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martedì 29 maggio 2018

Il Valico e il Colle












https://www.youtube.com/watch?v=CmK-uaYFBJc



Quante volte lo stavo a sentire incantato, durante la mia adolescenza e non solo, il mio vecchio padre.
In quel poco, pochissimo tempo che il duro lavoro gli concedeva come pausa “famigliare”, prima di un necessario e precoce riposo.

Quel riposo che contava i minuti poco prima o poco dopo, al massimo le 21e 30, imposto dai tempi di una sveglia molto più precoce, ben prima che sorgesse l’alba, verso le 4e30.

Senza mai sosta e senza mai un premio, che si discostasse di poco dalla sopravvivenza offerta a noi, e alla sua famiglia. Senza mai sosta per 52 lunghi anni……

L’unico premio in palio era qualche opportunità in più per noi, null’altro, o forse anche altro …..l’onestà….., la dignità….e sempre un sorriso, mai un peso né per noi né per nessuno…….. se ne è andato senza debiti né crediti al netto di un funerale, ma ha lasciato un segno , una traccia indelebile e non solo in noi ma in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, di incontrarlo..

Che fatica, che gioia e che “struggle” direbbero gli anglosassoni, parlare di lui, ricordarlo….

Sono stato un figlio molto fortunato, non capita così spesso.

Povero e fortunato, qualcosa di difficile da comprendere ad oggi e forse non solo ad oggi.

E chissà quanti come lui, tra nonni e trisavoli, hanno costruito e costruito senza mai un lamento senza mai un rammarico o una rabbia.

Tutto o molto di quanto ci circonda è figlio delle loro davvero “Sante” fatiche, entusiasmi, valori.

Credo ce lo siamo dimenticato un po’ troppo, abbiamo troppo poco rispetto per le “formichine operaie” che hanno costruito il nostro presente. Tutte insieme, chi con le mani chi con la mente: altro non avevamo se non sassi dei fiumi e rocce delle montagne, un po’ di legno, qualche rigogliosa palude, qualche bestia più affamata di loro e davvero poco, pochissimo d’altro.

Ma ho perso la via e cerco di ritrovarla.

Lo ascoltavo moltissimo quando mi raccontava della “guerra”, già la guerra alla quale era stato controvoglia destinato: dalla sua “palude padana” che si ostinava a lavorare per sfruttarne la rigogliosità ad un'altra palude, lontana, molto lontana e molto più “malsana” della sua: l’Albania.

Prima linea, punto.

Lui che non aveva neppure visto il mare, attraversò, prima di conoscerlo, l’intera penisola in treno e non si era mai spostato più di quanto una malandata bicicletta potesse concedergli.
Credo fosse all'incirca il 1943 forse 44, mio padre aveva 30 anni e senza di lui quella piccola azienda (famiglia) agricola avrebbe avuto davvero grandi difficoltà.

Ma era necessario, per la “madre patria” andare a conquistare altri popoli, chissà mai perché, ma era necessario.

Dagli innesti di rose come passatempo festivo si ritrovò a montare e regolare le ottiche di cannoni come impiego “full time”.

Lui che faceva fatica a sacrificare un coniglio per il pranzo della Domenica.

Comprese presto, nella sua innocente intelligenza, che la patria non è mai madre ma “matrigna” ed ebbe modo di scriverlo ad un cugino invidioso della sua posizione avanguardista da “prima linea”. E lo scrisse con un “patriottismo” profondamente radicato.

Ne avrei molte da tramandare, troppe forse, ma una di queste “storie” non la dimenticherò mai, forse supererà anche la decadenza della memoria nel tempo della mia senilità.


Beh, lo sapete.
In Albania non si combattevano gli Albanesi ma gli Inglesi, lo scontro era tra l’esercito Italiano e quello Inglese.
Era uno dei tanti “fronti” e non credo ci fosse qualcuno dalle parte “giusta” della Storia, “noi” sicuramente no, almeno.

( E’ mio convincimento che sia necessario stare dalla parte “Giusta della Storia” , in ogni caso o quantomeno se vuoi “vincere” in modo che la “Storia” mai abbia a contestarlo).

Loro, gli Inglesi non lo so uguale, lo dirà la Storia più in là, al momento pare fossero quantomeno in una posizione meno sbagliata della nostra, tanto è, che poi ebbero la meglio.

Non importa il “come”, come ben insegna il Macchiavelli.

Non importa che le popolazioni locali, del tutto estranee a quegli avvenimenti e dedite assai più dei “nostri” alla sopravvivenza frutto in gran parte dell’attività di poveri pastori o poco più, fossero ubriacate e mandate contro le nostre linee schierate con le mitragliatrici ad altezza “fianchi”, Machiavelli avrebbe senz'altro approvato.
E fino a qui si sa: la guerra è guerra, non l’ha concepita De Coubertin di sicuro.

