagli innesti di rose come passatempo festivo si ritrovò a montare e regolare le ottiche di cannoni come impiego “full time”.

Lui che faceva fatica a sacrificare un coniglio per il pranzo della Domenica.

Comprese presto, nella sua innocente intelligenza, che la patria non è mai madre ma “matrigna” ed ebbe modo di scriverlo ad un cugino invidioso della sua posizione avanguardista da “prima linea”. E lo scrisse con un “patriottismo” profondamente radicato.

Ne avrei molte da tramandare, troppe forse, ma una di queste “storie” non la dimenticherò mai, forse supererà anche la decadenza della memoria nel tempo della mia senilità.


Beh, lo sapete.
In Albania non si combattevano gli Albanesi ma gli Inglesi, lo scontro era tra l’esercito Italiano e quello Inglese.
Era uno dei tanti “fronti” e non credo ci fosse qualcuno dalle parte “giusta” della Storia, “noi” sicuramente no, almeno.

( E’ mio convincimento che sia necessario stare dalla parte “Giusta della Storia” , in ogni caso o quantomeno se vuoi “vincere” in modo che la “Storia” mai abbia a contestarlo).

Loro, gli Inglesi non lo so uguale, lo dirà la Storia più in là, al momento pare fossero quantomeno in una posizione meno sbagliata della nostra, tanto è, che poi ebbero la meglio.

Non importa il “come”, come ben insegna il Macchiavelli.

Non importa che le popolazioni locali, del tutto estranee a quegli avvenimenti e dedite assai più dei “nostri” alla sopravvivenza frutto in gran parte dell’attività di poveri pastori o poco più, fossero ubriacate e mandate contro le nostre linee schierate con le mitragliatrici ad altezza “fianchi”, Machiavelli avrebbe senz'altro approvato.
E fino a qui si sa: la guerra è guerra, non l’ha concepita De Coubertin di sicuro.

E’ di un altro “mezzo” che non posso dimenticare il racconto:
Il servizio di “intellingence” dell’esercito Italiano, aveva scoperto che il nucleo più importante dell’esercito Inglese sarebbe passato lungo uno stretto valico ai lati del quale sorgevano due colli, due tratti altimetricamente elevati rispetto al passaggio stesso, alla gola.
Il risultato era ancora in parità, la partita era aperta e quella “scoperta” si prefigurava come una “manita” calcistica.
L’esercito Italiano appostato sulle due prominenze avrebbe “insaccato” quello Inglese dall’alto con una facilità disarmante, in tutti i sensi. E avrebbe “vinto”.
Tremila di qua e tremila di là, uomini, fucili, cannoni e mitragliatrici su quel colle. Non sono Inglese (forse neanche Italiano) ma mi vengono i brividi.

Non sarei qui a scriverlo, a raccontarlo, se a mio padre, chissà per quale strano caso, furono impartiti altri ordini con incarichi differenti. Uno dei pochi, pochissimi che la notte non si assopirono su quel doppio colle in attesa dell’alba e dei primi rumori di preludio dell’arrivo dell’esercito “nemico”.
Lui dormì in un altro posto quella notte, e io sono qui.

Dormì poco, pochissimo ma non era là insieme agli altri su quel doppio colle quella notte.
Dormì pochissimo perché molto prima dell’alba fu risvegliato dal crepitare del piombo.
Non durò neppur un granchè tutto quel frastuono.
Il superiore gli impartì un nuovo ordine, a lui e ai pochi rimasti.
E non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre nel raccontare, non posso dimenticare quegli occhi grigio chiari che ancora, dopo molti anni e molte ripetizioni di quel racconto, si inumidivamo. Ancora e ancora.

Giunsero al doppio colle alle primi luci della loro alba più triste credo, un alba che tentava di farsi largo in una nebbia di polvere da sparo: dalla sua parte il prato verde era rosso di sangue e contava 3000 “compatrioti” trafitti alle spalle, uno ad uno, con ancora in giro qualche poverissimo “sciacallo” Albanese che cercava sui loro corpi qualche croce o qualche anello d’oro.
Gli altri 3000 erano dall'altra parte, sull'altro versante del colle, morti uguale.

E’ questo “come” che non si capisce, non lo comprendono, nessuno può immaginare cosa possa essere successo, doveva essere un successo scontato, era finito in una carneficina di pallottole nella schiena.
Qualcuno potrebbe pensare che l’esercito Inglese avesse un “intelligence” tanto più brava da aver prevenuto l’imprevedibile.

E invece no.

La verità era da un'altra parte.

Purtroppo....
Il Generale comandante in capo delle forze militari Italiane in Albania aveva venduto per denaro l’informazione.

Aveva Tradito.

Almeno il popolo del suo esercito.
Al minimo quei 6000 uomini colpiti alle spalle.

Mio padre lo incontrò e gli parlò, sulla nave che, non si sa come, riuscì a riportare quei pochi in Italia, nel loro paese.
Il Generale parlava e parlava mentre attraversavano il mare.
Ma mai alzò lo sguardo per incontrare quello di mio padre.
E il Generale tornò e, se già non era ricco di suo, di certo morì ricco e lasciò ricchezze.

Ma chissà se mai riuscì nella sua vita a guardare ancora qualcuno negli occhi.
Chissà cosa ha lasciato alle sue generazioni.

Mio padre ne era al corrente.

Che mentre lui andava a dormire al massimo alle 21e 30 per potersi svegliare alle 4 e 30 per la nostra sopravvivenza e le nostre auspicate opportunità, in qualche luogo indefinito del suo “paese” c’era un vecchio Generale che proliferava nelle ricchezze acquisite quella notte.

