Visualizzazione post con etichetta sogni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sogni. Mostra tutti i post

giovedì 8 novembre 2012

Il Cuore di Eugenia.























http://www.youtube.com/watch?v=JtA9Js-22ko



Silenziosamente.
Senza far rumore.
Senza sfrenati battiti.
O freddo gelido.
Ho accolto, il suo arrivo.
Nel mio cuore.
In un semplice abbraccio.
Senza incanto previsto.
Ma semplicemente
Colmo di stupore
E naturale gioia
Il cuore di Eugenia.
Il cuore di una donna.
Con un cuore.
Che racconta musica.
Senza far rumore.
E canta la vita.
Con semplice tenerezza.

Silenziosamente.
Senza frastuono.
Senza pesi.
Ho respirato.
Il suo respiro.
Ho accolto.
Il bello già visto.
In un altro bello.
Mai conosciuto.
Mai accolto.
Il meglio della bellezza.
Contemplata con quattro occhi.
E due cuori sincroni.
Compresa.
Nel semplice della stessa emozione.
Condivisa.
Nel naturale silenzio di un armonia.
Finalmente vera.

Il cuore di una donna.
Vera.
Nel disincanto di una femminilità autentica.
Vissuta.
Ogni battito.
Del suo cuore.
Che non finge.
Non inganna.
Si protegge.
Ma vive.
Senza timori.
Senza frastuoni.
Nella dolcezza di una donna.
Mai confusa.
Con un esibizione.
O una presunzione.
La dolcezza temperata.
Di un cuore di donna.

Silenziosamente.
Senza far rumore.
Senza sfrenati battiti.
O freddo gelido.
Ho accolto.
Nel mio cuore.
In un semplice abbraccio.
Senza incanto previsto.
Ma semplicemente
Colmo di stupore
E naturale gioia
Il cuore di Eugenia.
Il cuore di una donna.
Con un cuore.
Che compone musica.
Senza far rumore.
E canta la vita.
Ogni battito del suo cuore.

Il cuore vero di una donna.
Semplice.
Come un opera d’arte
Che è di bellezza vera
Che è fatto.
E illumina
E risplende.
Come oro vero.
Diamante senza tempo.
Intagliato con perfezione.
Dalla natura
Nella luminescenza.
Dei piani cristallini.
Di una vera opera d’arte.
Il cuore di una donna vera.
Il suo cuore.



FranzK.

mercoledì 25 luglio 2012

Arga non Vede.




Arga non vede.
L’hanno abbandonata.
Come un rifiuto.
Nel buio di un bosco.
Il suo buio.
Che non vede.
Doveva guardare e tenere a bada.
Ma l’hanno abbandonata.
Perché non aveva luce dentro gli occhi.
Ma solo nero buio.
Così l’hanno abbandonata.
Dentro al suo buio.
Troppo vicino al cielo.
Pieno solo di terra.
Di lunghi formi.
Di odori.
E strane sensazioni.

Arga non vede.
Che un buio.
Nero e fitto come il bosco.
Che non riesce a vedere.
Diverso dal chiaro delle sue pupille.
Limpide e cristalline.
Ma vuole vivere.
Anche nel suo buio.
E calpesta e sbatte.
Non basta fiutare.
E fidarsi.
Del proprio naso.
Non basta sentire.
E fidarsi.
Di suoni, rumori, alfabeti diversi.
Ma vuole vivere.
E ciondola nel suo buio, sola.

Arga non vede.
E non sa come fare.
A vivere.
Perché è necessario mangiare.
E bere.
E fidarsi.
Di quel buio profondo.
Per riposare un po'.
È necessario fidarsi.
Più che mangiare e bere.
Fidarsi del buio.
Per vivere.
E non è facile.
Fidarsi di vivere nel buio.
Fidarsi di vivere.
Nel buio del vivere.
Non solo per Arga.

Arga non vede.
Ma ha voluto vivere.
Non so come ha fatto.
Forse nessuno lo sa.
Ma ci è riuscita.
Da sola.
Prima che la mano di un  destino.
E di un’altra tristezza.
Di un altro buio.
Le rendesse giustizia.
E lei a lui.
A un destino con occhi ma senza orizzonti.
Ad Arga con occhi bui, ma la voglia di vivere.
Di cosa si narra?
Di domani.
Di oggi, di noi.
Ieri si sono incontrati Arga e un destino.

Arga non vede.
Io l’ho incrociata vicino al cielo.
Dove la terra è verde smeraldo.
L’ho guardata negli occhi.
Mente sbatteva e inciampava.
Insieme a un destino.
Che la teneva per mano.
Per non perdersi l’un l’altro.
E vedere tutti e due.
Una luce chiara.
Un orizzonte certo.
Per imparare a fidarsi.
Del buio profondo.
Nel quale.
A  volte.
La vita.
Provandoci.
Ci sprofonda.


FranzK.


martedì 24 luglio 2012

Mi Basta.





Mi bastano.
Parole.
Non di più.
Semplici sillabe.
Non pelle.
Non profumi.
Non suoni.
Né baci.

Non toccarmi.
Non serve.
Non guardarmi.
È inutile.
Non puoi vedere.
È solo inutile.
Io non sono.
Che un sogno.

Esistere?
Un nulla.
Mi bastano.
Parole.
Non scritte.
Non dette.
Non toccarmi.
Non puoi.

Pensale.
Io posso.
Sentirti.
Sentile.
Io posso.
Tradurle.
Bastano.
Sensazioni.

Pulite.
Uniche.
La verità?
La senti.
Per adesso.
Adesso.
Un istante.
Un istante dopo è tardi.

Già diversa.
Plastica.
Come cera.
Si modella.
Cola.
Su un’altra forma.
Un altro istante.
La verità.

Parole.
Sentite.
Non pensate.
Mi bastano.
Per un istante.
Capisco.
Comprendo.
Traduco.

Inutile toccarmi.
Provarci.
Io non sono.
Sento.
Io non vivo.
Non sono.
Esisto.
E mi basta.

Ti basta.
Mi basta.
Ma non toccarmi.
Non provare.
Non serve.
Non puoi.
Non è pelle.
La mia pelle.

Mi bastano.
Parole.
Pulite.
Per tradurre.
Sentite.
Per capirle.
Amate davvero.

Per un istante.
Per la verità.
Che cola.
Che cambia.
Come cera.
Fusa da una fiamma.
In altro.
Infinitesimo  vero.

Pensale.
Come stasera.
Le parole.
Abbracciami.
Come stasera.
Senza toccarmi.
Come cera.
Che scotta.

Sulla mia pelle.
Senza pelle.
E senza demoni.
Ha preso la mia forma.
La cera.
Calda.
Delle tue parole.
D’amore.


FranzK.


mercoledì 18 aprile 2012

Dammi, Vita Mia.