E’ di un altro “mezzo” che non posso dimenticare il racconto:
Il servizio di “intellingence” dell’esercito Italiano, aveva scoperto che il nucleo più importante dell’esercito Inglese sarebbe passato lungo uno stretto valico ai lati del quale sorgevano due colli, due tratti altimetricamente elevati rispetto al passaggio stesso, alla gola.
Il risultato era ancora in parità, la partita era aperta e quella “scoperta” si prefigurava come una “manita” calcistica.
L’esercito Italiano appostato sulle due prominenze avrebbe “insaccato” quello Inglese dall’alto con una facilità disarmante, in tutti i sensi. E avrebbe “vinto”.
Tremila di qua e tremila di là, uomini, fucili, cannoni e mitragliatrici su quel colle. Non sono Inglese (forse neanche Italiano) ma mi vengono i brividi.

Non sarei qui a scriverlo, a raccontarlo, se a mio padre, chissà per quale strano caso, furono impartiti altri ordini con incarichi differenti. Uno dei pochi, pochissimi che la notte non si assopirono su quel doppio colle in attesa dell’alba e dei primi rumori di preludio dell’arrivo dell’esercito “nemico”.
Lui dormì in un altro posto quella notte, e io sono qui.

Dormì poco, pochissimo ma non era là insieme agli altri su quel doppio colle quella notte.
Dormì pochissimo perché molto prima dell’alba fu risvegliato dal crepitare del piombo.
Non durò neppur un granchè tutto quel frastuono.
Il superiore gli impartì un nuovo ordine, a lui e ai pochi rimasti.
E non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre nel raccontare, non posso dimenticare quegli occhi grigio chiari che ancora, dopo molti anni e molte ripetizioni di quel racconto, si inumidivamo. Ancora e ancora.

Giunsero al doppio colle alle primi luci della loro alba più triste credo, un alba che tentava di farsi largo in una nebbia di polvere da sparo: dalla sua parte il prato verde era rosso di sangue e contava 3000 “compatrioti” trafitti alle spalle, uno ad uno, con ancora in giro qualche poverissimo “sciacallo” Albanese che cercava sui loro corpi qualche croce o qualche anello d’oro.
Gli altri 3000 erano dall'altra parte, sull'altro versante del colle, morti uguale.

E’ questo “come” che non si capisce, non lo comprendono, nessuno può immaginare cosa possa essere successo, doveva essere un successo scontato, era finito in una carneficina di pallottole nella schiena.
Qualcuno potrebbe pensare che l’esercito Inglese avesse un “intelligence” tanto più brava da aver prevenuto l’imprevedibile.

E invece no.

La verità era da un'altra parte.

Purtroppo....
Il Generale comandante in capo delle forze militari Italiane in Albania aveva venduto per denaro l’informazione.

Aveva Tradito.

Almeno il popolo del suo esercito.
Al minimo quei 6000 uomini colpiti alle spalle.

Mio padre lo incontrò e gli parlò, sulla nave che, non si sa come, riuscì a riportare quei pochi in Italia, nel loro paese.
Il Generale parlava e parlava mentre attraversavano il mare.
Ma mai alzò lo sguardo per incontrare quello di mio padre.
E il Generale tornò e, se già non era ricco di suo, di certo morì ricco e lasciò ricchezze.

Ma chissà se mai riuscì nella sua vita a guardare ancora qualcuno negli occhi.
Chissà cosa ha lasciato alle sue generazioni.

Mio padre ne era al corrente.

Che mentre lui andava a dormire al massimo alle 21e 30 per potersi svegliare alle 4 e 30 per la nostra sopravvivenza e le nostre auspicate opportunità, in qualche luogo indefinito del suo “paese” c’era un vecchio Generale che proliferava nelle ricchezze acquisite quella notte.

Lo sapeva.
E non ha mai perso il sorriso con noi, mai l’ha perduto con la sua vita.
Ed è morto anche lui, dopo molto tempo ma credo un po’ anche quella notte.
E’ morto povero, da “formichina operaia”.
Ma onesto.
Senza tradimenti.
E ha lasciato valori, rispetto, dignità oltre al frutto del suo immenso lavoro.
E non solo a noi.
Sono valori che vivono ancora nell’aria di adesso.
Valori per tutti.

Chissà che non faccia una differenza.
La sola che qualunque forma di denaro o potere non potrà mai misurare.
Ma soprattutto comprare.