Lo sapeva.
E non ha mai perso il sorriso con noi, mai l’ha perduto con la sua vita.
Ed è morto anche lui, dopo molto tempo ma credo un po’ anche quella notte.
E’ morto povero, da “formichina operaia”.
Ma onesto.
Senza tradimenti.
E ha lasciato valori, rispetto, dignità oltre al frutto del suo immenso lavoro.
E non solo a noi.
Sono valori che vivono ancora nell’aria di adesso.
Valori per tutti.

Chissà che non faccia una differenza.
La sola che qualunque forma di denaro o potere non potrà mai misurare.
Ma soprattutto comprare.


FranzK.

lunedì 1 febbraio 2016

Il Vendicatore solitario dei Navigli






Sembra strano stasera.
Siamo qui a pensare di poter dimenticare, nonostante i bicchieri siano ancora sulla tavola, nonostante il mio desiderato stato di sobrietà mi porti a negare l’assaggio degli ultimi pregiati distillati.
E con essi ed il loro consumo, qualsiasi possibilità di omissione, sepoltura, oblio.
Del conscio e dell’inconscio.
Non posso dimenticare, non appartiene sfortunatamente alla mia, considerata dai più, bizzarra natura.
(Personalmente la sento solo una natura del tutto normale, per quanto valgano le autodiagnosi.)
Avrei voluto comunque poterlo fare, il dimenticare, in più di mille occasioni, circostanze, contingenze e situazioni.
Belle o brutte.
Non posso e basta e, in fondo, mi rende solo uno stato di serena allegria, il ricordare.
Decisamente in contrasto con la tristezza che mi arreca la memoria corta ed eccessivamente lobotomizzata del tempo corrente e delle sue troppo in fretta dimenticate, disgraziate novelle quotidiane.
La storia che tratto qui, mal si adatta allo sfuggevole di una semplice gazzetta e dei suoi conseguenti commenti già affetti da amnesia il giorno dopo se non il giorno prima.
Perché questa non è una semplice storia dell'ultima guerra o dell’ultima sconvolgente quanto sfuggevole alla memoria, notizia noir.
All'apparenza può sembrare anche tale ma non lo è affatto.
E forse è proprio questa la sua principale prerogativa, essenza.
Di come un qualsiasi potenziale “nero”, “buio” e “pericoloso” possa divenire, non solo un “chiaro positivo” ma addirittura un sentimento: il più puro forse tra tutti.
Mi sembra strano anche oggi, che provo a narrarla con la mia scarsa, quanto anche molto arrugginita e per molto tempo abbandonata, tecnica scrittoria.
Strano quanto sia allegro anche questo.
Perché per un istante non confonde i miei pensieri rispetto a quanto leggo quasi tutti i giorni sugli “organi ufficiali” dell’informazione.
Alla medicina somministrata quotidianamente.
Inquietante “rimedio” per dar vita a stereotipate conversazioni che aiutano a “passare il tempo”, quasi ne avessimo una impellente, inderogabile necessità.
E non parlo di informazione condizionata, sarebbe necessario averne le prove per dichiararlo, ma solo molto superficiale, mai contagiata da un “umano”.
Contagiata e afflitta purtroppo solo da una ben celata astrazione, da un immediato sfuggevole stupore, se non, addirittura, una sorta di rapido consumo isterico al quale può seguire solo il limbo cerebrale.
So di aver espresso tre volte lo stesso concetto e forse male in ogni caso ma  non è più tempo di perdere la strada, quindi procediamo.

A questo punto come interviene un titolo così audace?
Il vendicatore solitario dei Navigli: chi è?
Cosa mai è accaduto, quale è la storia?
Ebbene essa è semplice e priva di stupore, almeno di quello descritto in precedenza, e con quel che resta di tanta ruggine provo a scriverla.
Qui, nel bianco digitale, pubblico quanto privo di qualsiasi secondo fine, legato semplicemente al valore personale di “esistere”, della sua libertà di poterlo fare e di poterlo fare magari "a modo mio".
Senza scopo direbbe qualcuno, con l’unico vero scopo direbbero pochi, ed è sempre a questi ultimi che mi rivolgo, è a loro in cui credo.
Ed è per loro che lo faccio, senza prezzo e senza scuse, quanto senza alcuna necessità di dominio di una scena, né tanto meno di sete di fama o successo.
E solo loro, quei pochi, ne intuiscono, probabilmente, il senso compiuto.


Un fine inverno di qualche tempo fa, non molto lontano da quello odierno.
Un fine inverno che ancora non apriva le porte ad un convincente inizio della primavera.
La locazione geografica della città è semplice da intuire, quanto non lo è la situazione.

Un uomo corpulento, di statura non indifferente e dalla forza fisica proporzionata alla sua anatomia.
Un uomo con tanti grattacapi.

Una rosa, in un vaso.
Una rosa di fine inverno.
Rossa.
In un semplice vaso.
In mezzo ad altri vasi e a piante sempreverdi della penisola di circoscrizione dei tavoli esterni di un locale.

Quanti pensieri per quella strana figura d’uomo, quella notte.
Quante stranissime preoccupazioni.
Almeno senza senso quanto il mio scrivere.

Non si può dire che l’avesse incontrata.
Ma semplicemente raccolta.