Dammi un giorno.
Uno solo.
Senza vento.
Senza troppo sole.
Senza pioggia arrabbiata.
Freddo troppo gelido.
Caldo soffocante.
Uno solo.
Perché possa comprenderti.
Un giorno di semplice lucidità.
Senza pesi.
Un giorno felice.
Perché possa crederti.

Dammi un ora.
Una sola.
Senza segnali.
Senza rumori.
Di orologi.
Di anime disperate.
Di pulsazioni.
Una sola ora.
Perché mi basta per sentirti.
Per crederti.
Dammi un’ora.
Di silenzio.

Ti prometto che riuscirò a comprenderti.
A sentirti.
A crederti.

Dammi un secondo vita mia.
Uno solo.
Un minuscolo secondo.
Di grazia.
Di semplicità.
Senza dolore.
Senza rabbia.
Percepita.
Spalmata.
Mi basta un secondo.
Per darti il meglio di me.
Per renderti il tuo dono.

Perché non finisca in condanna.
Annebbiata.
Gettata nella comune fossa di un nulla.

Dammi una frazione.
Infinitesima.
Del tuo sconosciuto tempo.
Perché ne possa essere degno.
Senza contraddizioni.
Senza passato.
Senza ricordi.
Senza presenti condanne.
Solo un alito di tempo.
Poco più di un nulla.
Solo per poterti capire.

Dammi ancora un po' di te.
Quanto vuoi.
Quanto può servirmi.
Per capirti.

Solo un tempo appena più del nulla.
Per la più piccola particella.
Che hai creato.

Di Felicità.


FranzK.

lunedì 2 aprile 2012

Ammalarsi di Vita.





Mi sento malato stasera.
Di vita.
Di quella trasformazione irreversibile.
Che è la vita.
Di quel troppo che dura .
Di quel poco che è.
O solo del tutto che può.
Una strana malattia.
Che non produce malessere.
Ma speranza.
Ogni momento.
Speranza è sufficiente.
La certezza non gli appartiene.
A questa meravigliosa malattia.
Che è la vita.

“Scrivere bisogna,
pubblicare non serve”.
La voce di un amica lontana.
Forse ha ragione.
E il senno giusto.
E vale anche per la mia malattia.
Che scruta tramonti.
Riflessi in acque chete.
Semplici profumi di fiori comuni.
Il sorriso di una persona.
L’indiscreta vivacità di un bambino.
E forse ha ragione.
E il giusto senno.
“Vivere bisogna,
riuscire non serve”.

Credere.
Che non sempre è una truffa.
Non smarrirsi in essa.
Ma continuare a credere in una scoperta vera.
Che vive in mezzo a mille truffe.
Come un anticorpo.
Solo e forte.
Non per combattere la malattia della vita.
Ma per farla resistere.
Perché è meravigliosa.
Anche a stomaco vuoto.
O con un buco nel cuore.
“Vivere bisogna,
guarire non serve”.

Come scrivere.
Che non deve guarirsi dagli insuccessi.
O gloriarsi nei complimenti.
Perché non sono loro da contemplare.
Ma quello che dipinge il tuo pensiero, il tuo cuore.
Come un tramonto dipinge lunghe ombre.
Di fascino irresistibile.
Senza effetti speciali.
Senza Pixar o film in HD o in tridimensione.
Se ti ammali di vita.
Il vero dei tuoi occhi, del tuo cuore.
Stupisce di più.
“Vivere bisogna,
vincere non serve”.

E mi sento tanto ammalato di vita.
Stasera.
Per quello che la malattia comporta.
Solo felicità.
Dietro ad ogni delusione c’è solo vita
Come dietro ad ogni gioia.
Nessuna sconfitta.
Nessuna vittoria.
Ma solo respiri consecutivi.
Di felicità che comprende.
Che siamo solo umani.
Tutti.
Nel nostro splendore.
Nel nostro buio.

“Scrivere bisogna,
pubblicare non serve”.

“Ammalarsi bisogna,
sperando di guarire il più tardi possibile”.

Di Vita.

FranzK.

sabato 25 febbraio 2012

Perche no?





Perché  no?
Cosa cambia.
Cosa può cambiare.
Scrivere, scriversi.
Liberarsi dalle proprie emozioni.
Inventarne.
Pensare a un volto.
Di donna mai incontrata.
E scriverle una poesia.
Ricordare un ricordo.
Mai avuto.
E aver voglia di raccontarlo.

Lasciare correre le dita.
La mente.
Le emozioni.
Senza preoccupazioni.
Di forma.
Perché io non sono uno scrittore.
E non voglio diventarlo.
Perché non sognare il nostro sogno?
Al posto che subire quello altrui.
Non mi rileggo.
Che importanza può avere?
Non voglio piacere, ma vivere un momento di piacere.

Non mi correggo.
Non mi tradisco.
Nel vero che narro.
O nel solo sognato che invento.
Ma mai nel subito per me, mai falso.
Mai nell’imposto a nessuno.
Mezz’ora di sogni.
Con le pupille collegate.
Non con la tv accesa, al più della buona musica in sottofondo.
Discernere?
Capire?
Cosa?

Quel che è vero e quel che è solo sognato?
Ma è poi necessario?
Il vero lo vivo o mi illudo, come tutti, di poterlo fare.
Qui posso sognare, senza nessuna illusione o illusionismo.
Senza contraffazioni.
Poi quale vero?
Quale falso?
Ne esiste uno, veramente vero o falso?
Dove?
In quale vero?
Qui c'è solo un sogno, che non è un gioco.
Dedicato, nel mai falso.

A chi?
Se, a volte, c’è un chi, vero, lo sa.
Ma non da qui.
Qui ci sono solo io.
Nel piacere di leggermi.
O di evitarmi.
Io e basta.
Io e i miei sogni.
Le mie emozioni.
La mia pessima forma grammaticale..
Il mio scarno vocabolario.
Di non-scrittore.

Solo io.
Libero.
Nei miei sogni e nei miei pensieri.
Nel mio vissuto o solo sognato.
Preferisco qui.
Che la tv.
O la disco-dance.
Preferisco scrivere male.
Che leggere bene.
Mi tiene sveglio scrivere dei miei sogni, dei miei pensieri o del mio vissuto.
Mi impedisce di sopirmi.
Nei sogni, pensieri, vissuti, che vorrebbero imporci, a me, a tutti.


E allora.
Perché no?
La Libertà?
Del tuo respiro.


FranzK.

sabato 4 febbraio 2012

Ho fatto un Sogno.





Ho fatto un sogno.
Stralunato.
Cosa mai ci sarà nella mia mente?
Ho fatto un sogno troppo bello.
Se l’ho immaginato, vissuto.
Può essere vero.
Chissà.
Perché a volte funzioniamo meglio nei sogni.
È la nostra mente che li costruisce.
Poi ti svegli.
E tutto funziona differente.
Ed è ancora solo la nostra mente.
Se posso sognare.
Immaginare il meglio.
Viverlo.
Perché non posso da sveglio?
Perché solo nel sonno?