FranzK.

martedì 13 novembre 2012

Gocce d'Acqua.




















http://www.youtube.com/watch?v=ZmeyocnsEIk



Tempo fa, molto tempo fa, ricevevo una e-mail da un carissimo amico di cui riporto alcuni stralci:

......penso anche alla mia, in primis, stupidità rispetto ad un altro prodotto: l’acqua e basta. 
Al 100% stavolta. 
Contribuisco a muovere bottigliette e relative patacche e carte colorate e spot “plin plin” piene di sola acqua al100% (... almeno speriamo), su e giù per l’Italia, ed in molti casi anche senza il fattore ludico delle “bollicine” ...... 
E bevo “Ferrarelle” da Caserta, e mi lamento di tutti quei camion che intralciano la mia necessità di velocità, che portano acqua su e giù dalla virtuale San Pellegrino alla virtuale Caserta (dove ovviamente non bevono Ferrarelle ma San Pellegrino) mentre, arso dalla sete, fermo nel traffico autostradale, sogno un qualunque rubinetto.... e di nuovo tornano i pensieri e i tormenti della felicità e del tempo. 
E pensare che ho un dispenser, il rubinetto, che di tutti è il meno elettrificato e meccanizzato, ahimè inutilizzato per il suo logico uso, cioè dissetarsi. 
E scopri che il ping-pong dello spreco è governato da chi? .... dagli “xxxx” e “yyyyy” non dalla fonte Boario, fegato centenario. 
E allora comincio a capire perché adesso c’è un accanimento per accaparrarsi i rubinetti di casa. 
Che sia un nuovo business l’acqua del rubinetto? 
 Andremo anche a fare la doccia a Caserta? 
Peccato che questo argomento è già stato cavalcato e svilito per motivi speculativi dai vari Grillo&C ....probabilmente non troppo interessati al significato della felicità. 
Sono poi in fondo i prodotti che fanno business, ascolti e share (lo share è un prodotto per business tanto quanto l’acqua) non certo i contenuti! 
Ciao (lettera firmata). 

Ho letto attentamente e ho meditato un poco scoprendo che le parole dell’amico sono ricche di un aspetto sul quale vale forse la pena di meditare. 

Al di là delle facili speculazioni attuate da sempre usando l’acqua che più di qualsiasi altra sostanza ed energia ci è indispensabile per la vita. 

E che tanto manca in alcune regioni del mondo quanto abbonda in altre. 

Il nostro paese, l’Italia , a riguardo, è, per abbondanza e “qualità”, tra le prime se non la prima in assoluto, al mondo.

E forse la prima dunque per esportazione. 
(attenzione che qualcuno ha cominciato a vietarla in bottiglia ...)

L’acqua. 

In una sua soluzione si smercia, ad altissimo guadagno aggiunto, veramente di tutto, dai profumi ai detersivi, alle bevande ecc, tanto che se ci mettessimo a contarle tutte le “applicazioni” non so quando potremmo finire …. 

Ovviamente , nel periodo “d’oro” dell’oro nero delle ormai falcidiate speranze di opulenze energetiche senza limiti, il massimo speculativo si è inventato anche la soluzione acquosa a base acqua , ossia ha capito che poteva commerciare tranquillamente una delle sostanze più libere del mondo. 
Tanto libera quanto come il petrolio, risorsa quanto lui, ma come lui, sfortunatamente, non decentralizzata.

Una delle poche altre è l’aria ..... il cui unico vantaggio è che è decentralizzata …. forse invendibile solo per questo …

Ebbene sì, la abbiamo acquistata davvero quasi tutti, verdi pensanti, gialli, neri,rossi, rosati, patrioti,apolidi.... 

Abbiamo comprato e continuiamo a comprare, per libera scelta, o per irrinunciabile necessità,  libertà in bottiglia, mentre ovviamente ci lamentiamo dei “petrolieri” e dei loro possedimenti.....
(libertà dentro ad un’altra libertà, risorsa dentro ad un alta risorsa, la prima resta la seconda no … acqua dentro il petrolio, si ricava da lì il pet delle bottiglie …. Polietilentereftalato)

Ma il punto della lettera ricevuta che mi ha fatto pensare, non è a riguardo di queste considerazioni, ma di un paio di verbi che coniugati insieme sono forse in grado si svelare, semplicemente, il perché di una certa logica.
Comprendere aiuta …
Ebbene nello scritto che ho ricevuto, forse in modo inconscio, forse no, c’è un tratto della frase che illustra una incredibile contraddizione. 

Riprendo: 

......Peccato che questo argomento è già stato cavalcato e svilito per motivi speculativi dai vari....

Cavalcare, ovvero, difendere, portare alla luce, far conoscere, rendere comprensione ……. è in grado di svilire? 

Sembra di si.

Sembrerebbe che produrre rumore di un certo tipo, rumoroso soprattutto e poco sostenuto da un pensiero appena profondo, sincero ed “all'altezza”, quanto molto, dal solito insistito populismo, sghignazzo, stupidità,  luoghi comuni e odio soprattutto, tanto odio, sia un medicamento che non guarisce gli ammalati ma è in grado di realizzare il miracolo di renderli inconsapevoli della loro malattia. 