Non si sarebbe potuto fare in altro modo.
Che raccoglierla.
E non era da lui.
Aveva già troppi problemi con se stesso.
Troppi grattacapi.
Anche se ad essi aveva trovato quantomeno un rimedio.
Magari non proprio ortodosso.
Ma funzionale almeno.
E non avrebbe potuto che raccoglierla.
In quelle misere sporche vesti.
E poi?
Cosa ne avrebbe fatto di lei?
Con tutti i grattacapi che già aveva ed annessi strani rimedi.
Si ritrovò spiazzato, come un bimbo davanti ad un algoritmo troppo complesso.
Devi affidarti al cuore, all'intuizione, alle emozioni pensò.
E non era da lui pensare in questo modo.
Con tutto il pericolo che possono produrre poi le emozioni.
Un pericolo incalcolabile.
Ma ci pensò con le emozioni.
E la raccolse.
Ne accettò senza alcuna logica le conseguenze.
Erano semplici le conseguenze.
Quanto destrutturanti.
Si poteva solo raccoglierla, lì per lì …
Ma quel "lì per lì" non sarebbe mai bastato, lo sapeva in fondo, non sarebbe mai stato sufficiente.
Era necessario prendersene cura.
Molto, molto di più che semplicemente raccoglierla.
Era necessario ospitarla, rivestirla, lavarla, sfamarla …
Prendersene cura in tutti gli aspetti che questa azione determina.
Ospitarla le apparve come la cosa più necessaria, quanto più difficile.
Perché avrebbe dovuto convivere, anche lei, con i suoi grattacapi e con gli strani rimedi.
Ma ormai era fatta.
L’azione del raccoglierla, senza un sensato motivo che non fosse quella tremenda emozione, non poteva più escludere la reazione a catena di tutti gli altri doveri correlati.
E, come si sa,le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il  "poco sensato" di averle accolte.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.
E, per un istante …
Perché non dura più di un istante …
In quella dimensione sei fin contento di esserci finito.
Ed è la fine.
O l’inizio.
Dipende.
In quel caso, nel suo caso, cominciò qualcosa.
E anche per chi non ha grattacapi e stranissimi rimedi.
Se mai ha provato, sono certo che può comprende.
La raccolse e la accolse, la rivestì, la sfamò, la lavò, le offrì tutto ciò che aveva.
E, nonostante questo, mancava ancora qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa.
Da quel punto in poi almeno.
Da quel "lì per lì" in poi.

Era notte, una strana notte di fine inverno che ancora non apriva con decisione le porte ad un primavera.
Lei dormiva.
Finalmente in un letto.
Profumato di lenzuola pulite.
Caldo, finalmente.
Sicuro e rassicurante.
Ma per lui non era sufficiente.
Non bastava, mancava qualcosa.
Sarebbe sempre mancato qualcosa oramai.
Una certezza che, per quanto ossessiva, lo aveva cambiato.
E quel cambiamento era travolgente.

Indossò il pesante soprabito e il cappello a larghe falde.
La notte era fredda fuori.
E i grattacapi non erano di certo passati.
Sopiti magari.
Ma non passati, non sarebbero mai passati.
Le stradine in selciato della città erano lucide e bagnate di nebbia.
Abbastanza deserte a quell'ora.
Deserte a sufficienza per riuscire a passare un po’ inosservato.
Nel suo procedere un po’ piegato in due.
Per sopportare meglio il freddo umido e i grattacapi.

E c'era una rosa che lo aspettava.
Rossa.
In un vaso tra molti sempreverdi.
Una rosa d’inverno che aveva già aperto le porte alla primavera.
Come lui.
Uguale.
Aveva ceduto anche lei all'emozione.
Senza senso alcuno.
Di una fioritura anticipata.
E a volte le emozioni vanno oltre.
Molto oltre il già poco sensato di averle accolte.
Vissute.
Ti travolgono.
O forse semplicemente ti cambiano.
Ti scaraventano in una dimensione diversa.

E anche la rosa aveva ceduto ad un emozione quanto lui.
Anche se lei aveva un proprietario.
Anche delle sue emozioni senza senso.

L’uomo con i grattacapi lo sapeva ma in quel momento voleva ignorarlo.
In quel momento aveva semplicemente trovato quello che gli mancava.
Almeno in quel momento.
Si intrufolò tra i sempreverdi.
Maldestramente.
Come maldestro era il suo solito fare.
Creando disordine, rumore e danno.

Il locale, a quell'ora, era chiuso.
Ma non vuoto.
All'interno consumavano la cena due amanti.
Una cena intima.
La cena del proprietario del locale, un uomo con il tastevin
Un uomo che conosceva il tastevin
Del quale ne era davvero degno.
Con quel che ne consegue.
Con tutto l’umano che ne consegue.
Con tutta la cultura e l’intelligenza che ne deriva.
Che fermenta quando conosci appieno un fermentare miracoloso della natura.
E conoscere è cultura e rispetto, è rispetto e tolleranza.
Un uomo con il tastevin, se lo porta perché ne è degno, ne ha da vendere di questa rarissima merce.
Una cena di un uomo con il tastevin insieme con il suo amore.
Che aveva finito il suo lavoro e lo aveva raggiunto.
Come sempre.
Nelle tarde ore con il locale chiuso e finalmente a disposizione solo per loro.

Il rumore prodotto dall'uomo con i grattacapi non poteva non essere udito.
E si sa che la città, quella città, di notte ha i suoi rischi.
Normalmente si chiamano le forze dell’ordine.
Lo avrebbe fatto chiunque.
Ma non l’uomo con il tastevin.
Forse non era semplicemente nella sua natura.
Sicuramente non nella sua cultura.
Uscì.
E vide questa figura scura, nello scuro della notte.
Una figura corpulenta, alta e scura.
Con il vaso contenete la rosa in mano.
Pronto ad andarsene.