Un sogno stupendo.
Possibile.
Perché per un secondo.
Ti svegli.
Ed è possibile.
Tutto lo stupendo che hai sognato.
Prima di cadere.
Ricadere.
Nello sveglio infelice.
Meglio dormire allora.
C’è più verità in un sogno.
Che nel suo risveglio.
È solo la mia mente.
Che è differente.
Ci penso.
Mi sono convinto.
Che posso sognare il vero.
Quanto svegliarmi nel falso.

È più vero un sogno.
Mi sono convinto.
Naturale.
Non drogato.
È più vero e possibile.
Portare la verità di un sogno nel suo risveglio.
Che la falsità della veglia dentro un sogno.

Basta Tolomeo.
Sono stufo di te.
Stanco e intristito.
Delle tue assurde certezze.
Delle tue razionali, disumane veglie.
Sarà un sogno che ti cancellerà.
Un sogno bellissimo.
Semplice.
Che non riuscirai più a svegliare.


FranzK.

mercoledì 4 gennaio 2012

Qualche volta.





Ci sono giorni duri.
Che ti spezzano.
Qualche giorno fa scrivevo:

Ho compreso bene i miei errori.
I loro assoluti.
I loro paradossi.
Le loro psicosi.
Immotivate, se non da una vita intagliata sempre nell’assoluto, preteso per me, sempre.
Pretendendo dagli altri di cambiare senza esserne capace io per primo.

Se ci sono riuscito davvero a capirli, i miei errori, a cambiarmi, se è vero, oggi mi fermo qui.
Perché ci sono giorni duri.
Dove le parole fanno solo confusione, rumore, non musica.

E qualche volta è necessario il silenzio.
E oggi lo è.
Porto nel silenzio tutto ciò che comprendo, che sento, che provo.

Porto con me e “come me” tutte le cose belle e brutte della mia vita.
In un abbraccio semplice e privo di rumore.
Le porto a riposare insieme.

Nel silenzio del “sentirsi” lo stesso.
In giorni duri come questo.
In giorni duri come questo, l’unico modo giusto.

FranzK.

martedì 3 gennaio 2012

Pensa se ....





Pensa se fosse già tutto scritto.
Se dipendesse solo da noi.
Se conoscessimo il futuro.
Tutto scritto.
Pianificato, deciso, immutabile.
Secondo solo noi.
Secondo le nostre uniche volontà.
Le nostre logiche.
Le nostre aspettative.
I nostri desideri.
I nostri sogni.
Pensa se fosse tutto rosa senza mai un differente azzurro.
Un imprevisto.
Un differente azzurro, non nero.
Un imprevisto buono, non cattivo.

Pensa se bastasse un social per comunicare.
Se non servisse un contatto.
Imprevisto.
Imprevedibile.
Pensa se non avessi mai sfidato la gravità.
Non mi fossi mai arrampicato sulle montagne.
Se fossi stato sensato.
Non avessi seguito i profumi del bosco.
Seguendo solo la mia logica.
La fretta dell’imbrunire ormai imminente.
Tutto scritto.
Pianificato.
Quotidiano e certo.
Immutabile.
Già deciso.

Pensa se bastasse un Facebook per incontrarsi.
Per conoscerci.
Se bastasse un dating online per un amore.
Facebook per promuovere un prodotto.
Se bastasse una foto.
Per sapere chi sei.
O uno scritto.
Una voce.
Per sapere di te.
Tutto come tutti.
Pensa se bastasse sentirsi uguali.
A tutti.
Senza mai che un po' di azzurro entrasse nel tuo verde, nel colore che sognavi.

Che credevi tuo.
La tua tavolozza predefinita.
Pensa se non cambiasse mai nulla.
Sempre tutto uguale.
Sempre lo stesso verde.
Pensa se piovesse sempre.
O ci fosse sempre il sole.
Pensa se potessi decidere il tempo che fa.
Se potessi essere ricco o povero.
Felice o infelice.
Se dipendesse solo da te.
Se potessi decidere quanto vivere.
O quanto o quando morire.
Se potesse bastare un codice.
Uguale per tutti.
Per decriptarci.
Se mai ci accadesse di non capirci più nulla.

Pensa se fosse solo tutto una previsione.
Statistica, certa.
Definibile.
Con certezza matematica.
Senza margini di errore.
Pensaci.
Senza errori, senza inciampi, senza cambiamenti.
Solo una previsione, prevista solo da te.
Pensa se fosse solo certezza.
Dall’inizio alla fine.
Tutti i giorni programmati.
Uguali.
Definiti.
Senza mai che possa essere differente.
Un po' di azzurro nel tuo verde.

Pensa se non esistessero i sentimenti.
Quelli che decidono sopra ogni ragione.
E cambiano tutto.
Miscelando colori programmati, e programmi.
Gli unici che cambiano tutto.
Che possono farlo davvero.
In meglio.
Il meglio è differente, pensa, differente da tutti.
I sentimenti non hanno prezzo, nessuna quotazione in borsa, non si comprano, non si vendono.
Gli unici che possono cambiare proprio tutto.
Sconvolgendo la nostra tavolozza prestabilita.
Il nostro verde, il nostro azzurro, in un'altro colore, nuovo.
Migliore.  


FranzK.

lunedì 2 gennaio 2012

Rifiorirà l'orchidea?





L’avevano acquistata insieme.
L’aveva scelta lei.
Voluta.
Del colore che amava di più.
Di colore bianco.
Bianco candido e puro.
Sarebbe stata perfetta nella loro nuova casa.
Bianca e candida come lei.
Quella splendida orchidea bianco luminescente.
Aveva dovuto sopportare un brutto viaggio.
Proprio come loro due.
Un viaggio difficile.
Spazi ridotti.
In mezzo a un sacco di cianfrusaglie.
Proprio come loro due.
In spazi ridotti.
Quasi senza ossigeno.
Tra un sacco di cose vecchie.
Tra pregiudizi e cambiamenti.
Addii e battaglie.
Incastrati tra le cose delle loro vite.
Incastrati nel loro passato.
Né bianco né candido.
E l’orchidea uguale.
Che li aspettava, su uno squallido bancone di merce all’ingrosso.
Incastrata anche lei nel suo giovane passato.
Ad aspettare quattro mani e due cuori che potessero coglierla.
Accoglierla.
Prendersene cura.
Darle luce e acqua.
Affetto e unicità.