Che è il miracolo che serve a chi vende l’acqua in bottiglia anche dove non serve. (e non solo acqua, ovviamente).

Lasciandoli più ammalati e quindi con ancora più grandi necessità di medicamenti. 

Vuoi che dopo certi show non vai per disperazione a farti almeno un paio di birre per dimenticare? 

Dal giorno dopo, disilluso per sempre della possibilità di un cambiamento, il paio di birre in più rimarranno l’unico bel ricordo ed abitudine acquisita. 

Un po' di acqua in più trasportata chissà da dove. 

Perché sembrerebbe troppo evidente lo scopo di certi show: 
l’isteria di massa e conseguente “sfogo” come inevitabile cura della reale impotenza del cambiamento. 

In parole semplici è un po' come allo stadio: urla oggi, fin che puoi, che da domani si ritorna ad obbedire ....

Si, caro amico della lettera, temo che siamo in tempo di guerra, con i peggiori metodi della guerra. 

Quelli della psicologia, che dagli x-day (è quello l’esempio di civiltà di riferimento? la curva del Meazza? dove le differenze per favore?) ai reality (non so che dire, qualcuno mi spieghi la differenza tra questi e quelli di prima), ai Facebook (con il nuovo diario di coppia ….. J), alla follia della finanza che non sa più chi è Adam Smith, non fanno che fornire strumenti di antipensiero, di vodka soporifera, di potentissimo antidoto alla più grande energia dell’universo: 

l’intelligenza. 

ed al suo più importante strumento:

il pensiero.

Questa è la nuova guerra amico mio, la guerra dell’acqua. 

Che non fa morti ma zombie intellettuali. 

Assetati in modo assatanato. 

Solo di acqua sembrerebbe, ma temo sia la solita apparenza. 


E noi lo sappiamo amico mio…..

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si può solo trasformare con rendimento 
inferiore ad uno, quindi non completamente.


Prima della trasformazione (dopo la miseria):






dopo la trasformazione (l'inefficienza): :






il risultato della trasformazione (l'infelicità):






quel che resta dal risultato della trasformazione (il futuro dei figli del mondo):




le "grandi speranze" prima della trasformazione (la responsabilità):

High Hopes 
Pink Floyd
Oltre l’orizzonte del luogo 
in cui abbiamo vissuto da giovani, 
in un mondo di magneti e miracoli, 
i nostri pensieri vagavano costantemente e senza confini 
il suono della campana della discordia era iniziato 

per la lunga strada e giù dalla strada rialzata 
s'incontreranno ancora lì, vicino al taglio? 

c’era una banda discontinua che seguiva i nostri passi 
correndo prima che il tempo portasse via i nostri sogni 
lasciando la miriade di piccole creature 
a cercare di incatenarci al suolo 
ad una vita consumata da un lento decadimento. 

l'erba era più verde, 
la luce era più brillante, 
eravamo circondati di amici 
la notte era un prodigio 

cercando oltre le braci di ponti lucenti dietro di noi 
fino ad uno sguardo di come fosse verde sull’altra sponda 
passi fatti in avanti ma camminando nel sonno di nuovo indietro 
trascinati dalla forza di una marea interiore. 

ad una maggiore altezza con bandiere spiegate 
abbiamo raggiunto le gelide cime di quel mondo sognato 

per sempre oppressi da desiderio e ambizione 
c'e' una fame non ancora soddisfatta 
i nostri occhi stanchi ancora vagano all'orizzonte 
sebbene abbiamo percorso questa strada così tante volte 

l'erba era più verde, 
la luce era più brillante, 
eravamo circondati di amici 
la notte era un prodigio 
eravamo circondati di amici 
l'alba si vaporizzava incandescente 
l’acqua scorreva 
nel fiume senza fine 

per sempre e sempre.



Catastrofismo?
O responsabilità?

FranzK.

domenica 25 marzo 2012

Il Diavolo nella Tazza.





Una tazza colma di veleno.
Chiusa da un lato.
Dall’altro un sottile foglio di carta.
La rovesci.
E il veleno non esce.
Nulla da fare.
Tensione superficiale di bordo.
E nessuna possibilità.
Per far entrare ossigeno.
E uscire veleno.
Come un diavolo persistente.
Nidificato.

Finisci per affezionarti.
Al tuo veleno.
Al tuo diavolo nella tazza dei tuoi ventricoli.
Appena modellati.
Finisci per sentire tuo quel veleno.
Scambiandolo per amorevole caffèlatte.
Chiuso da un lato.
Per natura.
Quel cilindro.
Di emozioni avvelenate.
Chiuso da un sottile foglio di carta innaturale, dall’altro.

Umida sui bordi.
Di veleno a elevato punto di evaporazione.
Goccioline persistenti.
Di sensi di colpa.
Di abitudini.
Di affezione alla “normalità”.
Di produttori di veleni.
Di madri avvelenate.
Dentro i seni.
Non di latte rilassante.
Ma di false libertà.