“Buonasera” “come va”?
“Piacere, mi chiamo …… “disse l’uomo con il tastevin, mentre allungava la mano per presentarsi.
“E ….perdoni, cosa fa con la mia rosa d’inverno in mano”? .... sorridendo.
I grattacapi dell’uomo che si era appropriato della rosa d’inverno peggiorarono all'istante.
Porse la mano per poi ritrarla d’improvviso.
Posò a terra il vaso.
Si levò il cappello.
Chiuse forte in un pugno le dita della mano destra.
La alzò al cielo e si percosse con il pugno, e con molta violenza, quattro volte in testa.
“Io sono il vendicatore solitario dei Navigli!” gridò.
“Piacere di conoscerla” rispose l’uomo con il tastevin.
“Può farmi la cortesia di rimettere la rosa al suo posto e sistemare il disastro che ha fatto”?
“La rosa è per la mia signora” rispose l’uomo con i grattacapi, l’ho appena raccolta dalla strada e accolta nella mia casa.
E mancava qualcosa.
Questa.
Una rosa rossa d’inverno.
Che aveva già aperto le porte alla primavera.
E adesso è notte ma mi mancava, perché mancherà sempre qualcosa.
Le chiedo scusa, comprendo quanto mi chiede, ma mi mancava e spero che anche lei comprenda”.

L’uomo con il tastevin sorrise ancora e rientrò dalla sua amata per finire la cena.

L’uomo con i grattacapi si mise al lavoro per risistemare tutto e ridare alla rosa il suo posto.
E se ne andò.
Per le stradine in selciato lucide e bagnate di nebbia.
Ormai completamente deserte.
Arrivò a casa.
E si sentì stranamente sereno.
Qualcosa era cambiato.
Per sempre.
Poteva contemplare la sua emozione.
La contemplò, vegliandone il sonno tutta la notte.
In fondo sarebbe in ogni caso mancato qualcosa sempre.
Da lì in poi.
Sempre.
E l’uomo con i grattacapi sorrise anche lui, dopo tanto, tantissimo tempo.

L’indomani, nel locale dell’uomo con il tastevin, giunse un corriere.
“C’è un pacco per lei, una firma per favore”.
Conteneva un bellissimo dono.
Il mittente era l’uomo con i grattacapi.
Un dono e un biglietto di scuse.

Se passate da li.
Qualche volta.
Entrate nel locale.
Ne vale la pena.
Li trovate quasi sempre.
Una coppia di magnifici amanti composta da un uomo con i grattacapi e una bellissima donna.
L’uomo con un po’ meno di grattacapi e la donna senza più alcuna necessità di essere accolta.
A godere, insieme e con sobrietà, di pregiati distillati.
Serviti con cura, classe e affetto dall'uomo con il tastevin.


FranzK.  

Tratto liberamente da una storia vera.

lunedì 11 marzo 2013

Ma ..... Come?






















http://www.youtube.com/watch?v=UQGFmEbuJOY



Ma come?
Leggo e non comprendo.


Beh questo è normale …..
Ma provo a leggere da uomo del “bar”…..
Forse lo sto diventando ……
Almeno per una volta ....... mi sia concesso .....
L’Ungheria di Orban.
L’Italia di Berlusconi.
L’America ….. dei petrolieri …….
La Russia di Putin.
La Cina …… di …… boh ……
La UE dei tedeschi …… della Merkel  …….
Il Sud Africa di Mandela?????
No!
È degli olandesi!!!
Piccolo popolo dalle grandi capacità ……
In Sud Africa estraggono diamanti ….. a basso costo ….. gli ultimi ex razzisti ……
In Olanda li “intagliano” trasformandoli in “preziosi” ….. valore aggiunto …..
Per donne senza scrupoli e uomini senz'anima.
Le prime li cambieranno per uno più “grande”, i secondi per una più “giovane” …..
Vado avanti?
No dai.
Fermiamoci qui.
In fondo noi esportiamo cultura ......
Celentano, Al Bano, Toto Cotugno e Eros Ramazzotti .....
Vuoi mettere?
Gaber, De Andrè, Jannacci, Conte, .....
Ma chi sono???
Robaccia .... per "italiani" ......
Poi dai ....... 
Stanco un Papa se ne fa un altro. ( questa non mi va giù, hanno rubato la libertà poetica ai poeti .......era per  poeti sostituire il vecchio "morto un papa ......."!)
Se poi è tetesco di Germania ……
Stanco …….
Beh via, un grande rivoluzionario, un innovatore insomma.
E pensare che era partito dal conservatorismo ….più estremo .....
Poi tetesco.
Stanco ......
Neanche terone.
Lo avrei compreso di più …..
Troppe cose da fare stasera.
Probabilmente è per quello.
E faccio veloce.
Un caffè veloce al bar .
Solo un domanda semplice.
Ma questo Orban d'Ungheria?
Chi è??
Deve essere uno importante caspita ……
Cambia la costituzione in un secondo.
265 a favore 11 contrari.
Ma questa sì che è democrazia!!!
Altro che quella di questo povero , sempre più povero ……. Paese ……almeno abbiamo il buon gusto di chiamarlo così ...... un pò di buongusto ci è restato ancora ......
Guai a offendere la “dignità” ungherese …..
Finisci in ….. dove finisci??
Si finisci per stare lì tutta la vita.
E guai se te ne vai!
Se sapevo mandavo i miei figli a studiare lì, caspita.
Oltre a trattenerli dopo la “laurea” gli daranno anche un lavoro no?
Mi sono preso paura.
Chissà cosa staranno facendo gli ungheresi ……
Cose segrete ……..
Nessun dorma, nessun parli …….
Ma lo cosa sconvolgente per me è un'altra.
Gli oppositori social – comunisti ……!!!!!
Sono loro che si oppongono al divieto di libertà di parola, pensiero, libertà!!
Ma non era il contrario tempo fa??
Ricordo davvero male?
I carri armati a Praga e Budapest?
Per fermare la “libertà”?
In fondo leggo che basta cambiare le parole …..
Sono fascisti …….
Una buona via d’uscita.
Mi rassicura.
Come gli olandesi del Sud Africa …….
Intaglieranno diamanti anche loro …..
Chissà.
Quelli dell’Olanda sono un esempio per il mondo scherziamo?
E a noi cosa resta?
Un “a noi”!!!!!
Temo ……..
Social-liberal-fascist-comunista .....
Oltre ai mitici Celentano&company ovviamente .....
Troppe cose da fare.
Molto inutili.
Stasera.
Come tutte le altre sere ovviamente.
Ma molte.
Cercare di comprendere la via d’uscita per una libertà vera.
Per tutti.
Cose futili.
Poi come mai potrei io?
Non sono mica Higgs …..
Insomma meglio andare.
Ho la mente altrove ……..
Devo essermi sbagliato a leggere.
Un fascista , di nome Orban, della “grande” Ungheria che vieta le stesse libertà vietate dai Soviet.
E i Soviet insorgono.
Purtroppo non i cattolici per un papa “stanco” …….
Purtroppo non gli Americani “non petrolieri” …….
È invidia ovviamente.
A noi resta un uomo di polipropilene.
Che sta tanto male.
Contro cosa dovremmo insorgere noi?
Siamo palle di gomma.
Con memoria di forma .....
L'unica nostra vera forza è quella della sopportazione.
Poi non temiamo , adesso ci pensa Grillo …….
Che adesso che ha vinto le elezioni cercherà le persone giuste ........
Avremo la nostra auto a idrogeno …..
E i detersivi all’acqua ……
Prodotti “nuovi” insomma …….
Addio Mediaset ……
Addio le Coop …….
Ovvero.
Tutti insieme appassionatamente.
La pelle del salame nella mia infanzia contadina la davamo ai gatti selvatici.
Pare che sia il “business” del futuro.
E del presente ……
Rayban stai attenta ……
Rischi di fallire.
Meglio comprare il brevetto ……
Troppe cose da fare.
Stasera.
E comprendo solo una cosa .....
Sono in ritardo!!!!!!