In poco tempo fiorì.
Ancor di più di quanto lo avesse mai fatto.
Diciassette stupendi fiori.
Pieni di vita.
Di luce.
Di felicità.
In mezzo alle loro paure.
Alle loro incomprensioni.
Quella speranza che non voleva morire.
Che voleva lottare per vivere.
Che voleva scrollarsi rovi e spine.
Paure e sfiducie.
E lei fiorì.
Per diciassette volte.
Nel posto giusto.
Nella luce più bella che avesse mai visto.
Di cui mai si fosse nutrita.
Una luce diffusa.
Dappertutto.
Per diciassette volte.
Tante quante le loro paure.
Le loro incomprensioni.
Le loro passioni.
Per ben diciassette volte.
Tante quanto gli addii di lei.
Tante quanto i suoi motivi per andarsene.
Per tornare indietro.
Tante quanto gli scongiuri e le esplosioni di lui.
Per farla restare.
Per stare insieme.

Si sa che i fiori delle orchidee non durano in eterno.
E un giorno caddero uno ad uno.
Era tempo di morire.
O rinnovarsi.
Ricominciare.
E sotto le sue verdissime foglie comparve un altro gambo.
Piano, piano.
Crebbe ancora e rifiorì.
Per sei volte.
Di bianco candido, puro.
In mezzo ad un andirivieni di tormenti, ancora di paure, di dubbi.
Ancora in mezzo ai pregiudizi e alle sfiducie.
In mezzo al loro passato.
All’iracondia di lui, alle incertezze di lei.
Ma rifiorì ancora.
Di speranze.
Di passioni.
Di brillante e candido bianco puro.
Per sei volte.
E le foglie presero a brillare.
Di un verde ancora più sfavillante.
Non voleva saperne di morire.
Voleva vivere.
Tutta avvolta dalla luce.
Dei loro sentimenti veri.
Tanto veri quanto disperati.
Tanto disperati quanto felici.

Si sa che le cose belle non durano in eterno.
E un giorno, lei se ne andò.
Ritornò indietro.
Per sempre.
Quel “per sempre” mai pronunciato per andare avanti.
Insieme.
Srotolandosi definitivamente dai rovi e dalle spine.
Dai tormenti e dalle insicurezze.
Dai difetti e dalle malattie.
Dalle incomprensioni e dagli errori.
Dal passato e da tutti i suoi tormenti.
Dal tempo necessario per cambiare.
Per essere migliori.
Degni di un dono raro.
Unico.
Per “sempre”.
Per sempre se ne andò.
E l’orchidea lo sentì.
Giorno dopo giorno.
Non le bastavano più solo acqua e luce.
E giorno per giorno, uno ad uno, i suoi fiori appassirono.
Uno ad uno.
Giorno per giorno.
Fino a cadere ammucchiati l’uno sull’altro su quella superficie bianco splendente.
Appassiti per sempre.
Senza più nessun desiderio di splendore.
Né di acqua né di luce.
La Natura “sente”, non ne sappiamo proprio nulla di Lei.
“Sente” e comprende, molto più di noi.

Lui non ne ebbe pace.
Di quell’addio definitivo.
Andava su e giù per quella casa vuota.
Deserta.
Piena di fantasmi e ricordi.
Di guerre e speranze.
Di litigi e di passioni.
Su e giù per la loro casa.
Costruita sulle macerie di rovi e pregiudizi.
Di incomprensioni e insicurezze.
Ma soprattutto costruita su un sentimento raro.
Unico.
Su un vero dono.
Su e giù per quei ricordi.
Quelle presenze.
Quelle speranze.
Quelle battaglie.
Quelle passioni.
Ogni tanto dava acqua a quell’orchidea, annacquandosi gli occhi, ancor prima di annacquare lei.
Ma lei era solo foglie verdi brillante.
Null’altro.
Che foglie verde smeraldo con ai loro piedi fiori secchi.
Liofilizzati per sempre.

Un giorno li prese e li buttò.
Nella spazzatura.
Basta.
Basta ricordi, basta rimpianti.
Basta orchidee.
Sogni, speranze, sentimenti.
Bagnava la pianta solo quando se ne ricordava.
Al pari delle altre.
Divenne solo un abitudine.
Un’azione di quotidianità.
Come lavarsi i panni o rifare il letto.
La logica e il raziocinio.
Basta emozioni.
Fino ad un giorno.
Solo fino a quel giorno.
Che nella consuetudine di dargli ancora un po' d’acqua notò qualcosa di strano.
Sotto il verde smagliante delle foglie.
Di quell’orchidea.
Un minuscolo nuovo gambo.
Con una base robusta.
Corto ma pieno di vita.
Sbucato da chissà dove e chissà perché.
La “Natura” è strana, sente e comprende più di noi.
Non ne sappiamo proprio nulla di Lei.
Chissà ………
Che quell’orchidea possa rifiorire.


FranzK.

Da una storia vera.

"Noi siamo Orchidee - dicono da sole-, nulla ci può essere contrapposto capace di occultarci; nè occorre che spendiate molte delle vostre fatiche, o signori floricoltori, perchè noi si mostri le nostre virtù, non ci occorre terra, non ci necessita superficie, inutili le vostre premure, lasciateci quassù a cavallo di questo ospitale pezzo di legno morto, lasciate che le nostre radici penzolino nell'aria, lasciateci in gran pace, non desideriamo altro che acqua dalle vostre mani, visto che ci avete tolte dalle nostre patrie dove il cielo ci assisteva come ci conveniva; limitatevi a gustarci se avete occhi per vedere, narici per percepire, animo per sentire"

giovedì 29 dicembre 2011

I sogni che non sai.





Leggo : “Fase due”: crescita.( la "Fase uno" sembra non abbia sortito, almeno fino ad oggi, gli effetti desiderati …..)
Crescita, cosa significa crescita?
Ho riflettuto molto sul suo significato.
Perché la parola in sé, se non è riferita a piante, animali, uomini o a trasformazioni termodinamiche, mi dice poco.
Così ho deciso di approfondire un po', di rifletterci ma non solo.
Mi sono svegliato e ho cominciato a fare un giro per casa.
Dettagliato.
Prestando la massima attenzione a tutto, ad ogni singolo dettaglio.
Camera per camera, oggetto per oggetto.
Da quelli che uso di più, pochi peraltro, a quelli che mi ero dimenticato di possedere.
E, sapendone almeno un po', mi sono immaginato, per ciascuno di loro, la tecnologia per produrlo.
Uno ad uno.
Ho impiegato tutta la mattina per il sopralluogo.
L’elenco lo evito, sarebbe noioso e credo per la maggior parte anche poco formativo.
Lo evito perché mi ha procurato anche una leggera emicrania, l’impegno del tour e relative elucubrazioni.
Ho fissato, come sintesi, un solo pensiero: un mare di energia, da quella fossile, a quella umana, dal petrolio al pensiero a muscoli indolenziti.
Risorse e vite in poche parole.