Mucche da travaso.
Non di serotonina di buonumore.
Ma di veleno corrosivo.
Alienante.
Di possesso.
L’ossigeno della libertà è colmo d’altro.
Di responsabilità
Di “no”.
Per crescere davvero.
La libertà non è possesso.
Ma distacco.

Di quella piccola membrana.
Appena sollevata dal bordo della tazza colma di veleno, non di latte, solo un poco.
Che lascia entrare ossigeno.
E uscire veleno.
Non tuo.
Rimarranno umide le pareti.
Di diavoli e veleni.
Ma la superficie di scambio diverrà grande.
E  tutto quell’ossigeno.
Le asciugherà.
Nel tempo.
Nella buona stagione calda.

Lasciando solo il meglio della vita.
Pareti pulite e trasparenti.
Da colmare con altro veleno, altri diavoli.
O solo buon latte fresco.
Pieno di ossigeno.
Pieno di vera Libertà.
 

FranzK.

martedì 13 marzo 2012

Il Cuore della Notte.





C’è silenzio nella notte.
Dormono le anime.
C’è pace.
Nella mia notte.
Non sento nulla.
Se non me stesso.
Nessun rumore.
Di vita.
Sono libero.
Dalle vibrazioni della vita.
Dormono i cuori.
Liberando la mente.
Dalla stanchezza del giorno.
E c’è pace.
E silenzio.
Di vite.
Di vita.

Dormono le anime.
Dormono la notte.
Sono libero.
Nella sua pace.
Nel suo silenzio.
Come in una preghiera.
Penso.
Senza perturbazioni.
Senza il sentire.
Mentre dormono.
Le anime.
Nella notte.
Il cuore della mia.
Può pulsare.
Libero.
Dal rumore della disperazione.

È il mio destino.
Verrà una notte.
Una di queste.
Non lontano.
A prendere il mio cuore.
Lasciandomi libero.
Di trovare la Verità.


FranzK.

mercoledì 7 marzo 2012

Eminenze Censorie.




Leggo.
La tristezza.
Più profonda.
La peggiore.
La censura.
Vescovile.
Bocconiana.
Quasi massonica.
Anche lei.
Di un semplice pentagramma.
Teologi.
Sapienti.
O forse solo saputelli.
Che professano una “fede”.
Di un uomo.
Di un Dio.
Che accudiva prostitute.
Piccoli.
Poveri.
Incontrandoli, radunandoli.
In chiese all’aperto.
E non sono d’accordo.
Del “almeno per Dalla”.
Perché io ho suonato.
Per tutti.
Ai funerali dei ricchi.
Dei poveri.
De Andrè.
Guccini.
Blues afroamericano.
Bach.
Beethoven.
Brahms.
O un semplice sconosciuto.
Ho suonato ai funerali.
Ai matrimoni.
Alle feste dei “saputi”.
A quelle dei drogati terminali.
Senza fosse mai un problema di “fede”.
Ma di emozione.
e di "comunione" vera.
D’Amore?
Si.
Di lacrime.
O di sorrisi.
Dell’inizio.
Del mezzo.
Della fine.
Di questa meravigliosa follia.
Che è la vita.
Senza censure.
“Lasciate che vengano a me”.
La regola del “capo”.
Del loro capo.
Quello vero, senza anelli miliardari al dito.
Senza il bianco della presuntuosa purezza.
Ma un semplice straccio addosso.
Che ha fatto solo una cosa violenta nella sua breve vita.
Ha messo a soqquadro una chiesa.
Trasformata in mercato.
Da mercanteggianti.
Non è cambiato nulla.
Tutto come allora.
Gli stessi sepolcri imbiancati.
Gli stessi mercanti.
Il “capo” è morto.
Solo.
Non di freddo.
Ma su una croce.
Perché non ci fossero più censure.
Tristezze.
Incomprensioni.

Ma solo gioia.
E libertà.
Nessun vescovo ai sui piedi.
Nessuna musica neppure per lui.
Solo una madre.
Un amico.
Una prostituta.
Al suo funerale.
Su una croce.
Per lasciare un semplice messaggio.
Amore. 
E questo è Amore.
Che è tolleranza.
Comprensione.
Libertà.
Il contrario della censura.
Ma è successo anche al “capo”, quello vero.
Quel rivoluzionario insopportabile.
Neppure quella sua tremenda morte.
È bastata.
Per essere capito davvero.
Carissime Eminenze.

Eminenze della censura e dell’intolleranza.
Il contrario dell’Amore.
Ma verrei a suonare per voi, ai vostri funerali, la vostra musica preferita, o il vostro silenzio.
Non solo per voi, ma anche per voi.


FranzK.

mercoledì 29 febbraio 2012

Nella Borsa di una Donna.