FranzK.

venerdì 8 marzo 2013

Donne.






















http://www.youtube.com/watch?v=2JpERcEz178



Donne.

Donne in un mondo di uomini.

Donne belle,
Donne brutte,
Donne per giocare,
Donne per sognare,
Donne giovani,
Giovani donne.

Donne in un mondo di uomini soli.

Donne magre,
Magre di natura,
Donne grasse,
Di natura,
Donne grasse e depresse,
Donne che sanno amare,
Donne ambiziose,
Donne che non sanno amare.

In un mondo di uomini solo ambiziosi.

Donne di giorno,
Donne di notte,
Donne tenere,
Donne semplici,
Donne intelligenti.

In un mondo di uomini stanchi.

Donne falliche,
Donne di casa,
Donne bambine,
Donne vecchie da bambine,
E bimbe donne da vecchie.

In un mondo di uomini stralunati.

Donne mamme,
Donne madri,
Donne in carriera,
Donne con i tacchi,
Donne in stracci,
Donne femmine,
Donne dure,
Donne mestruate.

In mondo di uomini solo bambini.

Donne depilate,
Donne glabre,
Donne ricche,
Donne povere,
Donne truccate,
Donne appena risvegliate,

In un mondo di uomini senza scrupoli.

Donne rifatte,
Donne da rifare,
Donne che piacciono,
Ma non si piacciono,
Donne con l’emicrania,
Donne sterili,
Donne fertili.

In un mondo di uomini troppo semplici.

Donne ginniche,
Donne agitate,
Donne stanche,
Donne destinate,
Donne sanguinanti,
Donne patinate,
Donne sbiadite.

In un mondo di uomini disattenti.

Donne perdute,
Donne di strada,
Donne di letto,
Donne di preghiera,
Donne bruciate,
Donne ingannate,
Donne bugiarde,
Donne oneste.

In un mondo di uomini cattivi.

Donne in passerella,
Donne da passerella,
Donna da esibire,
Donne da tradire,
Donne da usare,
Donne da buttare,
Dopo l’uso,
Donne che usano,
E gettano dopo l’uso,
Donne abusate.

In mondo di uomini solo stupidi.

Bimbe abusate,
Donne vendute,
Donne che vogliono ricchezze,
Donne che sognano un amore,
Donne creative,
Donne spente,
Donne sposate,
Donne sole.

In un mondo di uomini diabolici.

Donne che scappano,
Donne che tornano,
Donne che governano,
Donne che si perdono,
Donne che cambiano tinta,
Donne che si fanno la tinta,
Donne allo shopping,
Donne allo specchio.

In un mondo di uomini che vogliono portarle solo a letto.

Donne.
E basta.
L’energia che muove destini da sempre.

Di uomini,
Di figli,
Di figlie,
Di sforzi,
Di pianti,
Di sacrifici,
Di imprese,
Di gioie,
Di follie,
Di emozioni,
Di fantasie,
Di amori veri,
Di amori falsi.

Donne in festa,
Per la vostra unicità,
Per qualsiasi donna ,
Che è un mondo a sé,
Una vita a se.

Un inno alla vostra unicità.

Comunque.
Per tutto quello che determinate
Per tutto quello che avete subito
Per quello che subite,
Per quello che avete dato,
Per quello che avete preso,
Per quello che avete reso,
Per quello che avete rubato.

Per tutto l’amore.
Che avete dato,
Sempre.

 In un mondo di uomini arroganti.
In un mondo di uomini dominanti.
Senza mai rendersi conto
Che saranno sempre dominati,
Dalla vostra natura,
Unica,
Diversa,
L’unica che può completarci.
Nel vostro completarvi.

Ma oggi è la vostra festa
Oggi è necessario solo un inno
Di gioia
Per contemplarvi.