Pausa panino quasi obbligatoria.

Il pomeriggio ho deciso di dedicarlo ad altro.
Un poco più rilassante.
Mi sono accomodato sul divano e ho deciso di dedicarmi ai ricordi.
Quelli relativi alla mia infanzia.
A quella umilissima abitazione che mi ha visto bambino, in crescita, in quel minuscolo borgo medioevale quasi irraggiungibile.
Ho cercato, scavando nei ricordi più reconditi, di ricostruire almeno nel pensiero, gli oggetti che possedevo allora.
Ho provato a fare un giro virtuale ma lucido al massimo.
L’operazione è stata molto veloce, più del previsto, più di quanto avevo sperato di stare un bel po' accoccolato sul comodo giaciglio.
Allora non avevo quasi nulla.
Neanche giocattoli.
Infatti me li costruivo da solo, sarà per quello che dopo ho fatto l’”inventore” (che fastidiooooo l’aggettivo).
E anche per costruirli avevo davvero pochi attrezzi oltre che troppi pochi anni.
Raddrizzavo chiodi tutti storti trovati qua e là per unire pezzi di legno mal levigati.
Il romantico di quei ricordi è ancora struggente per me.
Altra sintesi: mi mancavano un sacco di cose, e quelle che avevo le utilizzavo ben oltre le loro possibilità, mi mancava quasi tutto anche per costruirmi da solo un semplice giocattolo.
Poche risorse e un sacco di muscoli indolenziti, oltre che il cervello.

Altra pausa, e sono nel posto giusto per farla, stiracchiato sul comodo divano.

Da quasi nulla a  quasi troppo.(il secondo quasi lo metto con riserva).
(leggevo stasera, che nel nostro paese ci sono trenta milioni di abitazioni, pari a circa centosettantasette milioni di locali con circa sessantunmilioni di abitanti …….. una casa vera ogni due persone, circa tre locali a testa …… sarà il caso di costruirne altre? ……..)
Almeno per me.
Almeno per moltissimi di noi.
In una quarantina d’anni mal contati.
La parola “crescita” ha cominciato ad assumere un significato ben preciso ma non ancora soddisfacente.
Non ancora.
Mi manca un perché, chiaro e univoco, un perché oltre la necessità primarie.
In fondo avevo poco ma non sono mica morto, né di caldo, di freddo o di fame.
Anzi sono cresciuto, anche abbastanza felice, sano (cervello a parte) e sereno, istruito e non solo.
Mi manca un perché senza dubbi.
Per dare un senso definitivo alla parola “crescita”.
Cerco domande.
Per speculazione di pochi?
Coercitiva e imposta?
Un obbligo condizionato non necessario?
In parte potrebbe essere ma non mi convince ancora.
Il pensiero si sposta, penso ai miei genitori.
Alla loro vita, alle loro aspirazioni, speranze ……….. sogni.
Sogni, sogni, sogni, ecco la risposta, solo sogni.
Avevano dei sogni e altri, con problemi quotidiani meno pressanti dei loro, ne avevano di più evoluti.
La mia nuova casa è colma di sogni, quanto quella vecchia di misera realtà.
Adesso tutto quadra, adesso la parola crescita mi è chiara, univoca, priva di ombre.
La speculazione è scontata ma non riesce a far nulla senza i sogni di qualcuno.
Nessuna crescita, al massimo mantenimento del privilegio, ma nessuna crescita.

Pausa, devo nutrirmi e pensare ad una soluzione, cosa che a stomaco vuoto mi riesce male, ma esco con la garanzia che per stanotte qualcosa mi verrà in mente, anche fosse solo una fantasia ma verrà, prima di domattina.
Perché il lungo periodo recessivo previsto non è solo nostro, del nostro paese (il solito “cul de sac”, peccato) ma globale, quanto lo sono i mercati e l’economia.
Panino birra e poi cerco di inventarmi qualcosa, fosse anche solo di fantasia, è una promessa.

Panino e birra doppi, poi un po' di assenzio, era necessario.
Ecco, ci siamo.
Credo di avere una soluzione, fantasiosa, chissà poi quanto,( più avanti vedrete che la realtà molte volte supera di gran lunga la fantasia ….. più avanti) ma una soluzione.
Stanotte ho pensato ad una nuova macchina.
Nuova per modo di dire, ma funziona.
È una macchina che permette di teletrasportare le persone.
Davvero, non per finta.
È complessa, comporta il dispiego di tutte le tecnologie esistenti più qualcuna nuova da studiare.
Pensate!
Potremmo vederci in circa cinque minuti, più o meno, in una notte non ce la faccio a fare conti precisi al secondo.
E non toglie nulla a nessuno,anzi aumenta tutti, si potrà interfacciarla a Facebook, decidere se vieni tu da me o viceversa, e comporta l’utilizzo di tutte le tecnologie disponibili, da quella automobilistica a quella aerospaziale, a quella digitale.
Ha un costo approssimativo di circa quarantamila dollari e consuma la metà dell’energia di un automobile, pro capite, si intende.
Penso di avercele fatta.
Non  credete?
Non è un sogno per tutti?
Cinque minuti, e ci vediamo, con costi irrisori.
Penso che dovremo produrne almeno un paio di miliardi tanto per cominciare.( altro che i-phone ….)
Poi ovviamente i prezzi si abbasseranno e aumenteremo la produzione.
Credo di aver rilanciato l’economia mondiale.
Recessione adieu!
Solo con un semplice sogno.
Divenuto realtà.
Possibile, desiderato da tutti, ne sono certo, e finalmente per tutti possibile.
Siete pronti a chiedere un prestito per averla?
La macchina del teletrasporto dico.
Sono sicuro che le banche avranno i soldi da prestarvi, forse anche senza fido.
Ma mi raccomando, c’è tanto lavoro per tutti, dagli Italiani ai Cinesi.
Dovrete darvi da fare però.
Siete pronti per un periodo di crescita?
Vertiginosa.
Secondo il vostro tempo, illimitata?
Siete pronti a lavorare come matti?
Oppure no?
Non ho cambiato modello, sono rimasto al suo interno, come Gordon Comstock.(OrwellFiorirà l’aspidistra)
Vorrei solo sapere se voi siete pronti.
Felici.


FranzK.

lunedì 26 dicembre 2011

Energia Madre.