C’è qualcosa di inquietante.
Nella borsa di una donna.
Almeno  per me.
Che non sono e non sono mai stato un gigolò.
C’è un mondo.
Una vita.
Un big-bang.
Una apocalisse biblica.
Uno tsunami imprevedibile.
Anche se ha una sua logica, un sistema di riferimento complesso ma logico.
A 12 assi minimo.
Forse più che Cartesiani , curvi secondo la deformata spazio-temporale.
Una vita con un suo proprio DNA.
Un metabolismo bio-illogico ma con una sua logica.
Nel confronto con un semplice portamonete di un uomo, mi venga concesso il perdono, solo bio-illogico.

Nella borsa di una donna  c’è una sorta di caos primordiale.
Anche se con un suo ordine ben preciso.
Secondo le leggi matematiche del caos.
Funzioni complesse, a variabili quasi infinite.
Da un telefono  dato per “perso” anche se sta suonando.
Drammaticamente introvabile. (e che, nell’ossessivo e compulsivo frugare, lo diventa sempre di più)
A  un astuccio di fard datato e secco.
Dall’ultima tinta di rossetto.
Mai usato.
Ad un anello di fidanzamento di dieci anni prima.
Piccole forbici.
Sistemi a spruzzo antiscippo scaduti.
Limetta per le unghie.
Ago e filo a volte.(!?)

Piccoli specchi.
Rotti a volte.
Ricordi dell’infanzia, ricordi del giorno prima.
Confezioni di tampax (questo lo capiamo anche noi uomini ….)
Piccoli flaconi di amuchina.
Acetone.
Smalto per unghie.
Antiemicranici.
Antidepressivi.
Antidolorifici.
Deodoranti.
La pillola del giorno dopo.
Caramelle dietetiche.
Dolcificanti senza zucchero.
Da maschio non gigolò e anti maschilista mi sia concesso.
Se mai un idraulico riuscisse ad infilare tutti gli attrezzi nella sua cassetta dei “ferri” secondo quella strana legge della borsa di una donna ……
Non farebbe, al minimo, pagare la chiamata.
E il contenuto non è nulla.
Rispetto alla “bambagia” nel quale è avvolto.
Almeno 8 pacchetti nuovi di fazzolettini di carta.
E almeno il contenuto di 23 usati per modo dire e teneramente accartocciati e infilati dentro.
Spille.
Forcine.
Collane di ricambio.
E poi il peggio.
Gli scontrini fiscali.
Gli scontrini fiscali di almeno un lustro precedente fino all’ultimo.
Quello relativo all’ultimo acquisto.
Di scarpe ovviamente.

Questo il “brodo” sospensivo.
Del tutto.
Al minimo.
Tranne quando, tacchi a spillo e tubino ……
Si impone ……. la “sola” pochette.
Un dramma.
Ecco perché.
Quando le invitiamo ad una cena romantica.
Sono irrequiete.
Si sentono deprivate del loro mondo.
Che non potrà mai infilarsi tutto in quella piccola, miserabile pochette.
Paghiamo noi, lo sanno.(almeno quelli della mia “epoca”).
Evitando di infilarci, in quella minuscola pochette il loro portamonete.
Che merita una dedica a parte, un’altra volta.
E voi, noi uomini, crediamo che il solito ritardo, la lunga consueta attesa, sia per il trucco.
Macchè!
È solo dovuto per scegliere quel “minimo” per la pochette.
Impieghiamo di più noi a prepararci!
Temiamo di più noi maschi i cattivi odori, le pelurie in eccesso, il giusto colore della camicia.
Loro hanno solo quell’unico problema.
Cosa ci starà, di quel rassicurante mondo della capiente borsa quotidiana, nella minuscola pochette?

È necessario comprendere e pazientare.
Nella borsa di una donna c’è tutta una vita, una sicurezza .
Sua.
Mai provato a chiederle di metterci le mani?
Di dare anche solo una semplice sbirciatina?
Finisci minimo come Muzio Scevola  al quadrato.
È il loro mondo.
Il loro modo.
Dentro in quella borsa c’è parte o molto della loro intimità.
Si comprende anche perché regalare una borsa ad una donna non differisce quasi, in investimento, a regalarle il “per sempre” di un diamante …….
I costruttori di borse lo sanno.
E non è speculazione la loro.
Ma accurata progettazione e scelta di materiali.
I carichi di progetto e le modalità d’uso lo impongono.
Costano care perché sono piccoli capolavori di ingegneria.(secondo me il design in questo caso è solo una scusa).
Devono contenere una vita complessa e abbondante.
Almeno per noi.
A noi basta il metacrilato di una carta di credito.(carica ….)
La patente.
La carta d’identità.
E la foto ricordo della mamma.
Poco altro.
Un portamonete da uomo è un prodotto da “cinesi”.
Come lo è la nostra (non posso dissociarmi, non sarei credibile qui) eccessiva  “semplicità” di intenti (!).