FranzK.

giovedì 7 febbraio 2013

Uno ad Uno.





















https://www.youtube.com/watch?v=Yl6RZmM77zQ



Te ne sei andato anche tu.
Un anno dopo tuo fratello così simile a te.
Mi ricordo come se non fosse passato un attimo.
Tutto.
Il mio arrivo, in quell'"isola", di persone vere.
È squillato il telefono l’altro ieri.
Forse il destino lascia per ultimi i giusti messaggeri.
Coloro che sanno annunciare.
Nel giusto modo.
Anche le cose più tristi.
Era un isola.
Di persone vere.
Un isola di “lavoro”.
Dove il lavoro aveva un senso ma soprattutto un valore.
Il valore della dignità.
Della conoscenza vera.
Dell’abilità.
Non solo intellettuale.
Ma quella vera .
Che fonde pensieri e azioni.
Quella che voi che siete partiti.
Portavate nel cuore come una tristezza.
Per non averla potuta trasferire, trasmettere.
Quella che abbiamo perso irrimediabilmente.
Confusa con pratiche e dissidi.
Speculazioni politiche e distruzione di quel substrato di vera capacità, vera ricchezza.
Che richiedeva dedizione, volontà, quotidianità, giorni per fare, notti per rifare meglio.
Dentro se stessi prima di tutto.
Questo è il mio ricordo.
Ed è solo un ricordo.
Perché qualcuno non ha compreso proprio nulla.
Delle nostre ricchezze.
Le ha solo vilipese e distrutte.
Disonorando quell'isola, quel modo di vivere, quella forza che non avrebbe mai temuto nulla e nessuno.
Senza futuro.
Senza trasferimento.
Senza nessuna contaminazione per le nuove generazioni.
Non è stato facile essere accettato come il “peggio” di voi.
È stato indimenticabile essere stato stimato , più tardi, dopo ………
Eravamo in pochi su quell'isola …….
Ad uno ad uno finiremo tutti.
E come si diceva sempre, ricordi …….P?

Senza lasciare nulla.

FranzK.

Nel ricordo di un uomo che ha contribuito a lasciare una traccia.
Nel silenzio e nella dedizione.
Nell'onore dei pochi che ancora sopravvivono, degli ultimi.

mercoledì 26 dicembre 2012

Morte a Venezia.























https://www.youtube.com/watch?v=JpE8XjEC0ow


Già ……
Avevi dei “problemi” ….. neurologici ……
Un “matto” …….
Un ubriacone ….. malato …..
Sei morto nel centro della “civiltà” e dell’opulenza.
Nell'ombelico del mondo della "cultura".
Facile vero Andrzey ……. facile seppellirti in una notizia ….
Penosa.
Morto a Venezia, avvolto in uno straccio, dentro a un Bancomat …….
Dentro la “bussola” di un Bancomat …. siamo formidabili a coniare termini “opportuni” ……
La “bussola” ….. che schifo ……… mi viene un semplice “parla come mangi”…..
Ma forse si mangia così, nella morente società di veri casi neurologici.
Con il diritto “democratico” di sparare sul primo bersaglio possibile.
Indifeso.
Debole.
Le “esondazioni” , i “girelli” adesso le “bussole” …….
Ma quanti Mameli romani ci sono ancora vivi?
Vivi e pagati!
Che riscuotono nelle “bussole” dei Bancomat per gli spiccioli.
Per altro usano “American card”……..
Quanti “inni” devo ancora sopportare?
Di “Mameli” vivi.
Quanti ancora non si sono riletti?
Per morire per ipocondria e giustificato senso di colpa l’anno dopo????

Rabbia?

Si!
Rabbia, umana.
Umana e giustificata dall’intelligenza.
Che fuori da qualsiasi speculazione guarda con i suoi occhi.
Andrzey è un uomo!!!!!!!!
Un Uomo!!!!!
Polacco già …… figlio di un Dio minore ….
Nella sontuosa Venezia, piena di “cultura” e “storia”, ma con i piombi …….
Quelli di Silvio.
Pellico, non quello di polipropilene ……..
Acido resistente …….
La gente passa, vede …..
Dormirà ……..
Dormirà si, …… il sonno dei giusti, …… non quello degli idioti.
E Andrzey è un uomo, un essere umano, un cane fa più share……
Un cane, nella società dei cani forse è semplicemente riconosciuto come simile …..
Li nutriamo meglio di un figlio, li curiamo più di un genitore.
Spendiamo un sacco di quattrini per un cane.
Ma nulla per gli Andrzey ……. nemmeno un sorriso …..
Ho vissuto troppo per non sapere, capire, conoscere …..
……. “avevano cercato di aiutarlo” ……….
Andrzey è un uomo!!!!!!!!
Non puoi “cercare”, stolto potere ignorante.
Devi RIUSCIRE.
Ma sei fatto di cani ….
E riconosci come simili solo loro.
Andrzey è un uomo, un problema quindi ……
È polacco, un extracomunitario ………
Quanta morte a Venezia …..
La “Cà d’Oro”, le tue “calli”, il tuo “San Marco” ……. che purtroppo ho vissuto con un vero amore poco tempo fa…..
Il “miracolo” della tua esistenza ……..
Ho visto un uomo morto, un “clochard” anni fa in piazza Duomo, nella tua uguale, affollata, ricchissima Milano ……
Figlio di un Dio minore anche lui……
Non sarà mai nel “paradiso” dei cani …..
Dei gatti, degli animali da “ compagnia”…….
Ma in quello dei "B movies" , dove ritroverai anche anche tanti miei compratrioti, ......
Quanta morte a Venezia ……
Quanta in questo modello privo assolutamente di dignità e di vergogna …..
Perché a volte anche la vergogna è umana.
E mi vergogno di appartenere a questa razza.
L’ultima volta che mi è stato detto “ abbiamo provato ad aiutarla” l’ho sentito da un prete …..
Un prete con il colesterolo a 400.
Ben “linkato” con i poteri delle “banche” e del Dio del male.
Un giorno si avvererà la predizione di Bunuel ….
Non quella dei maya - looni ….
L’Angelo Sterminatore.
Che vi rinchiuderà nel vostro mondo.
Senza alcuna speranza di uscirne.
Ma Andrzey è solo un semplice uomo ……
Ed è morto a Venezia.
Il giorno dopo un Natale ……
Che si lamenta di “crisi” ma produce uguale immondizia.
Tutti gli anni.
È morto dentro l’ingresso ( ingresso non "bussola" !!!!!!!!!) di un Bancomat, il dispenser di soldi “digitali”.
Quei denari che fanno da confine tra la vita e la morte, ...... analogica .......
E Andrzey è morto dentro lì.
È morto dentro il meglio di una cultura .....
Che sta morendo anche lei.
Andate a votare anche voi “separatisti”.
Guadagnerete la vicepresidenza, almeno ......
Ma non potrete mai rappresentare una cultura che è ancora viva.
La mia.
Quella del mio vero popolo, che è accoglienza e sentimento e riguardo.
Che è semplicemente la capacità di aprire le braccia e offrire il meglio di noi.
Spero che presto qualcuno “provi ad aiutarci” ……
Ne abbiamo bisogno.
Almeno quanto Andrzey.