È da circa cinquantanni che si lavora sul “modello standard”.
I fisici e i matematici, si scervellano quotidianamente.
Per superare i limiti della teoria della relatività di Einstein.
Dove l’energia dipende dalla massa e dal quadrato della velocità che la anima.
Funziona, ma solo fino a un certo punto.
Per coscienza e conoscenza anche di Albert.
Il modello standard si propone di comprendere di più, di far quadrare meglio i conti.
Che non tornano tutti, secondo E=mcquadro.
I motivi sono molto, troppi.
E io non sono un esperto, ma temo non lo sia nessuno, ad oggi.
Il modello standard ha come obiettivo la comprensione del “tutto”, dell’energia madre.
Avrete di certo sentito parlare nelle scorse settimane del bosone di Higgs.
Degli esperimenti svolti presso l’LHC di Ginevra, alla ricerca della particella maledetta.(altro che particella divina....)
La teoria di Higgs appare, tra le tante, la più attendibile per spiegare una serie di cose di cui ne va del nostro futuro.
Oltre la conoscenza scientifica Galileana, ne va del nostro futuro.
Del futuro degli uomini.

La conoscenza raggiunta ad oggi è grande ma non esaustiva.
Incompleta.
Per una serie di ragioni che sembrano complesse, per pochi, ma sono in realtà troppo semplici.
E sappiamo come la semplicità rappresenti la vera sfida ultima del nostro intelletto.
Noi, ad oggi, abbiamo modelli scientifici che sanno spiegare l’elettromagnetismo e le energie forti e deboli nucleari.
Ci mancano almeno due conoscenze fondamentali:
che cos’è la massa?
Che cos’è la gravità?
Che alla prima conferisce un peso, variabile e dipendente dal suo contenuto energetico.
Pesiamo meno sulla luna che sulla terra in una parola.
Ma non conosciamo affatto la natura di queste grandezze interdipendenti.
Non  sappiamo cos’è la massa, non sappiamo che cos’è la gravità.
L’anello mancante per spiegare il “tutto”.
E ne va del nostro futuro, in modo molto più dipendente da qualsiasi forma di governo, politica,economia, finanza, ideologia.
Cambierebbero al cambiare di quella conoscenza, non viceversa.

L’altro giorno leggevo un giornale che riportava una notizia interessante, da brivido per me.
È stato osservato che le galassie sono avvolte in sfere con determinate proporzioni.
Proporzioni “armoniche” esattamente come Archimede a suo tempo, aveva misurato la distanza delle stelle e rapportandole fra loro aveva scoperta che la loro relazione era la stessa che riprodotta su una corda vibrante rendeva il suono musica, ossia una vibrazione “gradevole” alla percezione del nostro orecchio e del nostro cervello, musica non rumore.
La musica delle stelle.
Ieri l’altro si è osservato che le galassie sono contenute in sfere che seguono gli stessi rapporti armonici.
Con movimenti e velocità che non sono in linea con la fisica e la conoscenza fino a qui raggiunta.
La musica delle sfere celesti, o chissà cos’altro.
È la gravità che tiene insieme l’universo e non sappiamo di lei che misurarne gli effetti.
Sotto forma di accelerazione, ossia una variazione della velocità nel tempo.
Così come a Ginevra, Higgs, ateo convinto, davanti a qualche piccolo segnale dell’esistenza della sua particella esplicativa del “tutto”, ha esclamato “Oh my god!”.
Un po’ confusa la questione non vi pare?
Ancora un po’ troppo.
Manca un pelo di lucidità, quella qualità che mi è sempre stato imputato di avere solo parzialmente.

Mi fa piacere di non essere l’unico, nel difetto.
Concedetemelo.
Ma se anche solo uno di noi avesse tale dote in un “continuum”  avremmo risolto da tempo se non tutto, moltissimo.
In fondo io negli ultimi otto anni mi sono occupato solo di “biciclettine”, non ho né titoli né esami per essere all’altezza di tanto.
Ho semplicemente raddoppiato l’efficienza muscolare del corpo umano, cosa impossibile, ma di interesse relativo.
Sostituendo dolore e sofferenza con bene e minimi sprechi energetici.
Cose da poco.
Torniamo alle cose importanti, la gravità.
Fuori da qualsiasi magica ruota di Offreyus, dall’illusione insensata del moto perpetuo.
Come mai potremmo  utilizzare la gravità se non ne conosciamo la natura?
Come possiamo pensare di sfruttare il “peso” se prima non abbiamo compreso che cos’è la “massa” ossia ciò che insieme alla gravità lo determina?.
Noioso vero?
Più del solito forse, più delle mie “poesie” d’amore e non.
Ma vero, semplice e decisivo.

Trovo più noioso un mondo che parla di crisi, di affari, di spread, di pil e di crescita perché è chiuso su un modello senza speranza.
Senza sogni.
Senza alcun ragionevole futuro.
E non sono le energie conosciute che ci toglieranno dall’imbarazzo di spiegare alle generazioni future il nostro fallimento.
Non sono le interazioni forti e deboli nucleari tanto quelle elettromagnetiche.
Non sarà la fusione calda o fredda nè il sole o il vento a fornire garanzie per pensare finalmente al “noi”,  alla nostra felicità.
Ma scoperte nuove, credo ben descritte qui.
Semplici e chiare.
Non abbiamo necessità di illuderci ma di sognare.
Sogni sensati, anche se mai sognati.
Energie madri, buone, decentrate, di tutti.
Facili da estrarre e usare come un sorso d’acqua fresca.
Così fresche che non ci servirà più il ciclo di Carnot per fondere metalli, né per incontrarci, conoscerci, condividerci.
Non serviranno macchine, tecnologie, bit, computer o motori.
Il più sta nel meno.
Più possibilità con meno ignoranza, è questa la sfida.
Il "tutto" con l'intelligenza.

Altro che crisi o fine del mondo.
Sarebbe più semplice affrontare questi eventi che capire con la semplicità la natura delle cose.
Quella del “tutto”.
L’intimo della vera conoscenza, che è semplicità, una stretta lama di rasoio che la separa dal semplicismo.
Altro che politici e politica, banche e finanza.
La conoscenza rende gli uomini liberi.
E la prossima sfida sarà quella di gestire la Libertà.
Molto peggio che gestire una crisi.
Molto peggio che il peak oil.
Molto, molto peggio che tutti i mutui e i debiti da pagare.
L’energia madre ha necessità di figli preparati per baci, carezze e coccole.
Altrimenti non la troveremo mai, la madre giusta.
L’unica che esiste.
Quella buona davvero, che sogna i tuoi sogni, non i suoi.
Affinchè siano davvero dei bei sogni.
Poesia?
Filosofia?
Illusione?
Follia?
Chissà, magari è solo follia.
O magari è solo verità.


FranzK.

sabato 17 dicembre 2011

Out of box





Stare fuori.
Vivere non ai margini, ma fuori.
Dentro nel mondo ma fuori dalle sue consuetudini.
Dai sui pensieri.
Dai sui riti.
Dalla sua normalità.

Non sopra, né sotto.
Ma fuori dalla scatola.
Fuori dalla geometria euclidea e non, che la definisce.
Non di lato, né a nord né a sud.
Semplicemente fuori.
Dai suoi stereotipi.