E, ad una donna, molte volte, di te, basta il rigido del metacrilato della carta di credito.
(è venuta per sbaglio, lo giuro ….)
Mentre se mai ti innamorassi davvero di lei.
Tu, da maschio innamorato.
Vorresti tuffarti nella sua borsa.
Diventarne non solo parte , ma principale contenuto.
Senza mai capire che non è possibile.
Divenirne il principale contenuto.
Ma, al meglio, parte del resto, del brodo primordiale avvolto nell’elegante e morbido contenitore.
Solo una piccola parte.
Accontentandoti, una tantum, con un sontuoso invito a cena, di contemplarla.
Finalmente.
Nello “smarrimento” e nella “nudità”.

Del suo stupendo semplice.
Di una piccola pochette.


FranzK.

p.s.
ovviamente non per tutte, tranne lo stupendo semplice.

sabato 25 febbraio 2012

Perche no?





Perché  no?
Cosa cambia.
Cosa può cambiare.
Scrivere, scriversi.
Liberarsi dalle proprie emozioni.
Inventarne.
Pensare a un volto.
Di donna mai incontrata.
E scriverle una poesia.
Ricordare un ricordo.
Mai avuto.
E aver voglia di raccontarlo.

Lasciare correre le dita.
La mente.
Le emozioni.
Senza preoccupazioni.
Di forma.
Perché io non sono uno scrittore.
E non voglio diventarlo.
Perché non sognare il nostro sogno?
Al posto che subire quello altrui.
Non mi rileggo.
Che importanza può avere?
Non voglio piacere, ma vivere un momento di piacere.

Non mi correggo.
Non mi tradisco.
Nel vero che narro.
O nel solo sognato che invento.
Ma mai nel subito per me, mai falso.
Mai nell’imposto a nessuno.
Mezz’ora di sogni.
Con le pupille collegate.
Non con la tv accesa, al più della buona musica in sottofondo.
Discernere?
Capire?
Cosa?

Quel che è vero e quel che è solo sognato?
Ma è poi necessario?
Il vero lo vivo o mi illudo, come tutti, di poterlo fare.
Qui posso sognare, senza nessuna illusione o illusionismo.
Senza contraffazioni.
Poi quale vero?
Quale falso?
Ne esiste uno, veramente vero o falso?
Dove?
In quale vero?
Qui c'è solo un sogno, che non è un gioco.
Dedicato, nel mai falso.

A chi?
Se, a volte, c’è un chi, vero, lo sa.
Ma non da qui.
Qui ci sono solo io.
Nel piacere di leggermi.
O di evitarmi.
Io e basta.
Io e i miei sogni.
Le mie emozioni.
La mia pessima forma grammaticale..
Il mio scarno vocabolario.
Di non-scrittore.

Solo io.
Libero.
Nei miei sogni e nei miei pensieri.
Nel mio vissuto o solo sognato.
Preferisco qui.
Che la tv.
O la disco-dance.
Preferisco scrivere male.
Che leggere bene.
Mi tiene sveglio scrivere dei miei sogni, dei miei pensieri o del mio vissuto.
Mi impedisce di sopirmi.
Nei sogni, pensieri, vissuti, che vorrebbero imporci, a me, a tutti.


E allora.
Perché no?
La Libertà?
Del tuo respiro.


FranzK.

martedì 14 febbraio 2012

Trilogia della follia -Cinquant'anni.





Ma guarda.
Le note scorrono.
Scorrono le vite.
E io ti scrivo.

Ti scrivo qualcosa di strano.

Sai cosa ho fatto oggi?
Dopo tanto.
Tanti, tanti anni.
A cinquant’anni?

Ho provato a fare il portiere.

A lasciarmi volare.
Incontro a una palla.
Non sentire più peso.
Gravità.

A cinquant’anni.

Come è andata?
Un emozione.
Riuscire a volare ancora.
A cinquant’anni.

Forse non è il tempo.

Non è il tempo di morire.
Ma di provare ancora a vivere.
Di non temere.
Di volare ancora.

O almeno di rialzarsi.


FranzK.

venerdì 10 febbraio 2012

Questa notte.





È una treccia di vento.
Un semplice sorriso.
Stanco.
Felice.
Confuso.
Che attraversa il freddo.
È un sospiro di speranza.
Che brucia sotto l’asfalto.
Il ghiaccio secco.
Che prova a riposare.
Che prova a credere.
In un semplice polpastrello teso nel buio.
L’ignoto è sempre più vicino.
Nel tuo tormentato sonno.
Ogni istante, uno in meno.
Cos’è?
Forza.
Tanta.
Dentro.
Pulita come la neve che ci separa.
Candida uguale.

Questa notte.