Venezia sta morendo …… carissimo "polacco", ormai già dimenticato ....


FranzK.

giovedì 26 aprile 2012

Processo per Due Vite.




Notte fonda.
Tutta notte. 
La prima notte senza riposo.

Se penso indietro, in un tempo che non ha tempo, comprendo che il “processo a nudo” di stasera ha forzato la fine.
Forse giusta, forse no, forse quello che sarebbe stato comunque, ma l’ha forzata.
Non era negli altri che avrebbero potuto cercare risposte.

Ma la sua di ieri notte, così difesa a spada tratta ancora stasera, ancora da lei e dai “giudici supremi” che hanno scelto, l’ha trovato solo.
Ancora solo.
Lucido e controverso, ma solo, sul banco degli imputati.
Non so se i due “maestri” che avevano scelto hanno compreso qualcosa, ma li hanno scelti loro e  non avrebbero che potuto accettarne il verdetto.
Cosa era poi lo scandalo?
Quale la tragica imputazione?
Il suo delitto?
Quei vent’anni che potevano fare di lui un padre?
O lo scandalo di un vero amore imprevisto?
Insostenibile agli occhi e alle menti di chi l’amore non l’aveva mai avuto?
Perché sul banco degli imputati era solo.
Solo e nudo.
Pronto per un verdetto che ha visto lei ignava protagonista.
Non al suo fianco.
Ma in una platea sguarnita.
Deserta se non per la sua presenza.
Come se quell’amore pronto al macello del raziocinio l’avessi inventato lui da solo.
Generato e vissuto da solo.
Solo suo, nella sua solitudine.
Forzare la fine per l’insostenibilità della verità.
Era fredda, gelida quella seduta dedicata al condannato.
Era fredda ancora di più nel contemplare la sua solitaria presenza nella platea.
Si aspettava di averla al fianco.
Non a difendere ma a sostenere il loro comune tremito almeno.
Di quel processo “a nudo”.
Deciso insieme, vissuto da solo.

Era difficile prendere una decisione.
Avevano scelto quella di un processo.
Scegliendone i giudici.
Ognuno il suo.
Quello di lei, donna, quello di lui,uomo, sostanzialmente opposti, sostanzialmente uguali.
Giusti, sbagliati?
Direi giusti nella media, sbagliati per l’editto, forse per l’incarico.
Sbagliati per lui, quantomeno, che si è presentato nudo, al processo.
Giusti nella media, sbagliati nella specifica materia, ancora una volta.
Perché è sbagliato affidarsi ed affidare una decisione a chi non conosce.
Dov’era l’esperto di “loro”?
Avrebbero dovuto proseguire insieme e basta ,forse avrebbero dovuto, alla fine, avere il coraggio, la pazienza, la follia ….. o la semplice ragione di andare fino in fondo a quel tunnel.
Una cosa insieme l’hanno fatta: hanno sbagliato per quel processo.
Lui forse molto più di lei.
Ma i giudici, per me che ho presenziato come unico ufficiale, non potrò mai dimenticarli.


I GIUDICI


Quello di lui è un uomo nuovo e vecchio, vecchio dentro intendo, pratico di “pratica”.
Un uomo.
La sua proposizione era quella di specchiarsi in lui, tendenzialmente al contrario, non necessariamente, ma tendenzialmente……nessuno al mondo, in realtà,avrebbe mai potuto convincerlo, nemmeno per “presunta” superiorità, di ciò che non era.
Avrebbe dovuto confrontarsi, comunque, con le sue tante vite, tante persone, tante verità inseguite e trovate, tanto, tanto troppo.
Cinquant’anni circa, il suo giudice, conoscitore di vite, di uomini, “praticamente” di molte vite, forse non del “vivere”.

Quello di lei è una donna nuova e vecchia, vecchia dentro intendo.
Una donna.
Non so cosa si aspettavi da lei.
L’aveva scelta lei, non mi è dato di sapere.
Buona persona, comunque, ventisette anni di sofferenze ed un futuro pieno di speranze.
Educatrice presso un orfanotrofio di una grande città.
Sua convivente.


LA SENTENZA


Unanime, gelida, razionale, logica, pratica, inattaccabile soprattutto perché sostenuta anche da lei che al processo si era presentata ben vestita e in platea, non al suo fianco.
Quindi vera, si presume .........
Lui, per la prima volta nella vita, nudo, tremante, indifeso, senza controllo della situazione, senza forzare controlli.