Pensare fuori.
Per pensare cose differenti.
Avere come orologio una clessidra completamente colma.
Che non segna il tempo.
Perché anche se la giri, non travasa dalle due ampolle.
Fuori dal tempo, anche dal proprio.

Vedere da fuori.
Gli stessi fotoni degli altri.
Ma immagini differenti.
Per quelli che vivono dentro, immagini  anomale.
Nell’immediato, fastidiose.
Eretiche.

Stare fuori per loro, per quelli dentro.
Per un loro futuro differente.
Migliore.
Subendone giudizi scanzonati in attesa del tempo della loro coscienza.
Sorridere a denti stretti davanti a ironiche risate.
Nella completa solitudine.

Ricercare il nuovo non è un mestiere.
Ci nasci, ci muori.
A volte, come è successo a me, sopravvivi alla morte.
E ti tocca vivere la tua natura.
Maledicendo di essere sopravvissuto.
Danno e beffa.

E tocca a noi.
Gli anomali.
I difformi.
I freaks.
A trovare soluzioni.
Quando il presente non funziona più.

E’ compito nostro.
E non ci risparmia nulla.
Perché anche se non funziona più, il presente non puoi fermarlo.
Noi siamo costretti a vivere nel futuro.
Oltre qualsiasi curvatura spazio-temporale.
Oltre qualsiasi, per quelli dentro, sensata risposta.

È per questo motivo che la nostra condizione è la solitudine.
Il vuoto, il nulla.
Non è l’incomprensione che pesa.
Ma quel continuo viverti dentro.
Nel tuo dentro, fuori da tutto.
Nella tua solitudine.

E se scopri qualcosa di vero.
Se mai ti capita.
Devi allontanartene subito, per non correre rischi.
Di finire intrappolato nel dentro.
Nelle sue certezze, nelle sue paciose tranquillità e sicurezze.
Ricercare non è un mestiere, è una folle natura.

Non è intelligenza cognitiva.
Ma emotiva per almeno il 70%.
Non si può né insegnarla né apprenderla.
Ci nasci e ci muori e basta.
Vivere fuori è “sentire”, uno dei pochi modi per comprendere davvero.
Fino in fondo.

Nature tanto sensibili quanto delicate e fragili.
Cristalleria.
Costantemente in equilibrio instabile.
Sempre con i piedi a mollo.
Nel piccolo rivo che delimita il dentro dal fuori, il normale dall'anomalo.
Sempre pieni di reumatismi con tutto quell’umido addosso.

Anche se da dentro hanno necessità anche loro di qualcosa.

Emozioni e sentimenti.

FranzK.

martedì 31 maggio 2011

Decisioni Stellari




Io li ho visti.
Con i miei occhi.
Eravamo in due.
Due matti.
L’altro era un professionista, uno del mestiere.
E dopo vent’anni, non è mai più riuscito a vederli  un’altra volta.
È stata colpa mia, che ero più matto.
Al solito.
È stata colpa mia se anche lui, almeno una volta, li ha visti con i suoi occhi.
Sono quelli della fotografia.
Sono quelle piccole stelle sfocate.(mi piace pensarle femmine, gli atomi, e le ho viste con i miei occhi).
Che poi, quando le abbiamo viste con i nostri occhi, non erano neppure sfocate.
Senza la sfocatura della fotografia (che è la vera fotografia di quello che ho visto)erano davvero minuscole e stupefacenti.
Minuscoli frammenti di luce in un immenso cielo buio.

Tutto è fatto di quel piccolo nulla.
Sembra che tutto sia fatto proprio di un quasi niente: un minuscolo poco in un immenso nulla.
Quelle "quasi invisibili" piccole stelle.
Perché le cose esistano, la materia intendo, non possono che stare lontane.
Non possono assolutamente stare vicine.
E  vibrano, come vibra un sentimento timido.
Se  mai si calmassero un poco, potrebbero stare anche molto vicine, ma dovrebbero smettere di vibrare di sentimenti.
Come all’inizio di tutte le cose.
Quando erano tutte abbracciate.
Nella primigenia esplosione d’amore, quello schietto e determinato, non timido.
Poesia? Ansia di esclusiva, sindrome di protagonismo?
Comunque, io le ho viste.
E  basta.
E le vedi per destino, non per esclusiva, o professionalità, nulla quindi che possa farti di più o di meno di tutti gli altri rimasti ciechi.

Il buio, il nulla, tra loro, è immenso.
Come quando vedi un cielo stellato.
Che è fatto di vuoto buio, più che delle piccole stelle.
E nel buio di un cielo stellato, noti solo le stelle e mai l’immenso buio, comunque.
Chissà perché.
I miei occhi, dopo, non sono stati più quelli di prima.
Bruciavano, dopo, e nelle loro orbite sono comparsi le prime nubi.
Come se avessi visto il proibito.
Adesso, da qualche giorno, nel mio occhio destro c’è un atomo di buio.
Incancellabile.
Sarà  perché ho visto una stella.
Troppo luminescente e non proibita.
Il sentimento, ben oltre qualsiasi ragione e ragionamento.
Uguale a quel vibrare degli atomi, timido uguale.

Forse anche i sentimenti sono fatti di immenso buio, più che di stelle, come la materia.
Anche se noi, chissà perché,  rimiriamo e ricordiamo solo le stelle.

Io, non le ho viste per primo.
E neanche per penultimo.
Solo uno dei pochi nel mezzo.
Uno dei pochissimi, da essere troppi.
I primi che le hanno viste, hanno avuto una splendida idea.
Molto razionale.
Di staccarne frammenti.
Dalle stelle.
Altri, venuti dopo, addirittura di dividerle.
Per fortuna gli ultimi, davvero pazzi, (non matti …) li ha fermati la natura.
La Fisica, la Verità.
I primi, no, proseguono ancora.
Tra abiure e congiure.

Staccarne frammenti, con temperature assurde, basta che funzioni.
Fonderle a temperature incontenibili, insostenibili, basta che ci sia una speranza di futuro non differente dal presente.
Basta che funzioni.

E  funziona.
Anche se a tratti no, ma non ha nessuna importanza e siamo tutti d’accordo:
Ci sono case in classe A da finire.
Laboratori da far funzionare.
Lavoro da distribuire.
Buone famiglie da mantenere.
Pensioni da pagare.
Figli da concepire.
Futuri sereni da sognare.
Ferie da fare.
Voti da dare.
Posti sicuri da ricevere.
Operai da difendere.
Incazzati, pronti alla guerra.
Mentre la speculazione finanziaria, madre e padre di tutto il povero e il ricco del mondo, avanza, inarrestabile.

E non ha nessuna importanza essere coinvolti: siamo tutti assolti.
E quando dico tutti, è senza omissioni: io per primo.