Brilla un bagliore.
Struggente come un notturno di Chopin.
Deciso e forte come un imperatore.
Un cuore.
Pieno di cuore.
Morde la strada.
Nera.
Cupa.
Bianca.
Di neve gelida.
Calda.
Di sensazioni sicure.
Mentre si allontana la tua terra.
Strappa radici.
Profonde.
Strugge nel sonno.
Il sogno.
Il tuo.
Il mio.


Domani sembra lontano.
Ma scava solchi.
Dentro.
Nel tempo.
Nel  tempo divorato istante per istante.
Dai cavalli rossi di fuoco.
Inarrestabili.
Così infuocati.
Da sciogliere ogni freddo.
Ogni dubbio.
Oltre il buio illuminato dalla neve.
È già qui domani.
A chiederne un altro.
In una terra diversa.
Altre radici.
Altri germogli.
Nuovi, differenti.
Innesti evoluti.
Di tutta quella diversità.

Questa notte.

Ha un sole dentro.
Che sappiamo solo noi.
Balenerà il tempo in un infinitesimo.
E sarà giorno.
Domani.
Per sciogliere o legare.
Per poco o per sempre.
Per intrecciare nuove radici.
O scioglierne i legami.
Per nuovi succosi frutti.
O semplici arbusti di ricordi.
Lo sappiamo solo noi.
Lo sapremo tra un piccolo infinito istante.
Lungo tutto una notte.
Prima che il sole.
Di domani.
Decida il bagliore delle nostre pupille.
In stupore.
O ammirazione.

Questa notte.

Prima del sole di domani.
Ha il sole della vita.
Che sappiamo solo noi, solo tu.

FranzK.

giovedì 9 febbraio 2012

Perchè non si può?






Perché non si può cambiare?
Perché nessuno o proprio pochi hanno il coraggio di dire che è il modello che non funziona più?
Il modello basato sul sempre di più, sul Pil.
Con radici in una finanza selvaggia e priva di scrupoli, che sta finendo per non riuscire più a produrre nulla di buono.
Basta scherzare su questi argomenti, quello che stiamo vivendo è tutt’altro che uno scherzo, una passeggera “crisi”.
Con radici in una finanza serva dei poteri delle risorse, quanto padrona di qualsiasi politica.
Non è uno scherzo stampare soldi che non hanno controvalore reale, non può essere un gioco.
Ci sono intere generazioni che stanno morendo di speranze in qualcosa che non ci sarà mai più.
Quando?
Temo per semplice e razionale visione della realtà, troppo presto.
Ma è la verità il terrorismo o lo è la menzogna?
Una verità che deve credere profondamente nella speranza ma non può annegarsi nel veleno dell’incapacità totale di cambiare davvero.
Questa è follia, perpetrata tutti i giorni senza nessuna capacità di arrestarla, senza alcuna vera coscienza di automatismi che sono divenuti perversi oltre che pervertiti.
Il colore è grigio scuro tendente al nero, si parla di rigore, lo si impone basta che non cambi nulla.
Secondo il mio umile parere questa è morte allo stato puro, perché non è il rigore l’equità o chissà quale altra “cattolica” buona intenzione che può allontanare il baratro.
Smettiamola di scherzare, e proviamo a cambiare davvero.
Perché, mi chiedo, nessuno ma proprio nessuno vuole mettere in discussione il sistema redistributivo basato sul “lavoro”?
Quando siamo divenuti talmente bravi che abbiamo capacità produttive che superano senza limiti quelle che poi abbiamo da consumatori?
Perché nessuno si pone un problema vero e serio che, a questi ritmi, ci porti dritti a una Rapa Nui, non desertificata, ma colma di immondizia?
Desertificata nelle risorse energetiche primarie trasformate in inutile e, senza energia, senzaa alcuna possibilità che resti tale.
Mi chiedo ancora perché un modello non può essere fondato sulla vita e sull’intelligenza, non può rallentare, non riesce a fermarsi un momento a ragionarci sopra con un minimo di serietà.
L’unica energia di cui abbiamo immensa necessità, in questo momento è quella del pensiero.
Libero.
E cambiare si può, basta che lo si voglia davvero.
Basta la sufficienza di smettere di essere zombie o burattini travestiti da intellettualoidi plurilaureati, quanto legati a tripla catena con chi di scrupoli non se ne fa nemmeno uno.
È la vita che dobbiamo promuovere, non i posti di lavoro.
Il pensiero non la crescita dell’immondizia da Pil.
Anche quella da bolle finanziarie che sono in grado di quotare in una borsa solo speculativa e dissennata un Facebook cento miliardi di dollari mentre Benetton se ne scappa da quel luogo tranquillo e sereno.
E smettiamola di scherzare su questi argomenti, smettiamo di disonorare la nostra natura piena di virtù.
C’è solo una cosa che deve “riprendersi” per evitare riprese catastrofiche.

Il pensiero.

Libero.

FranzK.