Busta 1 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 2 : la GIUSTA DISTANZA!
Busta 3 (dalla platea) : la GIUSTA DISTANZA!

No era pronto per l’unanimità, sperava in lei, ma sperava e basta, sperava che qualcosa la  riportasse alla verità del sentire, a quella verità che avevano vissuto tutti i giorni, tutte le notti, quella verità che non si era mai fermata davanti alle parole.
Il sangue è sgorgato copioso ma, al dolore, lui era preparato.
Non si è neppure difeso, non avevo preparato alcuna difesa, l’avesse fatto temo non si sarebbe difeso comunque: nudità e sangue erano nell’aria.
Perché poi lei non hai dormito, a proposito?
Per il solito, consueto dispiacere?
Per il male che aveva ricevuto lui, o per il presunto bene che aspettava lei?

La “giusta distanza” come sentenza non mi è parsa neppure molto azzeccata.
Da unico ufficiale presente.
L’ho trovata poco nobile per la loro nobiltà, aspettavo altro, l’originalità di un editto che potesse almeno far storia, onorando quella storia.
Da unico ufficiale presente  l’ho trovata solo mediocre, cattiva e ignorante.
Perché?
Perché “la giusta distanza” non ha misura, perché nessuno saprebbe stabilirla, perché, nel migliore dei casi vuole dire distante e basta.
Nel peggiore, è ancora peggio: prendi il peggio in cambio del tuo meglio, nel caso esso possa servire secondo la discrezione di quanto, quando e come del tuo creditore.
Sei debitore verso te stesso, se non lo fai.

Al meglio di lui nessuno ha nemmeno pensato, e anche solo come ufficiale navigato quanto impassibile, mi bastava pensasse qualcuno.
Mi bastava ci pensassi lei.
Al loro comune bene.
Ma non è accaduto.
Il preteso e convinto bene di lei era un altro, era un bene che prevedeva solo previsioni.
Il tipico bene del mondo degli uomini.

Perché il processo allora, mi sono chiesto?
Il suo bene, il suo, almeno, punto di vista a riguardo del bene, mi è parso fosse di secondo ordine.
Infatti, di fronte al tema l’editto dei giudici fu unanime: “il fatto non sussiste”.
Ma adesso toccava a me.

Imputato alzatevi!
La giuria, i giudici hanno sentenziato:


LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA!!!!


Vi prego piagnucolò quel pover’uomo.
Vi prego signori giudici.
Signora inesistente giuria.
Non sia già ergastolo allora ma la morte.
Ma tutti lucidi e convinti, anche lei ……. dalla platea degli ignavi.
Tutti, tranne me, che non riuscivo ad ignorare le lacrime disperate di quell’uomo.
Tutti, in uno strano sinistro coro:

LA GIUSTA DISTANZA ….. A VITA.

Il martelletto ha schioccato un colpo secco, mi è rimbombato dentro, la folla assente ha applaudito ed applaudiva mentre uscivo anch’io tremante, ferito, sanguinante, umiliato ……. sorreggendo allo stesso modo tremante, ferita, sanguinante e umiliata quell’anima disperata.

Mentre lei si complimentava con il giudice di lui, illudendosi di essere libera, finalmente, serena …….
Il giudice di lei sbirciava compiaciuta la sconfitta di quell’uomo.
Contemplando, raggiante la sua vittoria, i suoi schemi avevano funzionato, implacabili, perfetti:
la giustizia dell’”uomo scimmia” aveva vinto ancora una volta.

La vita, la sua sentenza, l’ha decretò tanto, tanto tempo dopo ……. al solito.


PROLOGO AL CONTRARIO.

Aveva inquietato quella telefonata durante la cena prima del processo ……. riportando da là terrestri segnali telecomandati…..
L’aveva inquietato vederla tentare il vomito, mentre la tensione sul suo corpo le spezzava i muscoli ……..
Prese la mano calda di lui permettendo di appoggiarsi sulla sua pelle nuda …….
La nausea passò veloce, e il volto massacrato di ferite di lei riprese subito colore.
Lui le aveva insegnato la felicità.
Anche nella semplicità di un buon cibo accompagnato da ottimo vino rosso, nella giusta quantità.
Le aveva insegnato ad amare la vita.
Nel meglio della sua semplicità.
Nelle passeggiate al chiaro di luna.
Nell’ascolto del gracidare delle ranocchie, ai bordi di quel fiume scuro ma pacifico.
Le aveva insegnato a non incidere più graffiti sul suo volto.

Prima che arrivassero gli uomini.
Con lunghi impermeabili bui.
Con mille bit al secondo, con lunghe dettagliate descrizioni depositate in triplice copia all’ufficio Sicurezza Sociale.
Uomini e trappole.
Troppe trappole.
Che riuscirono a ghigliottinare anche il suo bene per quell’essere speciale.
Perdendo.
Perdendola.
Sopra ogni cosa, temo, riconoscendo la vera sconfitta nella sconfitta di lei, nel suo ritorno verso l’illusoria sicurezza del mondo degli uomini.

Ancora una volta mi è stato dedicato assisterla, la sconfitta, in attesa che il tempo la renda nota a tutti.
Assistere alla sconfitta.
Il mio compito.
L’unico che il mio incarico prevedeva.
Da povero semplice ufficiale di sola lettura di editti, sentenze, procedure.

Non so come, perché ero bravo nel mio lavoro.
Ma sono rimasto invischiato in quel processo, irrimediabilmente compromesso anch’io.
Intrappolato anch’io in quella ghigliottina.
Obbligato ad esserci.
In attesa del peggior giorno del mio futuro.
Il giorno nel quale, insieme, mano nella mano, verranno a chiedermi:

 “perché non ci hai salvati?”


FranzK.