Ma non ha importanza neppure questo.
Pensateci:
quanta energia contiene un infinitesimo di materia?
Pensate al sole che fonde atomi.
Pensate da quanto splende e scalda, e per quanto ancora.
Un immenso di energia.
Che mentre fonde o si separa genera una quantità di calore immensa.
L’energia delle alte temperature non funziona.
In mano agli uomini non funziona.
La maggior parte scappa via a scaldare l’universo.
Non è parere, ma Verità, gli uomini almeno al momento non saprebbero costruire l’universo, come potrebbero gestirlo?
E anche il “gigantismo” degli uomini, il desiderio di infinita onnipotenza, non finisce in altre mani.
Scalda l’universo anche lui, e basta.

(pochi hanno cambiato molto, non dimentichiamolo mai, e non erano quelli dell’isola dei famosi, in nessuna epoca, mai).

Dentro a quelle minuscole stelle c’è tutta l’energia per far arrivare gli uomini alla loro meta.
Quando l’avranno mai capita, la meta intendo.
E quanto di petrolio si estrae solo una piccola parte del giacimento, dato che non si può fare altrimenti, bisognerebbe accontentarsi di una piccola parte di quell’infinito per i nostri scopi.
A bassa temperatura.
Di sicuro.
Ma sarebbe auspicabile sapere degli scopi prima.
Sarebbe più semplice il dopo.
Servirebbe poco di quell’immenso.
Se mai sapessimo per cosa.
Comunque a bassa temperatura.
Di sicuro.
Finanza fotovoltaica con l’appoggio degli ecologisti?
Dentro a quelle minuscole stelle c’è tutta l’energia per far arrivare gli uomini alla loro meta, quando mai l'avranno compresa.

Che alla fine si paleserà semplice, come sarà semplice estrarre un pochissimo da un immenso.
Ma ci pensate quanto può valere un pochissimo da un immenso?

Io  le ho viste.
Le stelle.

E ho pianto e basta.
Tanto che dopo i miei occhi non erano più quelli di prima.
Erano pieni di scure nuvole.
Ma ho pianto  davanti a quella meraviglia che semplicemente non capivo, perché né io ne altri eravamo ancora pronti a capire.
Ho pianto e basta.
Certo non vendevo né cemento, né acciaio, ne’ posti di lavoro.
Non avevo destini prestabiliti.
Non avevo case in classe A da finire, né laboratori da far funzionare.
Non avevo pensioni da sperare.
Non sniffavo cocaina mentre,per conto mio o per conto terzi, speculavo in borsa.
Ho pianto di emozione e non so perché.
Potessi scrivere della mia emozione, potessi parteciparla, lo farei con tutte le mie forze.
Guardo la fotografia nella bacheca, ciò che resta di un ricordo, e continuo a piangere.

Forse ho pianto perché mi è stato dato il dono di vedere l’immenso.
Forse ho pianto perché in quell’immenso ho visto tutte le generazioni a venire, i loro sogni, le loro speranze.
Perché ho visto la soluzione.
La meta, e il modo per arrivarci.


Il nucleare? Mi spiace, non è politica.
Ma decidete voi.
Davanti alle vostre coscienze.
Semplice:
se decidete di costruire centrali nucleari qualcuno vi permetterà ancora di uscire al sabato sera, a cena,  in discoteca o altrove.
Avrete la speranza ancora del possibile impossibile, la folle frenesia degli ’80, di un sacco di posti di lavoro, di uno sproposito di guadagni.(per qualcuno e in parte anche per voi).
Se decidete di non costruirle, beh,  niente più puttane, ne’ discoteche e un pò meno di roseo futuro per i vostri figli.
Decidete davanti ad uno specchio.
Sereno e tranquillo, come si conviene nel meglio.
Ma decidete in coscienza dato che non ci sarà più uranio quando mai si dovessero davvero usarle.(che tentazione …. pensateci: in fondo tanto felice futuro senza nessun rischio…!!))
Purtroppo non ci sarà più  nemmeno  petrolio che permette oggi di poterle costruire.
Tra vent’anni rimarranno solo le stele di Rapa-nui, non le stelle dello stupore.
Comunque.
Per  tutti noi e i nostri amati figli. ( che non avranno ancora gli anni della morte …).

Forse devi sentirti vicino alla morte per dire la verità.

Lo ha fatto la Fallaci.
Lo ha fatto un mio vecchio caro amico.
Una delle menti più brillanti e misconosciute del secolo scorso.
Che dopo aver vissuto una vita di “miracoli”, trovò, ormai vecchio, la sua Sant Elena come insegnante in un istituto tecnico (neanche in una università ..... )
Il preside ( alquanto più giovane di lui, oltre che privo di qualsiasi “esame di vita”, molto "ricco" di raccomandazioni politiche) lo richiamò, dalla sua frenesia al dare il meglio anche a Sat'Elena,  a stare “al suo posto”.
L’ironica, meritata risposta: “Perché?, altrimenti pensa di rovinarmi la carriera”?
Decidete voi.
Che avete ancora la  vita in corpo.
Che credete nella vita.
Nuclearizzatevi o meno in funzione della vostra fame o meno di “tranquilla normalità”.
Io le ho viste e vissute.
Le stelle, e ho solo pianto.
E il mio occhio destro è quasi cieco.
Al pari di quello del mio vecchio amico.

Potrei sbagliare ad apporre il segno, vedendoci da un occhio solo ………….. E NON E' POLITICA.

Decidete voi.
Decidi tu.
Io ho deciso per venti vite.
Non posso più assumermi responsabilità: mi è rimasto un occhio solo.
Decidete voi della fisica e di  quello che è oltre essa, se mai pensate possa esistere.
Assumetevi delle responsabilità, almeno una volta.

Decidete per un quadro di Magritte o uno del primo che passa.
Io di “oltre la fisica” pur nella sua consapevolezza e conoscenza, ho vissuto tutta la vita e la mia personale Sant Elena l’ho avuta in cambio.
Decidete per i vostri perfettissimi presenti e futuri .
Avete due occhi sani.
L’energia delle alte temperature non funziona.( è talmente semplice che non necessita di una spiegazione e chissà che prima o poi arrivi un cieco a dimostrarlo ..... a tutti i "vedenti").


Io le ho viste.
Con i miei occhi.
Le ultime eravamo in due.
Due matti ( non pazzi …..).
E le abbiamo viste insieme.
Dilettanti tutti e due, ma le abbiamo viste.
Ti ricordi?
Non puoi essertele dimenticate.
Erano come piccole stelle sfocate.
E quando le abbiamo viste, insieme, dal vero, non erano neppure sfocate.
Minuscoli frammenti di vera luce nel solito immenso buio.

Decidete voi.
Decidi tu.

Io aspetto.

Con un po' d’amore, se mai vi fosse possibile.

FranzK.